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lunedì 30 settembre 2013

Royal Albert Hall London May 2-3-5-6 2005 Cream!



Scriveva Riccardo Bertoncelli nel suo libro Paesaggi Immaginari a proposito dei Cream "Non sento comunque in giro una grande nostalgia dei Cream e dunque va bene così". L'articolo era del 1995  e effettivamente all'epoca il mito del power trio britannico si era un po' appannato, poco male faceva parte del gioco. 
Rispetto a molti altri illustri colleghi deceduti o sopravvissuti i signori Ginger Baker, Jack Bruce e Eric Clapton erano un po' sotto tono e non c'era nell'aria nessuna news per una possibile reunion, salvo una fugace apparizione per la consacrazione nel 1993 con tre brani tre di numero per la Rock and Roll Hall of Fame. Poi più nulla, un pregevole cofanetto commemorativo nel 1997 "Those Were the Days" e basta. E come scriveva Bertoncelli per i Cream nessuna nostalgia, come mai?
I Cream sono stati una creatura particolare, un power trio, un mostro mitologico con pochi uguali nel panorama del rock, forse come loro solo i Police. Non erano come gli Experience di Jimi Hendrix, erano tre musicisti di pari valore, tre mostri in grado di gestire ciascuno una ottima carriera musicale individuale o di essere a capo comunque di un gruppo di successo, tre caratteri diversi, tre ego musicali e tre personalità a dir poco esplosive. Miracolo fu già riuscire a metterli assieme visto la palese antipatia reciprocata tra Bruce e Baker, mentre Clapton (che all'epoca incassava già tributi divini sui muri della swinging London) non era ne farina per fare ostie ne la figura del paciere e pacificatore. Una manciata di dischi anomali, in un momento in cui il rock era intriso delle psichedelia hendirxiana e londinese, mentre loro erano alla ricerca di una sintesi raffinatamente britannica tra soul, jazz, blues per generare un nuovo progressive e Clapton sfoderava un suono saturo ma non distorto che lo metteva come diretto concorrente in lizza contro il Jimi astronomico di Third Stone from the Sun.
La loro una parabola brillante, la loro una fine rapida, quasi un coitus interruptus quando c'era ancora molto da dire, da fare, da suonare.
Poi nel 2005 il rientro nelle scene, con tre serate alla Royal Albert Hall registrate in un DVD e un doppio cd. La domanda è ovvia, ne valeva la pena? Sì credo di sì e per vari motivi. Prima di tutto la torrenziale ovazione con cuii i tre sono stati accolti dal pubblico, secondo per la qualità e la passione musicale infusa.
Una reunion vera, nessun nuovo triste disco da promuovere, solo tre, quattro serate per far capire che anche si si hanno superati i 60 anni ci sono ancora molte cose da dire e da suonare. Perchè, cari amici che mi leggete, la verità è che un vero musicista è come il buon whisky: migliora invecchiando con l'età.
Clapton, Bruce e Baker sono invecchiati bene, o meglio, sono riusciti a sopravvivere a una esistenza edonistica che avrebbe steso un elefante, a dolori, tragedie, tristezze. Non si sono fatti mancare nulla, sono sempre riusciti a risalire la china, perché la musica è la loro grande forza e essa si sono sempre disperatamente, tenacemente, ciecamente attaccati sapendo che in essa potevano trovare conforto, rifugio, risposte ai loro guai.
Se provate ad ascoltare il doppio cd vi renderete conto di non solo quanto sono ancora bravi, ma di quanto sono nettamente migliorati rispetto a 45 anni fa. Clapton è riuscito a venire a patti coi suoi demoni, canto con la voce sicura, scura e decisa del bluesman che tanto ha vissuto e lasciato vivere e ha imparato a vivere, Baker continua a tessere trame poliritmiche intricate a sostegno anche del basso potente di Jack Bruce che dopo 50 anni continua a dimostrare di essere uno dei pochi bassisti fretless al mondo in grado di affrancarsi dal modello di Jaco Pastorius.
Ci danno dentro, cavalcano senza esitazione quelle lunghe esplorazioni e improvvisazioni musicali che alla fine rimangono uno dei loro migliori marchi di fabbrica, assieme a quel suono pastoso e carico, pura vertigine elettrica, pura gioia rock.
Si arriva alla fine e se ne chiede ancora, nel doppio cd in pratica ci sono tutti i loro brani più belli rendendo superfluo qualsiasi best of. Ma non ce n'è, Tre serate e basta, chi c'è c'è e chi non c'è non c'è, perché gli uomini sono tali e antipatie, rancori fanno in fretta ad affiorare e a tornare una volta che la magia delle note è diventata pulviscolo nell'aria e che gli strumenti sono tornati nelle custodie.
Viva i Cream! Viva Clapton! Viva Baker! Viva Bruce! Il re è morto .. viva il re!

