giovedì 30 settembre 2010

Intervista con Giacomo Parimbelli, terza parte

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Sì, il problema della globalizzazione cronologica, è un grande rischio. Nelle edicole troviamo i quotidiani con le collezioni dei dinosauri. L'attuale reale ed il paleolitico virtuale insieme! Dopo tutto oggi nel 2010, in un'ora possiamo suonare musiche di diversi secoli e fare della chitarra una mostruosa macchina del tempo. Forse allora oggi ha più senso specializzarsi su un 'epoca, per serietà interpretativa, per quanto ho percepito che all'inzio dei concerti il colore della musica antica è fondamentale per “pulire le orecchie dell'ascoltatore”. Ad ogni modo, l'interprete che ha sensibilità musicale riesce a trovare i colori diversi per ogni secolo cui s'appresta a suonare.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? A volte ho la sensazione che la possibilità di scaricare tutto, qualunque cosa da internet gratis abbia creato una frattura all’interno del desiderio di musica, una sorta di banalizzazione: insomma dov’è la spinta per un musicista a incidere un disco che con pochi euro riesci da solo a registrare e stampare quello che vuoi e chiunque può farlo? Alla fine diventa quasi un gesto quotidiano che si perde in un mare di downloand dove scegliere diventa impossibile … stiamo entrando in un epoca radicalmente diversa da quella che abbiamo vissuto finora? Come poter scegliere?

La mia formazione è avvenuta lontano da spartiti pdf, musiche in mp3, internet e via dicendo, eppure ha tenuto. Anzi mi è stata di grande aiuto, specie quando oggi cerco un libro od uno sparito nella mia biblioteca e posso ritrovarvi i segni a lapis o metterne di nuovi.
Solo chi ha vistitato “de visu” gli Uffizi a Firenze, non potrà mai comprendere od accettare una visione a cristalli liquidi dei medesimi. Io provengo dall'epoca cartacea ed ora volgo in quella multimediale, che apprezzo perchè ho avuto tangenza e conoscenza della precedente. Non sarebbe così se avessi la sola esperienza di una formazione “a pdf , cd e chiavette”. Oggi si può invece ben utilizzare questo fantastico potenziale tecnologico per salvare dalla polvere la mole cartacea e divulgarla più velocemente.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con sé... i classici cinque dischi per l‘isola deserta...

Più che cinque dischi segnalerei cinque autori: Vivaldi, Bach, Mozart, Tarrega e il quinto lo metta di conseguenza il lettore.

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Anche qui segnalerei cinque filoni: 1) le opere di Heitor Villa Lobos ( semplicemente la Suite Populaire); 2) le opere per liuto di Bach trascritte per chitarra; 3) le opere di Tarrega e del suo allievo Llobet; 4) le opere del filone sudamericano novecentesco che fa capo a Barrios ; 5) le opere del filone italiano novecentescoo che fa capo a Benevenuto Terzi.
A questi filoni sottintendo una buona e solida conoscenza dei Sor, Aguado, Carulli, Giuliani, Carcassi, Legnani, Mertz: insomma il miglior ottocento possibile.


Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Dice bene lei, quel “dopo anni di studio” che non equivale ad essere già musicista: ovvero direi che prima di quel prefisso M.°, si devono spostare molte sedie nelle sale da concerto per il proprio pubblico, per non correre il rischio di contarle ( vuote ) dal palco.
Io di sedie ne ho spostate molte per il mio pubblico e continuerò a farlo perchè lo rispetto e penso che salire su un palco sia un gesto ed un dono inseme da svolgere con umiltà e maestria. E poi la cosa più importante è che questa strada non la si decide “tuot curt”, pur a volte volendola strenuamente, perchè non è il solo fatto di suonare a comportare la difinizione di musicista. Si tratta invece di tutto uno stile di vita, quello del musicista ( ho visto credibili maestri andare al bar dopo i loro concerti e chiedere al barista di togliere quei sottofondi sonori durante il caffè o la bibita; altri invece - molto dubbi – non farci nemmeno caso a queste finte ma fondamentali piccolezze ( = inquinamento sonoro ).
Oggi dire musicista è troppo generico: un tempo questa parola era omnicomprensiva. Il musicista sapeva comporre, suonare, costruire strumenti, fare ricerche musicologiche, organizzare concerti, essere nella cultura. Insomma io il musicista di oggi lo vedrei un po' così, con in cuor suo il principio di un po' tutte queste cose insieme, e tra queste però, una che eccelle in modo particolare e peculiare. Pertanto anche liutai, secondo questa accezzione, è un musicista perchè concorre in modo deferminante, con la costruzione del suo strumento, alla riuscita di un concerto.
continua domani
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