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venerdì 11 novembre 2011

Recensione di REICH Con un saggio di Enzo Restagno su "La svolta americana"













Enzo Restagno è stato un critico e giornalista musicale tra i più impagabili che il nostro paese abbia mai avuto il piacere di annoverare tra i suoi concittadini, dotato di una cultura e una preparazione encomiabile ha sempre analizzato, parlato e promosso con grande coraggio e vigore la musica contemporanea ricorrendo a forme coerenti che potessero lasciare un passaggio nel tempo e fossero di aiuto a chiunque volesse confrontarsi con le avanguardie musicali del nostro secolo.
Questo libro dedicato alla figura di Steve Reich ne è un buon esempio, fa parte di una collana di edizioni monografiche tutte incentrate sulla figura di un compositore e contiene una intervista al compositore minimalista newyorchese e la traduzione del suo libro Writings On Music che a sua volta raccoglie tutta una serie di saggi e riflessioni attorno alla musica da lui scritti in vari periodi della sua lunga carriera.
Restagno è un intervistatore abile, un gentiluomo, un giornalista d’altri tempi, quasi salottiero ma che sa mettere a tal punto a suo agio il suo interlocutore da riuscire a ricavare da lui pensieri, riflessioni e analogie talmente originali e interessanti da lasciare stupiti. Con lui l’intervista diventa una lunga confidenza a cui sembra di poter assistere come se si fosse direttamente presenti al dialogo tra giornalista e intervistato, in un certo senso è quasi un erede dell’arte della maieutica socratica: riesce a far parlare la gente limitandosi a dare qualche lieve indirizzo a una conversazione che, appunto, assomiglia più a una lunga confidenza.
Leggere i saggi e le idee di Reich poi è una cosa encomiabile, scrive è da lungo tempo suo fan e quindi non può che risultare piacevole per me immergermi nelle strutture logiche di pensiero del compositore americano per riscoprire le strutture organizzative e processuali alla base del suo fare musica, è come se ci si trovasse all’interno dello sviluppo spiraliforme dell'evoluzione creativa della sua musica, ormai lontana dal minimalismo, ma sembra basata su una struttura che si rinnova con mezzi espressivi nuovi come la musica etnica e la musica ebraica. Emerge una chiarezza metodologica formidabile, vera base di sostegno della sua opera, lontana anni luce da certe “cineserie” e facili ammiccamenti all’esotismo musicale della word music. Imprescindibile per ogni fan di Reich.

domenica 3 ottobre 2010

Recensione di “ Liuto e chitarra a Bergamo nei secoli, Benvenuto Terzi” di Giacomo Parimbelli, recensione di Empedocle70




“ Liuto e chitarra a Bergamo nei secoli, Benvenuto Terzi” di Giacomo Parimbelli
Autore: Giacomo Parimbelli
Casa editrice: Ed. Villadiseriane
Anno di edizione: 2005
Pagine: 320



L’idea di “scena musicale”, ovvero della possibilità voluta o meno di una comunanza di intenti, ideali e ricerca da parte di un gruppo di musicisti temporalmente e/o geograficamente identificabili, sembra essere un concetto non tanto collegato alla musica classica quanto piuttosto a generi come il rock e il jazz.
In questo senso il libro del Maestro Parimbelli dedicato esclusivamente all’analisi storica e musicologica di quanto avvenuto e suonato in terra bergamasca nel corso dei secoli rappresenta una piacevole novità in campo editoriale.
Si tratta di un’opera filologicamente ineccepibile, un impegno saggistico svolto per «dovere per quanto di obliato vi è stato attorno alla chitarra e al liuto, due strumenti principi tra il popolo e la nobiltà, nel repertorio sacro e profano», riccamente illustrato con più di 250 rare immagini, contente inediti studi sulle origini della liuteria italiana, la prima genealogia dei liutai Rovetta e inediti sulla loro attività di liuteria. L’opera ripercorre l’attività liutistica e chitarristica a Bergamo dal 1500 al 1900, gli inediti aspetti chitarristici di Giovanni Simone Mayr e Gaetano Donizetti con la visione di opere originali.
L’attenzione viene inoltre concentrata sul liutista Giovanni Antonio Terzi, i chitarristi Ludovico Antonio Roncalli, Angelo Mazzola e Benvenuto Terzi del quale è allegato il catalogo delle lettere ed i relativi testi (Pujol, Llobet, Segovia, Brondi, Mozzani, Gallinotti e molti altri ) e l’elenco delle chitarre da lui suonate e documenti, interviste e testimonianze dirette dei suoi allievi.
Non pago di un simile sforzo l’autore ha inoltre dedicato diverse pagine a uno studio sulle tele pittoriche a soggetto musicale del pittore Evaristo Baschenis e alle vicende dell’Italia chitarristica del primo ‘900, tra cui la genesi delle classi di chitarra nei Conservatori e le riviste storiche per chitarra.

Un libro quindi su liuto e chitarra italiana, di fondamentale riferimento per la biblioteca dello studioso, del ricercatore, del musicista, del liutaio, del liutista e del chitarrista. Un libro che dimostra la passione che lega Giacomo Parimbelli, chitarrista, storico e anche collezionista d’oggi, a chi nei secoli scorsi, ha dedicato la propria vita e intelligenza alla chitarra e al liuto e che testimonia l’amore dell’autore per la propria terra, patria di grandi talenti a cui finalmente viene data degna menzione grazie a questo libro.

