Di quel periodo Shankar conserva un ricordo assai poco mitico e al di là dell'effimera piacevolezza della fama raggiunta ammette di essere andato a vicino a perdere la testa, cosa che non è avvenuta soltanto grazie alla già considerevole esperienza di vita e professionale maturata negli anni Cinquanta in Europa. I giudizi sui "colleghi" dell'epoca dimostrano l'appartenenza a una cultura e a una spiritualità che, per quanto la si voglia rendere vicina, non è comunque la nostra.
Uno per tutti valga il parere su jimi Hendrix: «Ha un talento straordinario, ma non apprezzo quei gesti osceni che fa in coppia con la sua chitarra, il fatto di darle fuoco alla fine del concerto dopo averla cosparsa di benzina. Mi è sembrato di vivere un incubo, sono rimasto profondamente colpito. Per me lo strumento con cui suono ha qualcosa di sacro, non potrei mai fare cose simili».
Shankar comprende ben presto che quel perverso intreccio tra ingenuità e spontaneità giovanile e interesse del “sistema” a tradurlo in dollaroni non poteva che condurre a una rapida fine di quell'esperienza. Consapevolmente sceglie allora di rinunciare ai concerti per oltre un anno e mezzo, si licenzia dal mondo del rock proprio mentre è all'apice della celebrità e torna a immergersi, con atto purificatorio, nella tradizione.
Non si tratta però, contro ogni aspettativa logica, di una chiusura del cerchio. La giovinezza e il periodo in cui è avvenuta la formazione umana e artistica di Shankar non sono state a senso unico e immediatamente sulla “retta via” come la sua immagine odierna può far pensare. Quando nasce a
Benares nel 1920, Robindra (questo il suo vero nome) è il più giovane di cinque fratelli e complice l'assenza colpevole del padre, che è piuttosto benestante ma non si occupa della famiglia, cresce non proprio nell'oro. Uday il fratello più anziano ha però un talento spiccato per la danza e si trasferisce ben presto in Europa, dove sviluppa uno stile personale e mette in piedi un corpo di ballo indiano che si esibisce con regolarità anche in America: per i tempi una vera attrazione esotica con tanto di strumenti "bizzarri" d'accompagnamento, come vengono allora definiti dal pubblico occidentale il sitar, il sarod, le tabla e quant'altro. Nel 1930 l'intera famiglia Shankar si trasferisce perciò a Parigi, ai tempi capitale artistica del mondo, con un viaggio in battello che tocca prima Brindisi e poi Venezia. Il giovanissimo Ravi entra a far parte nella troupe del fratello in qualità di ballerino e musicista, e si trova a viaggiare con regolarità al di qua e al di là dell'Atlantico. Sarà per la prima volta a New York nel 1932 dove ascolta Cab Calloway al Cotton Club. Ravi cresce in fretta e, oltre ad appassionarsi alle tradizioni artistiche della sua terra per il tramite di Uday, non ha difficoltà ad apprezzare le piacevolezze della bella vita mondana all'occidentale, tra un albergo a cinque stelle e l'altro. Una inarrestabile e inevitabile frenesia lo pervade durante tutta la sua fasce adolescenziale sino a quando, toccato dalle parole e dalla figura di Baba Allauddin Khan, non decide di mettersi nelle sue mani. Baba, figura quasi leggendaria della musica indiana, è un polistrumentista e un didatta di indubbio valore che nel 1935 si era unito per un anno alla compagnia di danza di Uday. Ma è anche un guru, e a lui il diciottenne Shankax decide di affidarsi per sette lunghi anni, a partire dal suo ritorno in India nel 1938. Un training durissimo e ascetico, al limite del fanatismo, che il tirannico Baba, morto ultracentenario nel 1972 e padre dei più volte citato Ali Akbar Khan, non fa nulla per alleviare. Ma Ravi lo ringrazìerà per sempre, per avergli ridonato in un certo senso la vita e reso chiara la via da percorrere.
Nella scuola di Baba a Mahiar, nell'India centrale, Ravi impara soprattutto che non si deve fare musìca per divertimento o per guadagno, bensì in quanto formidabile strumento di devozione e di conoscenza interiore, e un bravo musicista non è chi arriva a stupire il pubblico con il suo virtuosismo ma chi riesce a essere tutt'uno con il raga che sta eseguendo. Si tratta della continua ricerca di un’estasi perfetta che in realtà non si riesce mai a raggiungere ma che dev'essere lo scopo da perseguire se si vuole verosimilmente comprendere lo spirito della musica.
