giovedì 23 settembre 2010

Christian Fennesz: la chitarra è “glitch”, quarta parte


Quattro anni dopo "Endless Summer", Fennesz torna a misurarsi sulla lunga distanza con ''Venice'' (Touch, 2005). Nel momento in cui la strada e definitivamente aperta verso il pieno dispiegamento della forza comunicativa di un suo no che nel corso del tempo si e fatto via via meno oscuro, senza tuttavia dover rinunciare alle proprie caratteristiche fondanti, il compositore austriaco propone ai suoi ascoltatori un'opera ambiziosa e polisemica, centrata sul richiamo al ricordo ed alla memoria, associati al suono nell'opera di disvelamento di ciò che è nascosto nella profondità degli oggetti e delle immagini. C'e chi ha paragonato l'esperienza dell'ascolto di "Venice" a quella della visione di alcuni studi della luce e degli effetti dell'atmosfera di Monet: più lo sguardo rimane fisso sulla tela, più i colori cominciano a vibrare e le forme tremolano tra l'astratto ed il figurato. La mancanza di sostrato ritmico accentua questa impressione, nel momento in cui il suo no, svincolatosi dalla dimensione materica, sembra quasi poter galleggiare tra il concreto ed il liquefatto, come una chimera all'orizzonte. Una poetica del ricordo che trova alimento in atmosfere più compassate, cupe e cariche rispetto ad "Endless Summer": alla gioia malinconica che passa per la rievocazione nostalgica di un'epoca si sostituisce l'ambizione concettuale celata da un soundscape inquieto, che trova espressione ambigua nelle parole di David Sylvian in Transit ("To wonder why of Europe / Say your goodbyes to Europe / Swallow the lie of Europe / Our shared history dies with Europe").




E' una tensione che trova spazio gia con l'opening track Rivers Of Sand, permeata di textures oscillanti tra effetti di basso e feedback liquidi, in un caleo che conferisce al brano una concretezza quasi visiva, mentre Chateau Rouge rimanda ai procedimenti decostruttivi perfezionati negli album precedenti, nella sovrapposizione di striature noise e variazioni di ineffabili melodie d'organo. In City of Light, il domini e visivo cala su un paesaggio dronico plumbeo con un approccio quasi isolazionista, Onsra e un'entree per il piatto forte Circassian, scritta e suonata insieme a Burkhard Stangl, magniloquente sonata fatta di roboanti reverberi e smisurate risonanze, in un muro di suo no di devastante potenza armonica.
"Venice" chiude un capitola affascinante e forse irrisolto nella produzione del musicista viennese, nella coesistenza di oscillazioni e suggestioni divergenti, naturale approdo di un percorso "radicale" di sperimentazione come quello concluso con "Endless Summer". Se "Endless Summer" si snodava nell' estasi del ricordo e nell'immersione sentimentale nel passato, con "Venice" (2004) il discorso e portato di nuovo sulla questione del conflitto tra texture digitale e magma inquieto che ribolle al di sotto, questione affrontata in diversi modi da tutti i musicisti trattati in questo capitolo. Contrapposta alle solari visioni di "Endless Summer" sta la decadenza di "Venice", malattia che corrode lentamente ma con costanza le levigate superfici del sogno digitale: non la Venezia ritratta nelle superfici vibranti di luce di Turner, dunque, ma quella popolata di fantasmi e ombre della narrazione di Proust, che e soprattutto luogo mentale ed emotivo trasponibile in altri luoghi lontani: e a Combray che Proust sogna Venezia, e una volta a Venezia ripensa a Combray. In maniera simile, per Fennesz il riferimento a Venezia non avviene a livello puramente descrittivo e non tutte le tracce di "Venice" si riferiscono ad essa: in quanto luogo di decadenza e di pareti che si scrostano, L'idea di Venezia si espande fino a diventare metafora di un suono digitale che va morendo e di tutta la nostalgia associata alla perdita di qualcosa con cui siamo stati a stretto contatto per lungo tempo.
Nei due anni successivi, Fennesz avrà modo di realizzare due lavori in collaborazione con Ryuichi Sakamoto: "Sala Santa Cecilia" [Touch, 2005], breve (19 minuti) testimonianza di una performance live tenutasi al Romaeuropa festival del 2004 e soprattutto "Cendre" [Touch, 2007], nel quale finezza strumentale e texture ambientali si incalzano in un circolo assai suggestivo, dove le trame astratte di Christian Fennesz impreziosiscono gli algidi fraseggi di piano in un equilibrio sottile quasi miracoloso, come negli spettrali gorgheggi cageani di Oto nel mood sospeso di Trace.
continua domani
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