martedì 14 dicembre 2010

Intervista con Luigi Attademo, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Vorrei citare una frase di Martin Lutero che, rispondendo a chi constatava quanto fosse impossibile amare un Dio che ci predestina alla grazia o alla dannazione, diceva più o meno: “Amarlo io? Ma io lo odio”. Non so se posso usare la parola amore per la chitarra, mentre sono certo di poterla usare per la “musica”. Certo è che questo strumento è entrato nella mia vita in modo più o meno casuale, ammesso che esista qualcosa di casuale nella vita, quando mia madre decise che era il caso che studiassi musica. Questo avveniva in un piccolo paese della provincia di Cosenza, Laino Borgo, grazie a un maestro, Pino Racioppi, che mi permise di conoscere Angelo Gilardino anni dopo, in occasione dei corsi che organizzava a Lagonegro. In questo periodo giovanile si è sviluppata la mia passione per la musica prima, e in un secondo momento la consapevolezza che la chitarra poteva rappresentare una possibilità di espressione artistica nella quale identificarmi. Nella prima parte della mia attività la scelta dello strumento è stata occasionale: quando sei all'inizio segui dei modelli o i consigli di chi reputi più competente, com'è naturale che sia. Solo più recentemente ho sviluppato una mia ricerca anche relativa agli strumenti, che mi ha portato a suonare con chitarre del passato costruite da grandi liutai. Ricordo con piacere l'occasione che ebbi di conoscere il mondo delle Torres, delle Simplicio, delle Garcia e di altri grandi autori, nell'atelier di Jacques Vincenti a Ginevra. La prima delle mie chitarre antiche (una Pascual del 1927) me la diede lui. Attualmente suono su varie chitarre, principalmente su una Garcia del 1897 e su una Simplicio del 1926.

Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “... Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novencento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei suona sia un repertorio tradizionalmente classico che il repertorio contemporaneo … si riconosce in queste parole?

Sì e no. E' verissimo quello che dice Berio, ossia che sarebbe impossibile suonare il repertorio contemporaneo senza avere sensibilità per la musica del passato. La specializzazione spesso può nascondere un limite dell'interprete. Ma è anche vero il contrario, cioè che si scopre via via un'affinità verso un certo tipo di musica, un periodo o un autore, ma questa attitudine può mutare – così com'è naturale che sia nella vita – da momento a momento, e di anno in anno. In questo periodo suono con una certa passione la musica del Settecento, però quando mi capita di suonare il Novecento o la musica contemporanea non trovo che ci sia un'atrofia rispetto a questo repertorio, anzi mi sembra che un'esperienza interpretativa passi nell'altra.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Anche in questo caso bisogna mettersi d'accordo su cosa si intende per “improvvisazione”. Quando questo termine ha un'accezione negativa, allora penso che non debba avere posto nel lavoro del musicista. L'arte non si improvvisa. Se parliamo di prassi esecutiva, certamente l'apporto creativo che questo aspetto ha nel jazz o in generi più legati alla musica popolare è meno presente nel nostro ambito. Nella nostra esperienza la musica è soprattutto pensata prima di essere suonata. Altrove è il contrario. Ma nello stesso tempo devo dire che c'è una componente di “non previsto” nell'esecuzione musicale che fa poi essere la musica così simile alla vita: c'è sempre in quello che fa un interprete, se è interprete, di non ripetibile e di inaspettato: in questo senso posso dire che c'è una componente di improvvisazione nel suonare.

continua domani
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