Dopo essersi forgiato al gharana di Baba, negli anni Quaranta Shankar si produce in concerti radiofonici, lavora insieme a compagnie teatrali di Bombay, compone musica per balletti. Poi nel 1949 si trasferisce a Nuova Delhi dove assume l'incarico di direttore musicale di All India Radio e compie nuove esperienze con una sorta di orchestra nazionale. In seguito ha modo di collaborare con il regista Satyajit Ray per il quale scrive e dirige varie colonne sonore, a cominciare da quella, composta in una notte davanti alle immagini che scorrevano, per il capolavoro Patber Panchali (1955), primo film indiano a raggiungere con successo le sale occidentali. Il rapporto con il cinema darà ancora frutti interessanti negli anni a venire, basti pensare alla sua partecipazione alle musiche di Chappaqua (1966) di Corirad Rooks, di I due mondi di Cbarly (1968) di Ralph Nelson, di Gandhi (1982) di Richard Attenborough e per quella piccola gemma del cinema d'animazione che è A Chairy Tale (1956) dei canadese Norman McLaren.
Il Shankar di oggi, come detto all'inizio, non pare aver intenzione di gettare la spugna, e più che godersi la pensione e guardare sonnacchioso all'orizzonte si preoccupa di allevare altre generazioni di artisti. Nel 2002 è infatti sorta a Delhi la Shankar Foundation, ospitata in un accogliente e ampio edificio, un po' archivio un po' centro di ricerca per accogliere studenti da allevare secondo i crismi della tradizione musicale indiana. Non è la prima volta che Shankar si preoccupa di restituire quello che ha ricevuto nella sua fortunata e non comune esistenza (nel 1962 aveva aperto la Kinnara Music School a Bombay, replicata a Los Angeles cinque anni dopo), ma in questa sua tenacia di continuare a dare e ricevere sino a quando i suoi dei glielo consentiranno non si può fare a meno di ammirare la profonda umanità e spiritualità di un artista che ha segnato profondamente le vicende della musica del Novecento al di là di qualsivoglia barriera stilistica.
Empedocle70
Cd consigliati:
- Ravi Shankar in Venice, Edelweiss 1991
- Ragas & Talas, Angel 1964
- LIVE: Ravi Shankar at the Monterey International Pop Festival, Angel 1967
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mercoledì 24 dicembre 2008
martedì 23 dicembre 2008
Ravi Shankar: ragas and talas parte seconda di Empedocle70
Il violinista Yéhudi Menuhin è probabilmente il primo artista di fama mondiale ad avvicinarsi a Shankar non in maniera superficiale e sulla spinta di un interesse che lo porta a mettersi in gioco su un piano paritario con le altre culture del mondo. Già nel 1952 Menuhin aveva avuto la possibilità di ascoltare in concerto Shankar a Nuova Delhi, ma alla coppia ci sarebbero voluti quattordici anni e il festival di Bath per poter far nascere l'occasione di prodursi in un duetto dal vivo. Un connubio segnato dai tre dischi di «West Meets East", un punto fermo nella storia dell'incrocio tra le culture, e foriero di altri incontri analoghi nei decenni successivi, dal Concertofor Sitar and Orchestra dei 1971 con André Previn ai Passages del 1990 con Philip Glass.
Però è stato l'avvicinamento al jazz il vero passo d'esordio, la prima collaborazione effettiva verificatasi tra Shankar e i musicisti occidentali. L’interesse in questo caso è reciproco e si spiega facilmente se si pensa alla grande importanza che l'improvvisazione riveste nella musica indiana. Shankar incontra dapprima il flautista Bud Shank, con il quale incide nel 1962 "Improvisations", poi il batterista Buddy Rich. Infine, dopo aver dato lezioni a Don Ellis, non può fare a meno di incrociare lo sguardo di John Coltrane. Shankar rimane assai colpito e turbato dal sassofonista, avverte il grido di dolore che fuoriesce dalle sue performance, si rende conto di avere di fronte un'anima inquieta e tormentata. John è in piena fase mistica, ha abbandonato le droghe, è divenuto vegetariano, si interessa di yoga, legge testi sacri indiani. A Shankar fa domande sulle scale dei raga, sul modo in cui gli esecutori indiani concepiscono l'improvvisazione. Nel 1967 pianificano di annullare tutti i loro impegni per sei settimane e di ritrovarsi a Los Angeles per approfondire la loro conoscenza e parlare di musica. Ma a quell'appuntamento Coltrane, che ha dato a suo figlio, anche lui brillante sassofonista, il nome Ravi, non giungerà mai. Shankar continuerà a ricordarlo e a descriverlo come un essere umile e gentile, rammaricandosi non poco per quell'incontro mancato che chissà a quali idee e innovazioni avrebbe potuto dar luogo.
