giovedì 3 giugno 2010

Intervista con Paolo De Stefano e Luigi De Leo, terza parte


Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novencento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Voi suonate un repertorio contemporaneo ma venite da studi classici … vi riconosce in queste parole?

P: Assolutamente sì. Non suoneremmo così se non avessimo studiato gli autori del passato. Credo suoneremmo in modo piuttosto banale.
Studiare l'articolazione e il fraseggio e il linguaggio della musica rinascimentale, barocca o classica è per me fondamentale, per poter essere un musicista completo e per poter suonare bene qualsiasi tipo di musica. E poi l'ascolto.....è fondamentale! La nostra musica ha le radici nel passato.....e senza radici un albero non sopravvive...
Però un albero ha pure bisogno di luce e per la nostra musica la luce arriva da altri generi come il blues il jazz che oggi hanno contaminato molto la musica contemporanea (i brani di Clarice Assad ne sono l'esempio!). Ritengo importante che un musicista conosca per lo meno un po' di jazz per poter suonare bene la musica di oggi.

L: Assolutamente d’accordo!


Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc? Inoltre, si sente spesso parlare di improvvisazione, a volte di improvvisazione aleatoria nell’ambito della musica contemporanea a volte confondendola con l’azione e il gioco della casualità come per Cage … e lo stesso Derek Bailey ci teneva a distinguere tra chi suona improvvisando e chi suona musica improvvisata … voi improvvisate? E come?

P: l'improvvisazione ha delle regole e va studiata bene tanto quanto un brano accademico. Poi chi improvvisa è libero di esprimere al momento una propria idea, ma un musicista che improvvisa deve sapere cosa sta facendo, non può suonare a caso.
Un jazzista bravo improvvisa sempre su scale e arpeggi che studia quotidianamente.
Noi non siamo jazzisti e improvvisare, almeno per quel che riguarda me, è una cosa che succede molto raramente, più che altro perchè non credo di essere un buon improvvisatore.

L: senza entrare troppo in un argomento che conosco poco dico soltanto che tutto quello che suoniamo è studiato e provato a tavolino, l’improvvisazione è un aspetto importante della musica che deve essere approfonditamente studiato, mai lasciato al caso e tipico di una musica diversa da quella che facciamo. Certo, se un domani gusti e generi musicali si avvicineranno ulteriormente, come già sta accadendo tra jazz e classica, chissà, sicuramente nelle composizioni “accademiche” l’improvvisazione non può trovare campo aperto.

Come vedete la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? A volte ho la sensazione che la possibilità di scaricare tutto, qualunque cosa da internet gratis abbia creato una frattura all’interno del desiderio di musica, una sorta di banalizzazione: insomma dov’è la spinta per un musicista a incidere un disco che con pochi euro riesci da solo a registrare e stampare quello che vuoi e chiunque può farlo? Alla fine diventa quasi un gesto quotidiano che si perde in un mare di download dove scegliere diventa impossibile … stiamo entrando in un epoca radicalmente diversa da quella che abbiamo vissuto finora? Come poter scegliere?

P: il mercato discografico è diventato un disastro. Oggi si scarica ogni cosa, ma credo che la spinta di un musicista a incidere un disco arrivi dal desiderio di produrre un lavoro che abbia una certa valenza artistica, indipendentemente dal mercato in cui finirà quel CD.

L: anche questo argomento non può essere affrontato senza almeno una premessa: verissimo che oggi la musica la si può trovare ovunque e a poco prezzo, ma è un male questo? Il vero male non sta nel fatto che la musica ha trovato grazie al supporto digitale nuovi spazi dove collocarsi, bensì nel fatto che i ragazzi che hanno accesso a tali disponibilità non hanno la preparazione musicale adeguata per riconoscere ciò che vale da ciò che è solo spazzatura musicale. Chiunque può e deve essere libero di fare musica, registrarsi, caricare i propri video o file audio sul web, ma se la gente fosse preparata ad essere critica, la scrematura e, quindi, un ritorno alla NON banalizzazione di questa bellissima arte, avverrebbe da sé.

Parliamo di marketing. Quanto pensate che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

P: Beh...direi importantissimo, visto che nessuno decide di promuovere giovani musicisti sconosciuti. Provate a contattare una società di management per artisti....io l'ho fatto e non ho mai ricevuto risposta. Purtroppo se non sei nessuno e se non garantisci un guadagno, non avrai nessuno che ti appoggerà e promuoverà il tuo progetto, e la nostra musica non ha di sicuro prospettive di guadagno.
Quindi non resta che contattare radio, festivals e risviste promuovendosi da sé.
Lo dico per esperienza personale.

L: fondamentale. Per citare una frase non mia: “Se vuoi le cose fatte bene fattele da solo!” Estremismi a parte, soprattutto per una musica come la nostra che rischia di essere snobbata sia dai grossi circuiti di marketing poiché non commerciale, sia dal mondo “accademico” poiché non propriamente facente parte dei suoi rigidi canoni, l’auto-promuoversi diventa letteralmente essenziale.


continua domani
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