martedì 22 giugno 2010

Intervista a Marco Pavin, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato? Qual è il suo background musicale?


Anche la risposta è classica…Da bambino avevo un amico che sapeva fare qualche accordo con la chitarra, ne rimasi affascinato e per la promozione chiesi ai miei genitori di regalarmene una: costava 12.000 lire… Ritengo non sia stata una cosa casuale. La chitarra è il mio strumento e non vorrei suonare altro. Per me l’amore per chitarra classica ed elettrica è stato parallelo. Ho compiuto gli studi classici ma ho sempre suonato anche l’elettrica per conto mio. In questo senso mi potrei definire un polistrumentista, ma delle 6 corde.
Il mio primo approccio musicale è stato con il jazz. In casa c’erano diversi dischi di be-bop (Charlie Parker soprattutto). Successivamente ho scoperto la musica classica.
Il mio background musicale? Ascolto veramente di tutto. Mi interessano tutte le novità, ma nutro uguale interesse anche per la musica antica, e vedo spesso affinità tra quest’ultima e l’avanguardia musicale. Un posto di rilievo lo occupano Jazz e improvvisazione. Ultimamente anche il rock.


Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosci maggiormente? Il suo disco Electric Dream guarda palesemente verso forme musicali di stampo americano e newyorkese, in particolare verso il minimalismo …


Compiendo i miei studi al conservatorio, ed essendo la chitarra uno strumento molto proiettato verso il repertorio moderno e contemporaneo, non mi è stato difficile avvicinarmi alle correnti di avanguardia, che poi ho approfondito per conto mio. Nella musica e nell’arte in generale sono sempre stato attratto dalla modernità e dalla novità, forse anche grazie al background di studi scientifici che ho alle spalle. Ho esplorato in tutti questi anni diverse correnti stilistiche, e mi è difficile stabilire in quali mi riconosco. Posso senz’altro dire che la musica di Ligeti (che non ha scritto per chitarra) è per me un riferimento, ed ha in effetti a modo suo un approccio “minimale”. Per quanto riguarda il minimalismo americano, mi interessano sia l’approccio di Reich che quello di Glass, totalmente differenti. Non è un caso che un chitarrista elettrico di musica contemporanea guardi a occidente… negli Stati Uniti la chitarra elettrica ha avuto da sempre un ruolo di primo piano, e così è stato anche in ambito colto. Lì da molti anni è normale includere questo strumento negli organici di musica “seria”, mentre qui in Italia c’è ancora chi vede la cosa con diffidenza o storce il naso…

So che lei ha suonato con due compositori come Scott Johnson e Tim Brady, molto attenti alla presenza della chitarra elettrica nelle loro musiche e loro stessi chitarristi, come si è trovato con questi due musicisti?


Scott Johnson è un buon amico e condivide con me anche la passione per la montagna… Ci siamo visti diverse volte a New York, e nel 2008 a Padova abbiamo suonato in anteprima il suo pezzo per due chitarre elettriche Bowery Haunt, presente nel nuovo disco di Scott. E’ un compositore eccellente. Precursore di un certo tipo di minimalismo basato sull’imitazione della parola umana, ha in seguito sviluppato un linguaggio tutto suo, lontano da qualsiasi tipo di codifica accademica ma pur estremamente colto, risente molto del rock e trae spunti addirittura da semplice musica commerciale! Mi ricorda a volte Frank Zappa, altro mio grande amore.
Sono in costante contatto con Tim Brady, anche se non ho ancora avuto ancora modo di incontrarlo personalmente. Essendo anche un grande performer, le sue composizioni suonano stupendamente sulla chitarra elettrica. Ha scritto pagine veramente superbe e geniali, soprattutto ammiro le sue composizioni per chitarra sola. Eseguo regolarmente nei miei concerti suoi pezzi, che compariranno anche nel mio prossimo CD.
Scott e Tim hanno anche in comune due grandi qualità, che sono la semplicità e la modestia.

In Storia del Tango su Evaristo Carriego Borges parla della natura rissosa del tango con queste parole “..io direi che il tango e la milonga esprimono in maniera immediata qualcosa che molte volte i poeti hanno voluto dire con parole: la convinzione che combattere possa essere una festa…” al di là del gioco poetico nascosto nelle parole di Borges, lei come sente il Tango? Che rapporto ha con le musiche di Astor Piazzolla?


Borges mi piace molto ma in questo caso fatico a seguirlo. Da sempre amo il nuovo tango argentino di Piazzolla e lo suono anche spesso. Ho avuto modo di approfondirlo con il chitarrista uruguayano Betho Davezac. E’ un genere musicale che sento molto mio. Per quanto mi riguarda, la musica di Piazzolla non ha molto di “festoso”; esprime piuttosto un sentimento di angoscia e rassegnazione, ma anche di lucida coscienza. Nel tango argentino vedo l’uomo che, solo con se stesso, fa i conti con il significato della propria esistenza.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Come chitarrista lei quanto ritiene ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?


Berlioz aveva ragione, perché la chitarra è uno strumento veramente complesso! Anni fa ho avuto modo di parlare con il grande compositore ungherese Ferenc Farkas, il quale mi disse che, per comporre la sua Sonata per chitarra, aveva dovuto noleggiarne una e provare fisicamente su di essa le posizioni! Per non parlare poi delle infinite sfumature timbriche… il tutto elevato al quadrato se si parla di chitarra elettrica.
Bisogna riconoscere che dal ‘900 in poi le cose sono cambiate e molti grandi compositori hanno scritto per chitarra. Attualmente il pericolo potrebbe essere proprio quello di relegarla, cosa che in parte succede, al limbo degli affezionati delle 6 corde, cioè musica scritta da chitarristi per suonare bene sulla chitarra ed essere a sua volta ascoltata da chitarrofili. Pensiamo ai ripetitivi programmi da concerto di molti chitarristi classici… E’ necessario invece che la chitarra, anche quella elettrica, entri finalmente nel DNA dei compositori colti. Ma soprattutto che la “musica” entri nel DNA dei chitarristi.

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