Ravi Shankar & Yehudi Menuhin-Prabhati
Alla metà degli anni Sessanta il sitarista indiano si impone definitivamente all'attenzione del mondo della (contro)cultura occidentale: l’attenzione della beat generation e del flower power per le filosofie orientali e l'India in particolare contribuisce a rendere Shankar un’icona del movimento nel volgere di un lasso di tempo brevissimo. Fondamentalmente Shankar si ritrova a essere l'uomo giusto nel posto giusto in un'epoca assolutamente ricettiva verso il modello musical-esistenziale da lui veicolato. Egli in realtà non amava troppo e criticò spesso con parole dure il modo approssimativo con cui il suo paese veniva dipinto dalla cultura hippie, che fagocitava tantra, kamasutra, mantra, yoga, droghe e ammennicoli vari con disinvolta superficialitá (la propensione del periodo a considerare la droga come intimamente connessa alla cultura indiana lo mandava in bestia). Nel 1966 Shankar conosce George Harrison (che l'anno precedente aveva impiegato il sitar nella celeberrima Norwegian Wood giudicata da Shankar un brano «assolutamente spaventoso») a una riunione della Ayana Deva Angadi a Londra. E’ l’inizio di un’amicizia destinata a durare sino alla morte del chitarrista e nello stesso tempo l'avvio di una nuova era del pop. George che si stava appassionando alla filosofia e alla musica indiana, domanda a Shankar di istruirlo all'arte del sitar. Ravi è diretto come sempre e gli fa capire che non è esattamente come imparare a suonare la chitarra, e non basta avere un po’ di talento: Per il sitar ci vogliono anni e anni di disciplinata applicazione, l'esatto contrario di quell'approccio istintuale alla materia musicale che è la miglior caratteristica del rock.
In ogni caso quest'incontro segna il definitivo passaggio di Shankar allo status di star, testimoniato dalla sue esibizioni ai festival di Monterey (1967), Woodstock (1969) e al concerto per il Bangla Desh del 1971 organizzato dallo stesso Harrison con il contributo di Shankar, teatro anche di un gustoso episodio che rende bene l'idea approssimativa che i giovani occidentali, per quanto proprietari di una "coscienza allargata”, avevano all'epoca della musica indiana. Shankar e Ali Akbar Khan, che lo accompagnava nell'occasione, cercano l'accordatura dei loro rispettivi strumenti on stage prima di dare inizio all'esibizione. immancabile, al termine, scatta l'applauso entusiasta dei presenti. «Se apprezzate così tanto già l'accordatura spero vi piaccia ancora di più quando suoneremo» fu il commento tagliente di Ravi.
continua domani ....
Però è stato l'avvicinamento al jazz il vero passo d'esordio, la prima collaborazione effettiva verificatasi tra Shankar e i musicisti occidentali. L’interesse in questo caso è reciproco e si spiega facilmente se si pensa alla grande importanza che l'improvvisazione riveste nella musica indiana. Shankar incontra dapprima il flautista Bud Shank, con il quale incide nel 1962 "Improvisations", poi il batterista Buddy Rich. Infine, dopo aver dato lezioni a Don Ellis, non può fare a meno di incrociare lo sguardo di John Coltrane. Shankar rimane assai colpito e turbato dal sassofonista, avverte il grido di dolore che fuoriesce dalle sue performance, si rende conto di avere di fronte un'anima inquieta e tormentata. John è in piena fase mistica, ha abbandonato le droghe, è divenuto vegetariano, si interessa di yoga, legge testi sacri indiani. A Shankar fa domande sulle scale dei raga, sul modo in cui gli esecutori indiani concepiscono l'improvvisazione. Nel 1967 pianificano di annullare tutti i loro impegni per sei settimane e di ritrovarsi a Los Angeles per approfondire la loro conoscenza e parlare di musica. Ma a quell'appuntamento Coltrane, che ha dato a suo figlio, anche lui brillante sassofonista, il nome Ravi, non giungerà mai. Shankar continuerà a ricordarlo e a descriverlo come un essere umile e gentile, rammaricandosi non poco per quell'incontro mancato che chissà a quali idee e innovazioni avrebbe potuto dar luogo.
