venerdì 17 dicembre 2010

Intervista con Luigi Attademo, quarta parte


Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi? Le faccio questa domanda anche il relazione al fatto che lei ha realizzato diversi dischi .. come viene curata la loro distribuzione?

Partendo dalla mia esperienza personale, devo dire che il disco rappresenta forse un “prodotto” obsoleto, non tanto perché è superato dalla tecnologia, quanto perché non ha un grande mercato. Nessuna casa discografica, o quasi, è pronta a investire su un progetto musicale che riguarda un pubblico di nicchia, a meno che non le sia garantita una copertura finanziaria a priori, attraverso una sponsorizzazione o la garanzia da parte dell’artista di acquisto di un cospicuo numero di copie. Questo avviene per tutte le case discografiche che io ho avuto modo di contattare, ad eccezione di quella con cui lavoro attualmente. Quindi il paradosso è che un artista, oltre a progettare e realizzare il suo lavoro, deve anche pagare registrazione e casa discografica, diventando quindi un produttore senza volerlo e con l’aggravante di dover garantire in partenza utili a chi concorre alla realizzazione del progetto. Ho lavorato con una piccola casa discografica all’inizio della mia carriera legata a una rivista, ma purtroppo questa casa ha cessato la sua attività. Parte di questo materiale l’ho distribuito in forma gratuita attraverso la mia pagina web. Il mio primo disco – dedicato a Scarlatti - invece è stato acquisito dalla Brilliant Classics e ripubblicato nel 2009. In altre occasioni ho realizzato dei cd in collaborazione con riviste specializzate, in uno di questi casi più favorevolmente ho venduto la licenza per la pubblicazione, una forma tutto sommato più corretta che lascia la proprietà a chi produce e offre una contropartita economica per la licenza d’uso.
E’ vero che siamo in un momento in cui chiunque può realizzare un disco: la fattura del prodotto e la qualità interpretativa fanno e faranno sempre, secondo me, la differenza.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?

E’ difficilissimo rispondere: spesso le mie preferenze cambiano. Così a bruciapelo direi Horowitz nelle Sonate di Scarlatti, le Suites di Bach per violoncello suonate da Casals, le Sonate di Schubert di Radu Lupu, la Sagra della Primavera di Bernstein, le prime sonate di Beethoven suonate da Glenn Gould… ma ci sarebbe molta altra musica. Attualmente sono attratto dalla musica barocca: Froberger, Frescobaldi, Scarlatti, Vivaldi, Couperin… ma potrei dire, Schubert e Schumann, Bartok e Shostakovic… insomma, tutto quello che è bello.

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Sonate e partite per violino di Bach, Nocturnal di Britten, Homenaje di Manuel de Falla, Studi di Villa-Lobos, Sonate di Scarlatti: ma anche questa risposta potrebbe essere contraddetta tra breve.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

E’ difficile dare dei consigli che non appaiano retorici quali essere fedeli a se stessi, pensare la musica come una grande esperienza di vita e di arricchimento, ecc. Quello che penso sia veramente importante è sapere come è difficile vivere con la musica e nel mondo della musica, ma anche che la musica rappresenta un grande spazio di realizzazione. Il mio consiglio è di studiare molto e allargare il più possibile i propri orizzonti, perché sapere significa essere liberi: domandarsi sempre perché e non pensare che ci siano parole definitive, anche di fronte a grandi maestri. E, in ultimo, quello che Scarlatti scrive alla fine dell’introduzione degli Essercizi per gravicembalo, dopo aver dato le istruzioni esecutive, ossia “vivi felice”.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Tre risposte in una: sto lavorando su Bach, a una registrazione integrale del repertorio tradizionalmente suonato sulla chitarra che uscirà spero il prossimo anno e su un progetto concertistico che mette insieme Paganini e autori contemporanei italiani (non chitarristi) a cui ho chiesto di scrivere ispirandosi a Paganini e in particolare ai Ghiribizzi.
Spero di ritornare sulla musica barocca (ho in mente un nuovo programma che presenterò l'anno prossimo alla Festival della Guitar Foundation of America), senza dimenticare la musica da camera e con qualche incursione sul teatro:in particolare ho in mente di realizzare un mio progetto su Pasolini... ma non voglio dire di più.
Il mio sogno sarebbe quello di suonare con Peppe Barra (grande attore e cantante) le canzoni della tradizione napoletana...


Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Si tratta ancora una volta di una domanda molto impegnativa: perché si fa musica? Può essere perché c’è la possibilità del perché. La domanda è un continuo cercare il senso e diventa il senso stesso del cercare. Il famoso clown Grock interrompeva le sue comiche performance rivolgendosi al pubblico e chiedendo: warum?(perché?, appunto). Tragicamente la società contemporanea ha assottigliato, come è avvenuto nell’atmosfera con l’ozono, lo spessore e l’importanza della tradizione musicale. La musica è soprattutto un prodotto o addirittura una merce. Non è più parte della vita delle persone, nella maggior parte dei casi. Questo va in qualche modo di pari passo con la scomparsa della spiritualità o con la sua sostituzione con forme più edulcorate. Però se crediamo nella musica, e crediamo perché non faremmo altrimenti i musicisti, non possiamo non pensare che essa determini un cambiamento della società: non di tutta, non in un solo colpo, ma di una singola persona alla volta sì, di quell’ascoltatore che assisterà forse a un nostro concerto e uscirà dalla sala diverso: questo è il nostro scopo. Ricordo Mauricio Kagel quando a Fiesole nel 2008, pochi mesi prima di morire, disse a me e altri giovani artisti presenti che lavoravano alla sua musica, “io sono qui per passare il testimone”: questo è il compito di un musicista, credo.

Grazie Maestro!

Empedocle70

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