Individuare le origini del Tango è impresa ardua e improbabile: troppo labili le tracce lasciate dai protagonisti, troppo numerosi i vincitori saliti sul carro a rivendicarne la paternità, troppo forte la visione cinematografica sentimentale secondo cui il tango sarebbe nato nelle periferie malfamate, in particolare alla Boca del Riachuelo, per i meriti fotografici del posto. Una verità indiscussa, assiomatica da romanzo di appendice dove il povero e umile tango, inizialmente messo al bando dai salotti buoni della borghesia di Buenos Aires, ne verrebbe finalmente adotto solo dopo il 1910 buon esempio di Parigi, che si sa, fa sempre tendenza, moda e buone maniere.
Evaristo Carriego lo ha scritto nelle sue Messe eretiche:
Per la strada, la brava gente fa spreco di parole cenciose e lusinghiere, perché al ritmo di un tango, La morocba, fanno mostra di gran ballo due orilleros.
In un'altra pagina di Carriego viene descritta, con profusione di tristi dettagli, una misera festa di matrimonio; il fratello dello sposo è in carcere, ci sono due giovanotti attaccabrighe che il guappo deve calmare con minacce, ci sono diffidenza e rancore e rozzezza, ma ...
Lo zio della sposa, che si crede obbligato a controllare se il ballo prende una buona piega, avverte, quasi offeso, che non si ammettono tanghi, neanche per scherzo...
Ché, modestia a parte, non gliela dà a bere nessuno di quei furbi... certamente. La casa sarà povera, è chiaro, tutto quel che volete, ma onorata.
Quest'uomo effimero e severo che i versi ci lasciano intravedere esprime molto bene la prima reazione del popolo di fronte al tango, «quel rettile da lupanare», come lo avrebbe definito Lugones con sdegnosa laconicità (Elpayador, pagina 117). Ci mise molti anni il Barrio Norte a imporre il tango ‑ ormai reso decoroso da Parigi, bisogna dirlo ‑ alle classi popolari, e non so se ci sia riuscito del tutto. Una volta era un'orgiastica diavoleria, oggi è un modo di camminare.
Anche Borges non ha saputo trattenersi dallo svolgere delle ricerche su questo “interessante prodotto suburbano” andando a parlare con José Saborido, autore di Felicia e di La morocha; con Ernesto Poncio', autore di Don Juan; con i fratelli di Vicente Greco, autore di La viruta e di La Tablada; con Nicolás Paredes, che fu capoccia di Palermo, e con qualche cantastorie di sua conoscenza. Interrogati sull'origine del tango, senza formulare domande che suggerissero determinate risposte, ne è emersa una topografia e persino una geografia delle informazioni singolarmente diversa dall’edulcorata immagine hollywoodiana. Saborido (che era uruguayano) ha preferito farlo nascere a Montevideo; Poncio (nato nel quartiere di Retiro) ha optato per Buenos Aires e per il suo quartiere; i portegos del Sud della città hanno invocato calle Chile, quelli del Nord calle del Temple, strada di meretrici, o calle Junín.
Nonostante tali divergenze gli informatori borgesiani concordano su due punti essenziale: la nascita del tango nei bordelli e la data di nascita, per nessuno era di molto anteriore all'Ottanta o posteriore al Novanta. La composizione originaria delle orchestre ‑ pianoforte, flauto, violino, piú tardi bandoneón ‑ è prova del fatto che il tango non poteva essere nato nelle orillas, le quali si accontentarono spesso e volentieri delle sei corde della chitarra. Non mancano ulteriori conferme: la lascivia del ballo, la connotazione evidente di certi titoli, El choclo (La pannoccbia), Elfierrazo (Il coito), il fatto che a Palermo e poi nella Chacarita e a Boedo, che lo ballassero agli angoli delle strade soltanto coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da persone viziose.
Una cosa da guappi, da “uomini d’onore” in cui la danza lasciava facilmente il posto al gioco dei coltelli. Un’indole rissosa spesso accultata e nascosta dalla sua natura sensuale, per Borges è pur vero che si tratta di due modi o manifestazioni di un medesimo impulso, tant'è che la parola uomo (in latino vir) indica potenza sessuale e potenza bellicosa, e la parola virtus, che in latino vuol dire coraggio.
Nel tempo questa indole si è persa, il coltello è scomparso e la musica e il ballo hanno sublimato l’aggressività in erotismo e arte, la musica è volontà, è passione. Il vecchio tango, in quanto musica suole trasmettere in modo diretto quella bellicosa allegria ancestrale rivelandoci un passato, forse e anche personale che fino a quel momento ignoravamo, e che ci muove a piangere sventure mai subite e colpe che non abbiamo mai commesso.
Empedocle70
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lunedì 30 marzo 2009
venerdì 2 novembre 2007
lunedì 29 ottobre 2007
mercoledì 24 ottobre 2007
Come affogare in un bicchier d'acqua di Fausto Bottai
Io sono un ungarettiano convinto.. Fin dai lontani tempi scolastici, davanti al poetico dilemma: preferisci il versante ungarettiano della 'parola nuda' o quello più discorsivo di Montale, rispondevo senza indugio Ungaretti! Ah, l'ineffabilità ungarettiana! Dopo di che, è ovvio, bisogna fare i conti con tanta estatica ammirazione. E' una cosa che mi capita con qualsiasi nume tutelare io abbia scelto in qualsivoglia manifestazione artistica. Se uno si sceglie un 'maestro', d'altra parte, non può far altro che studiarlo, copiarlo, usarlo, in definitiva parodiarlo.