Ravi Shankar & Yehudi Menuhin-Prabhati
Alla metà degli anni Sessanta il sitarista indiano si impone definitivamente all'attenzione del mondo della (contro)cultura occidentale: l’attenzione della beat generation e del flower power per le filosofie orientali e l'India in particolare contribuisce a rendere Shankar un’icona del movimento nel volgere di un lasso di tempo brevissimo. Fondamentalmente Shankar si ritrova a essere l'uomo giusto nel posto giusto in un'epoca assolutamente ricettiva verso il modello musical-esistenziale da lui veicolato. Egli in realtà non amava troppo e criticò spesso con parole dure il modo approssimativo con cui il suo paese veniva dipinto dalla cultura hippie, che fagocitava tantra, kamasutra, mantra, yoga, droghe e ammennicoli vari con disinvolta superficialitá (la propensione del periodo a considerare la droga come intimamente connessa alla cultura indiana lo mandava in bestia). Nel 1966 Shankar conosce George Harrison (che l'anno precedente aveva impiegato il sitar nella celeberrima Norwegian Wood giudicata da Shankar un brano «assolutamente spaventoso») a una riunione della Ayana Deva Angadi a Londra. E’ l’inizio di un’amicizia destinata a durare sino alla morte del chitarrista e nello stesso tempo l'avvio di una nuova era del pop. George che si stava appassionando alla filosofia e alla musica indiana, domanda a Shankar di istruirlo all'arte del sitar. Ravi è diretto come sempre e gli fa capire che non è esattamente come imparare a suonare la chitarra, e non basta avere un po’ di talento: Per il sitar ci vogliono anni e anni di disciplinata applicazione, l'esatto contrario di quell'approccio istintuale alla materia musicale che è la miglior caratteristica del rock.
In ogni caso quest'incontro segna il definitivo passaggio di Shankar allo status di star, testimoniato dalla sue esibizioni ai festival di Monterey (1967), Woodstock (1969) e al concerto per il Bangla Desh del 1971 organizzato dallo stesso Harrison con il contributo di Shankar, teatro anche di un gustoso episodio che rende bene l'idea approssimativa che i giovani occidentali, per quanto proprietari di una "coscienza allargata”, avevano all'epoca della musica indiana. Shankar e Ali Akbar Khan, che lo accompagnava nell'occasione, cercano l'accordatura dei loro rispettivi strumenti on stage prima di dare inizio all'esibizione. immancabile, al termine, scatta l'applauso entusiasta dei presenti. «Se apprezzate così tanto già l'accordatura spero vi piaccia ancora di più quando suoneremo» fu il commento tagliente di Ravi.
continua domani ....
lunedì 22 dicembre 2008
Ravi Shankar: ragas and talas parte prima di Empedocle70
«Quando comincio a suonare un Raga, escludo tutto il mondo circostante e cerco di scavare nelle profondità del mio io. Dopo essermi isolato dall'esterno con controllo e concentrazione, varco la soglia del Raga con umiltà, rispetto e timore. Secondo me, un Raga è come un essere umano, ed è perciò necessario un lento processo per creare quell'intima unione tra musica e musicista.
Quando questa unione viene raggiunta, si creano una félicità ed un'estasi simili al momento supremo dell'atto d'amore o di adorazione".
"Nella musica classica indiana la parola 'composizione' ha un significato assai diverso da quella europea. Noi suoniamo con un vecchio sistema tradizionale. La forma melodica, il Raga, è una forma precisa, scientifica, sottile ed estetica. Esistono migliaia di Rágas, ognuno strettamente connesso ad un particolare momento del giorno o ad una stagione dell'anno. La durata è variabile, può essere di 5 come di 50 minuti, non esistono restrizioni. Dipende dalla situazione ambientale e dall'umore che il musicista avverte tra il pubblico. Scelgo sempre il Rága adatto all'occasione, e così rispondo al luogo e alla gente che ho intorno.
Una volta fissate determinate regole l'artista nel Ràga ha una libertà totale. Dentro la struttura di base, Alap, Jod, Gat, si può improvvisare a piacere... Nessuna cosa al mondo è più precisa e profonda del Rága indiano, disciplinato come un computer. Riflettendo su questo, l'occidente potrà comprendere meglio la nostra musica".
