giovedì 17 giugno 2010

Intervista con Mauro Tonolli, terza parte



Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?

E’ una domanda complessa. Penso che Berio volesse sottolineare l’inutilità e la poca onestà intellettuale dei compositori che attingono a piene mani dal passato; penso che non ci siano dubbi che una sonata, anche se bellissima, nello stile di Beethoven ormai non abbia più senso. Però il confine è labile, non condannerei a priori chi ha una scrittura legata al passato, per esempio alla tonalità; sarà l’opera a farsi giudicare, non il suo procedimento o tecnica di composizione. Per quanto riguarda questa “illusione dell’ascoltatore” e della “censura di quanto lo disturba”… io non ci vedo un problema, anzi. Ogni ascoltatore è diverso e percepisce delle informazioni soggettive; considererei un traguardo molto alto poter comunicare a un vasto pubblico mantenendo diversi livelli di lettura.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc


Nel repertorio della musica classica l’improvvisazione è quasi assente, l’improvvisazione veniva adottata sì da compositori classici ma non fa parte del repertorio, era una pratica. Oggi in un recital per pianoforte con musiche di Chopin nessun pianista si sognerebbe di improvvisare. Ci anche delle eccezioni, le cadenze per esempio sono delle vere e proprie improvvisazioni; anche nella musica rinascimentale e barocca l’improvvisazione ha un ruolo fondamentale.
Detto questo nella musica classica (che è un termine molto generico) è più pertinente parlare d’interpretazione più che d’improvvisazione.
Nella musica del XX secolo le cose cambiano e la libertà dell’esecutore cresce. Come noto nelle opere aleatorie l’interprete svolge un ruolo attivo nell’elaborazione del materiale compositivo ma anche in questo caso non parlerei di improvvisazione.
Se prendiamo per esempio un’opera di Maderna, “Y DESPUÉS”, nella parte finale l’esecutore deve concatenare dei frammenti in un ordine a piacere decidendo tra due agogiche e dinamiche diverse. E’ vero che l’esecutore in questo caso ha più libertà rispetto a uno spartito tradizionale ma non considererei questa un’improvvisazione. Le partiture aleatorie sono tantissime e i procedimenti spesso sono molto diversi ma non capita mai che il compositore non dia indicazioni, l’esecutore è vincolato da note tecniche e spesso da complicate legende.
Penso che per parlare di improvvisazione si debba uscire dal campo della musica classica.
Per me l’improvvisazione è stata importante soprattutto per una personale ricerca timbrica sullo strumento elettrico
.

Nel 1968 Derek Bailey chiese a Steve Lacy di definire in 15 secondi la differenza tra improvvisazione e composizione, la risposta fu “In 15 secondi la differenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione uno ha tutto il tempo di decidere che cosa dire in 15 secondi, mentre nell’improvvisazione uno ha 15 secondi” .. la risposta di Lacy era troppo ironica o corrisponde a verità?

Potrebbe corrispondere anche a verità, la differenza sostanziale secondo me è che la composizione scritta gestisce meglio tutti i rapporti architettonici del brano ed ha la possibilità di raggiungere una raffinatezza maggiore nei dettagli; può usare procedimenti complessi che non è possibile improvvisare. Dipende molto dal tipo di scrittura.

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