E allora ecco il frutto di tanto amorevole studio:
Annego
In un calice
Di limpida acqua
P.S. Di questa poesia ho curato la stampa in dodici esemplari in carta debitamente riciclata, che contiene anche l'autoritratto dell'Autore da Giovane e una sezione (auto)critica dove si pongono le basi per uno studio approfondito delle varianti.
(Fausto Bottai)
Intervento n.1 -Che dire? Certo il Poeta non può prosaicamente confessare, come un qualsiasi comune mortale, di.. stare affogando in un bicchier d'acqua! Annegare in un calice.. è tutta un'altra cosa! Poi bisogna notare come quell'accenno alla limpidezza dell'elemento in cui il Poeta sprofonda offre immediatamente dell'evento una lettura, come dire, meno drammatica di quel che potrebbe sembrare a prima vista.
Perdersi, dicevo. E qui calza a pennello un cenno ad una delle varianti, poi abbandonate. So per certo che la poesia diceva infatti in un precedente versione:
Mi sono perduto
In un calice
Di limpida acqua
Qui l'intento indubbiamente metaforico dell'enunciato sembrerebbe reso molto più icasticamente! Se già è difficile annegare in un bicchier d'acqua, perdercisi, poi.. Si nota anche l'esplicito richiamo ad uno dei 'topoi' preferiti dalla Poesia di tutti i tempi, quasi un richiamo ancestrale: il perdersi, appunto, lo smarrirsi.. Perfino Dante, che era uno tosto, 'si perde' e tutto quel che segue (cioè l'intera Commedia)
è la logica conseguenza di quello smarrimento:
Io non so ben ridir com'io v'entrai,
tanto era pien di sonno in su quel punto..
(Inferno,I, vv.10-11)
Intervento n.2 -Ma allora perché il Poeta ha rinunciato a questa versione, in cui era così esplicito il richiamo a questo comune destino della Poesia? Perché è tornato ad un termine più pregnante, dato il contesto letterale del verso? Ebbene.. ricordate il Leopardi? Ecco come conclude l'Infinito:
Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Questo insigne precedente potrebbe aver indotto il Poeta a ritenere che la forza metaforica dell'annegamento non fosse inferiore a quella dello smarrimento (e, volendo, neanche a quella dello sventramento o della decapitazione)… Ha errato?... Ai posteri l'ardua sentenza.
(Fauvel)
Errata corrige: il testo pubblicato in questa pagina conteneva le brevi note introduttive alla poesia scritte dall'autore e un commento di Fauvel suddiviso in due interventi.. Ora dovrebbe essere tutto più chiaro.
(Fausto Bottai)
E allora ecco il frutto di tanto amorevole studio:
Annego
In un calice
Di limpida acqua
P.S. Di questa poesia ho curato la stampa in dodici esemplari in carta debitamente riciclata, che contiene anche l'autoritratto dell'Autore da Giovane e una sezione (auto)critica dove si pongono le basi per uno studio approfondito delle varianti.
(Fausto Bottai)
Intervento n.1 -Che dire? Certo il Poeta non può prosaicamente confessare, come un qualsiasi comune mortale, di.. stare affogando in un bicchier d'acqua! Annegare in un calice.. è tutta un'altra cosa! Poi bisogna notare come quell'accenno alla limpidezza dell'elemento in cui il Poeta sprofonda offre immediatamente dell'evento una lettura, come dire, meno drammatica di quel che potrebbe sembrare a prima vista.
Perdersi, dicevo. E qui calza a pennello un cenno ad una delle varianti, poi abbandonate. So per certo che la poesia diceva infatti in un precedente versione:
Mi sono perduto
In un calice
Di limpida acqua
Qui l'intento indubbiamente metaforico dell'enunciato sembrerebbe reso molto più icasticamente! Se già è difficile annegare in un bicchier d'acqua, perdercisi, poi.. Si nota anche l'esplicito richiamo ad uno dei 'topoi' preferiti dalla Poesia di tutti i tempi, quasi un richiamo ancestrale: il perdersi, appunto, lo smarrirsi.. Perfino Dante, che era uno tosto, 'si perde' e tutto quel che segue (cioè l'intera Commedia)
è la logica conseguenza di quello smarrimento:
Io non so ben ridir com'io v'entrai,
tanto era pien di sonno in su quel punto..
(Inferno,I, vv.10-11)
Intervento n.2 -Ma allora perché il Poeta ha rinunciato a questa versione, in cui era così esplicito il richiamo a questo comune destino della Poesia? Perché è tornato ad un termine più pregnante, dato il contesto letterale del verso? Ebbene.. ricordate il Leopardi? Ecco come conclude l'Infinito:
Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.
Questo insigne precedente potrebbe aver indotto il Poeta a ritenere che la forza metaforica dell'annegamento non fosse inferiore a quella dello smarrimento (e, volendo, neanche a quella dello sventramento o della decapitazione)… Ha errato?... Ai posteri l'ardua sentenza.
(Fauvel)
Errata corrige: il testo pubblicato in questa pagina conteneva le brevi note introduttive alla poesia scritte dall'autore e un commento di Fauvel suddiviso in due interventi.. Ora dovrebbe essere tutto più chiaro.
(Fausto Bottai)
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