Ravi Shankar ‑ Venezia, aprile 1991 dal booklet del cd Ravi Shankar in Venice, Edelweiss 1991
Siano benedetti gli appassionati di musica e di live recordings, specie quelli di matrice britannica! Qualche giorno fa al ritorno dal lavoro ho trovato un prezioso pacchetto nella buca delle lettere con all’interno tre registrazioni live di Shankar, due delle quali dall’ultimo infinito tour del 2005 che, alla bella età di ottantacinque anni in compagnia della figlia Anoushka Shankar, anche lei al Sitar, Tanmoy Bose alle Tabla e Nick Abel e Peter McDonald alle Tambura, l’ha visto con entusiasmo giovanile e foga da rock band girare ogni angolo del mondo.
Anoushka Shankar - Concert for George (2003)
Da notare poi che non si era trattato di un tour d'addio alle scene, ma anzi di un altro increbibile atto di dedizione alla musica da parte di un artista che ancor oggi rimane un indispensabile punto di partenza per chiunque voglia penetrare i misteri della cultura musicale indostana, un’entità fondata sul raggiungimento di un perfetto equilibrio tra componenti fisiche, mentali, emotive e spirituali e con alla fine una morale interessante: l'influenza di Shankar è stata notevolmente più forte sulla musica occidentale che non sullo sviluppo della tradizione del suo paese. Quattro nomi celebri, Philp Glass, John Fahey, John Coltrane e George Harrison, sono la conferma palese dei fascino che Shankar ha saputo esercitare sul loro modo di intendere sia la vita sia l'universo dei suoni. Ma l'aver saputo incidere su personaggi così dissimili, ciascuno di essi principe di un genere musicale considerati, almeno sino agli anni Sessanta, agli antipodi tra loro come il minimalismo, l’avant folk, il jazz e il rock non può essere un semplice caso fortuito e conferma la personalità magnetica di Shankar e la sua visione musicale cosmopolita e aperta, elementi decisivi per la sua affermazione sulle scene internazionali. I critici e i musicologi indiani, in fondo gli unici a poter esprimere un giudizio compiuto e inappellabile sulle sue qualità artistiche, sono sempre stati unanimi nel ritenerlo sì un ottimo sitarista ma non il migliore in assoluto, titolo da suddividersi equamente tra gli scomparsi Vilayat Khan e Nikhil Banerjee, i quali hanno saputo introdurre innovazioni sia sul piano formale e stilistico sia nella meccanica stessa del sitar. Di Shankar, al contrario, si sottolinea piuttosto il purismo e l'ortodossia nell'approccio allo strumento, controbilanciato peraltro da un'innegabile tendenza a sperimentare nuove forme compositive (diversi raga oggi considerati dei classici sono di sua creazione). E saranno proprio queste ultime ad attirare in misura maggiore i musicisti occidentali dei più diversi ambiti, dando a Shankar l’investitura ufficiale di ambasciatore internazionale della musica indostana sin dagli anni Cinquanta, a partire da un tour sovietico del 1954 patrocinato da una missione culturale dello Stato indiano. L’anno seguente ha la possibilità di tenere concerti negli Usa ma inspiegabilmente vi rinuncia e il suo posto viene preso dal virtuoso di sarod Ali Akbar Khan che si esibisce a New York e in programmi televisivi oltre a registrare per la Emi. Pur non esistendo alcuna forma di rivalità tra i due, come testimonieranno in seguito molteplici prove discografiche comuni, Shankar si accorge presto dell'errore. Vi pone rimedio alla fine del 1956 allorché, in perfetta solitudine, intraprende un giro di concerti in Europa e America che suscitano forte interesse nel pubblico, come altrettanto riscuotono i suoi primi lp incisi nel 1957, il preludio a una carriera da front man che lo porterà d'ora in poi a girovagare senza sosta per il pianeta nei decenni a venire, anche se il legame con la propria terra non verrà mai meno e sarà continuamente riallacciato.
continua domani ....
Quando questa unione viene raggiunta, si creano una félicità ed un'estasi simili al momento supremo dell'atto d'amore o di adorazione".
"Nella musica classica indiana la parola 'composizione' ha un significato assai diverso da quella europea. Noi suoniamo con un vecchio sistema tradizionale. La forma melodica, il Raga, è una forma precisa, scientifica, sottile ed estetica. Esistono migliaia di Rágas, ognuno strettamente connesso ad un particolare momento del giorno o ad una stagione dell'anno. La durata è variabile, può essere di 5 come di 50 minuti, non esistono restrizioni. Dipende dalla situazione ambientale e dall'umore che il musicista avverte tra il pubblico. Scelgo sempre il Rága adatto all'occasione, e così rispondo al luogo e alla gente che ho intorno.
