giovedì 7 ottobre 2010

IL CANTO DEL GABBIANO NORVEGESE gli anni classici di Terje Rypdal di Alessandro Monti, terza parte



Ma quel suo tipico approccio rock non é proprio definibile e porta il jazz altrove: nella sua prima prova ufficiale per ECM “Terje Rypdal” (1971) la musica si fa raffinata e l'orchestrazione quasi sinfonica, echi dei grandi compositori nordici si intersecano con le atmosfere Davisiane di In A Silent Way & Bitches Brew, dischi influenti e imprescindibili ieri e oggi. A colpire però sono proprio quelle atmosfere aeree create dall'oboe e dall'archetto del contrabbasso che colorano in modo impressionistico una tavolozza ricchissima di sfumature. Il medley iniziale di “Keep It Like That – Tight” é il manifesto di quella musica nuova e suggestiva fatta di colori pastello tenui ma anche di impennate elettriche inaspettate. Se da un lato gli strumenti usati (soprattutto il sax di Garbarek e il Rhodes di Bobo Stenson) fanno vagamente pensare a certe atmosfere alla Weather Report, la musica resta sempre molto personale e non scade nemmeno per un attimo in quel jazz-rock di maniera che tanto andava di moda in quel momento. Il senso della “spazialità” é la caratteristica più evidente della musica di Terje Rypdal, ancora fresca e non inflazionata da quel noioso suono ECM (un po' prefabbricato) che invaderà in modo artificioso ogni registrazione dell'etichetta tedesca. Si ha una sensazione di infinito, quasi un perdersi in un orizzonte lontano... e “Lontano II” appunto é la continuazione della prima composizione apparsa su Sart mentre i riferimenti al mondo amato del rock contemporaneo sono evidenti in “Electric Fantasy” dove l'uso della voce femminile e l'arrangiamento generale ricordano molto “Formentera Lady”, brano contemporaneo dei King Crimson (Islands, 1971). Nel corso di questo primo album le parti solistiche della chitarra sono talmente equilibrate ed essenziali da far pensare ad un lavoro d'ensemble e non al primo disco solista di un chitarrista; l'ego sembra stemperarsi con grande intelligenza nel suono generale. Ma il riff roccheggiante di “Tough Enough” alla fine (spesso usato da Rypdal come bis in concerto) é troppo bello per essere vero e chiude magnificamente una prova davvero esemplare, che pur continuando il linguaggio iniziato con il gruppo di Garbarek approda in territori nuovi. Inoltre nel corso del disco si assiste alla nascita del nuovo stile embrionale di Rypdal, quelle caratteristiche note lunghe e intense che hanno l'effetto di urla di gabbiani in volo, un suono molto evocativo: i suoi interventi da secchi e rapidi diventano gradualmente dilatati e sostenuti.
Ma la vera evoluzione si ascolta nella stupenda serie di dischi successivi: “What Comes After”, “Whenever I Seem To Be Far Away”, il doppio “Odyssey”, questo gruppo di dischi chiude il periodo della formazione stilistica di Rypdal e costituisce un vero e proprio tesoro chitarristico. Nel frattempo Terje Rypdal é uno dei più richiesti solisti nei vari ambiti di confine tra il jazz e il rock, partecipa ad innumerevoli incisioni (spesso live) inserendosi in ensembles molto diversi; degni di nota sono soprattutto il bellissimo doppio “New Violin Summit” (Basf/MPS 1971) diretto da Jean Luc Ponty con Don "Sugar cane" Harris e Robert Wyatt (appena uscito dai Soft Machine) dove appare un suo brano inedito di musica spaziale “Horizons”, assieme ad un gran bel disco solo di Don Sugarcane Harris “Got The Blues” (sempre su Basf 1971), partecipa inoltre ad un concerto per orchestra e gruppo con musiche di Krzystof Penderecki e brani di Don Cherry “Actions” (Wergo 1971) oltre ad un esperimento tutto norvegese “Popofoni” (Sonet 1971), per il quale scrive il brano "Episode" dalle atmosfere quasi Braxtoniane accompagnato dal quintetto di Garbarek al completo. Nello stesso anno di una bella collaborazione con il gruppo di John Surman “Morning Glory” (Island 1973) esce “What Comes After” (ECM 1973): é il secondo vero album a suo nome registrato assieme ad una formazione quasi del tutto rinnovata: olre a Rypdal (chitarre e flauti), ci sono Barre Phillips al contrabbasso, Erik Niord Larsen all'oboe e corno inglese, il fido Jon Christensen alle percussioni e all'organo, più un bassisita elettrico aggiunto Sveinung Hovensjø. Una diversa formazione a due bassi (uno acustico, l'altro elettrico) era già stata sperimentata nel suo primo album e aveva dato degli eccellenti risultati, ma sicuramente non si potevano intuire i luminosi sviluppi di questo disco; "cosa viene dopo" dice il titolo, ed effettivamente la sensazione che si riceve dall'ascolto é ancora di una musica proiettata nel futuro, quel "dopo" era effettivamente un dopo in senso immediatamente successivo al primo Lp, ma anche un dopo astratto che poteva essere un'ipotetico futuro del jazz elettrico. La sua strada sonora comunque (rappresentata anche sulla copertina), in un momento particolarmente denso di grandi uscite discografiche come i primi anni 70, sembra unica ed originale. Il disco é da ricordare come uno degli episodi più riusciti di un chitarrista e ha avuto, a mio parere, lo stesso impatto dei primi lavori di John McLaughlin o Larry Coryell, con la differenza che qui non si punta sulla velocità estrema o su prodigi tecnici (per quanto, in entrambi i casi, uniti ad una geniale abilità), ma ad una ricerca di atmosfere completamente dversa: qui lo spazio sonoro e il silenzio sono elementi da esplorare.

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