giovedì 12 settembre 2013

Video: Eric Clapton & Wynton Marsalis - Layla

Recensione di Wynton Marsalis & Eric Clapton Play the Blues - Live from Jazz at Lincoln Center, Rhino, 2011



Che strana coppia questi due. Che ci fa un principino saccente del jazz come il caro Wynton con una vecchia volpe del blues e del rock Sua Divinità Eric Clapton?
Quando era uscito avevo un po' snobbato questo disco, conoscevo Wynton, eccellente musicista, ottimo insegnante di conservatorio, grande tecnica, bello anche il suo libro "Come il Jazz può cambiarti la vita", ma non lo apprezzavo molto ... troppo perfettino per i miei gusti. Il vecchio Clap invece è una vecchia conoscenza, uno dei mie caposaldi, ho consumato due dischi come Layla and other assorted love songs e Just one night, uno dei più bei live di ogni tempi, grande musicista e grande uomo, vi consiglio la sua autobiografia.
Insomma non mi sembrava gran che .. forse temevo il solito ritorno sbiadito del chitarrista vintage... insomma non l'ho preso e me ne sono dimenticato. Ero convinto che il vecchio Clap avesse dato il meglio di sé e .. non volevo sporcarmi il ricordo.
Ma si sa come sono fatti i dischi ... si fanno ascoltare quando decidono loro, mica quando vogliamo noi. E così quando l'altro giorno ha fatto capolino nell'angolo dei cd usati del mio negozio preferito ... non l'ho preso. Sì l'ho lasciato lì e ho preso American Garage di Pat Metheny. Poi alla sera c'ho ripensato. Sono andato su youtube e ho ascoltato un paio di brani e .. il giorno dopo ero di nuovo nel negozio sperando che non l'avessero comprato e era ancora lì .. si vede che aveva deciso che dovevo ascoltarlo io.
Allora .. è un gran disco. Il titolo è Play the Blues, ma qui vale come swing, jazz anni 30, ricorda quel disco, Jazz di Ry Cooder. Sembra di fare un salto temporale, ti aspetti di vedere il sorriso di Louis Armstrong saltare fuori da qualche parte, mentre la band di Marsalis suona brani usciti dalle pagine di storia del blues.
L'unico brano di Clapton è Layla, suonato per esplicita richiesta del contrabbassista Carlo Enriquez e arrangiata in modo magistrale, non avevo mai particolarmente amato la versione unplugged di questo brano e trovo che questa versione le rende invece giustizia, Clapton suona e canta in tutti i brani, con giusto equilibrio e moderazione con come se fosse la star che è ma semplicemente uno della band. Fa i suoi assoli, tutti precisi e perfetti senza strafare, con la tranquilla consapevolezza di chi, alla sua età e dopo la sua storia, non nulla da dimostrare, molto da insegnare e ancora tanto da imparare e da divertirsi. Insomma se la gode alla grande e per una volta lo si può ascoltare suonare in compagnia di due Gibson, una 335 e una L5, credo, a giudicare dalla foto nella copertina posteriore del cd, niente Stratocaster.
Grand disco di gran musica, mi ha fatto cambiare idea su Wynton Masalis, è davvero bravo e un grand band leader, registrazione perfetta!

sabato 30 marzo 2013