Una volta fissate determinate regole l'artista nel Ràga ha una libertà totale. Dentro la struttura di base, Alap, Jod, Gat, si può improvvisare a piacere... Nessuna cosa al mondo è più precisa e profonda del Rága indiano, disciplinato come un computer. Riflettendo su questo, l'occidente potrà comprendere meglio la nostra musica".
Ravi Shankar ‑ Venezia, aprile 1991 dal booklet del cd Ravi Shankar in Venice, Edelweiss 1991
Siano benedetti gli appassionati di musica e di live recordings, specie quelli di matrice britannica! Qualche giorno fa al ritorno dal lavoro ho trovato un prezioso pacchetto nella buca delle lettere con all’interno tre registrazioni live di Shankar, due delle quali dall’ultimo infinito tour del 2005 che, alla bella età di ottantacinque anni in compagnia della figlia Anoushka Shankar, anche lei al Sitar, Tanmoy Bose alle Tabla e Nick Abel e Peter McDonald alle Tambura, l’ha visto con entusiasmo giovanile e foga da rock band girare ogni angolo del mondo.
Anoushka Shankar - Concert for George (2003)
Da notare poi che non si era trattato di un tour d'addio alle scene, ma anzi di un altro increbibile atto di dedizione alla musica da parte di un artista che ancor oggi rimane un indispensabile punto di partenza per chiunque voglia penetrare i misteri della cultura musicale indostana, un’entità fondata sul raggiungimento di un perfetto equilibrio tra componenti fisiche, mentali, emotive e spirituali e con alla fine una morale interessante: l'influenza di Shankar è stata notevolmente più forte sulla musica occidentale che non sullo sviluppo della tradizione del suo paese. Quattro nomi celebri, Philp Glass, John Fahey, John Coltrane e George Harrison, sono la conferma palese dei fascino che Shankar ha saputo esercitare sul loro modo di intendere sia la vita sia l'universo dei suoni. Ma l'aver saputo incidere su personaggi così dissimili, ciascuno di essi principe di un genere musicale considerati, almeno sino agli anni Sessanta, agli antipodi tra loro come il minimalismo, l’avant folk, il jazz e il rock non può essere un semplice caso fortuito e conferma la personalità magnetica di Shankar e la sua visione musicale cosmopolita e aperta, elementi decisivi per la sua affermazione sulle scene internazionali. I critici e i musicologi indiani, in fondo gli unici a poter esprimere un giudizio compiuto e inappellabile sulle sue qualità artistiche, sono sempre stati unanimi nel ritenerlo sì un ottimo sitarista ma non il migliore in assoluto, titolo da suddividersi equamente tra gli scomparsi Vilayat Khan e Nikhil Banerjee, i quali hanno saputo introdurre innovazioni sia sul piano formale e stilistico sia nella meccanica stessa del sitar. Di Shankar, al contrario, si sottolinea piuttosto il purismo e l'ortodossia nell'approccio allo strumento, controbilanciato peraltro da un'innegabile tendenza a sperimentare nuove forme compositive (diversi raga oggi considerati dei classici sono di sua creazione). E saranno proprio queste ultime ad attirare in misura maggiore i musicisti occidentali dei più diversi ambiti, dando a Shankar l’investitura ufficiale di ambasciatore internazionale della musica indostana sin dagli anni Cinquanta, a partire da un tour sovietico del 1954 patrocinato da una missione culturale dello Stato indiano. L’anno seguente ha la possibilità di tenere concerti negli Usa ma inspiegabilmente vi rinuncia e il suo posto viene preso dal virtuoso di sarod Ali Akbar Khan che si esibisce a New York e in programmi televisivi oltre a registrare per la Emi. Pur non esistendo alcuna forma di rivalità tra i due, come testimonieranno in seguito molteplici prove discografiche comuni, Shankar si accorge presto dell'errore. Vi pone rimedio alla fine del 1956 allorché, in perfetta solitudine, intraprende un giro di concerti in Europa e America che suscitano forte interesse nel pubblico, come altrettanto riscuotono i suoi primi lp incisi nel 1957, il preludio a una carriera da front man che lo porterà d'ora in poi a girovagare senza sosta per il pianeta nei decenni a venire, anche se il legame con la propria terra non verrà mai meno e sarà continuamente riallacciato.
continua domani ....
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