Empedocle70

Recensione di Dizionario dei chitarristi e liutai italiani di Giacomo Parimbelli, recensione di Empedocle70



Autore: Giacomo Parimbelli
Casa editrice: Ed. Villadiseriane
Anno di edizione: 2008
Pagine: 414
Costo 20 € iva inclusa

E’ con grande piacere che sfoglio questo libro, ultima fatica del Maestro Parimbelli dedita a riportare alla luce un’opera letteraria finora disponibile solo per pochi collezionisti e di difficilissima consultazione. Questo libro infatti è la versione ristampata ed aggiornata del Dizionario stampato e divulgato nel 1937 e di cui ormai sopravvivono solo una trentina di copie in precario stato di conservazione. Edito nel 1937, a cavallo di sue guerre mondiali, il Dizionario si inserisce nella serie di grandi dizionari e libri musicali che vennero promossi all’epoca come il Diccionario de guitarristas di Domingo Pratt e il Dizionario di Musica di Della Corte e Gatti stampati rispettivamente nel 1934 e nel 1925. Scopo dell’opera era quello di fornire un primo, vero e esaustivo censimento della chitarra e liuteria italiana e relativa editoria.
Sono gli anni che non hanno ancora visto la consacrazione grazie a Segovia della chitarra come strumento “nobile” e degno di entrare nei conservatori. Eppure il Dizionario dimostra quanti interpreti potesse vantare la chitarra in italia nel primo ‘900 andando a colmare un vuoto storico e culturale tracciando una nuova geografia della chitarra individuando musiche non ancora eseguite e musicisti la cui memoria era entrata nell’oblio del tempo.
Il Dizionario è stato ristampato integralmente con vera cura filologica, mantenendo la medesima grafica (anche nella copertina) e le stesse immagini. L’aggiornamento qui integrato inizia da pag 309 e riguarda soprattutto le generazioni tra gli anni ’50 e ’70, i primi a poter disporre nelle loro mani di un Diploma di Conservatorio.
In un epoca di consultazione veloce tramite internet, Wikipedia e Cd-rom vari il Dizionario ha mantenuto la sua validità uscendo da una bolla temporale e mi auguro sinceramente che esso possa, come scrive giustamente il Maestro Parimbelli a pag. 313, “aprirsi ad un nuovo dizionario sia cartaceo che virtuale il cui Dna si trovi ancora nell’opera del 1937, senza la quale non saremmo a questo moderno concepimento.”
Un’opera indispensabile per chiunque voglia approfondire l’alfabeto musicale della chitarra sia egli un professionista o un semplice appassionato, chitarrista, liutista, mandolinista, liutaio e musicologo italiano.





In allegato il modulo per ordinare il libro direttamente al Maestro Parimbelli.

Empedocle70

sabato 6 giugno 2009

Recensione di Paralleli e Paradossi di Barenboim Daniel e Said Edward W., Il Saggiatore 2008


Leggere libri come questi fa bene. Fa molto bene. Due intellettuali, maestri nei relativi campi e di diversa estrazione, origine e formazione culturale che pacatamente e serenamente si incontrano sul territorio comune della musica. In realtà la musica, la più astratta delle arti, è una scusa elegante perché il critico Eward W Said, intellettuale di origine palestinese e il direttore d’orchestra Daniel Barenboin di origine ebraica possano liberamente e intelligentemente confrontarsi sul significato civile dell'arte, sul valore formativo dell'ascolto dei grandi compositori, sui parallelismi tra arte del suono e arte della parola. Ne esce un intreccio denso di riflessioni del musicista dilettante e del musicista di fama internazionale che via via si delinea come una visione complessa dell'universo sonoro, luogo irreale ed effimero che si anima per la breve durata delle note, dove la musica vive sospesa tra due dimensioni: soggetta alle regole della fisica, costruita su precisi rapporti matematici, è al tempo stesso capace di esprimere sentimenti e ideali con un'intensità che l'immagine e la parola raramente attingono. Nel tentativo di venire a capo di questo gustoso paradosso i due amici ne approfittano per “scantonare” liberamente e per riflettere sul significato politico dell'opera di Beethoven, sulla lezione di Furtwängler, sul magistero di Toscanini, sulle difficoltà morali di un direttore d'orchestra ebreo innamorato di Wagner. Una visione dell’arte come progetto educativo, per la creazione di uomini nuovi che sappiano superare le divisioni e al globalizzazione del nostro tempo cancellando odi e divisioni, indicando un futuro di convivenza possibile. Questa edizione è arricchita da uno scritto di Claudio Abbado.

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mercoledì 10 dicembre 2008

Recensione di La musica di Toru Takemitsu di Peter Burt di Empedocle70



BURT Peter


La musica di Toru Takemitsu


BMG RICORDI 2003


pp.263


Questo è senz’altro un libro eccellente e indispensabile per chiunque voglia avvicinarsi e cercare di capire la musica di Toru Takemitsu. Per esplicita scelta dell’autore, il libro prende in esame solo le composizioni che il musicista giapponese ha destinato alla sala da concerto, tralasciando la produzione per il cinema, per la radio e in generale relative ad un repertorio più leggero. Il punto centrale dell’analisi svolta da Peter Burt sembra essere l’integrazione tra le diverse visioni culturali, quella occidentale e quella giapponese svolta da Takemitsu e come punto di partenza per la sua analisi è il collocare le idee del compositore giapponese in un quadro più ampio di relazione storiche, sociali ed ambientali. Il libro infatti inizia focalizzando lo sguardo sul modo in cui il Giappone negli ultimi tre secoli ha affrontato il rapporto con l’Occidente, evidenziando le strutture portanti della cultura giapponese, sulla base della teoria coniata dallo storico Arnold Toynbee che spiega i tipi di pensiero "progressivo" o "ricettivo" presenti nel paese con le espressioni "erodesca" e "zelotista": il primo si riferisce al tentativo di conoscere ed applicare le strategie dell’avversario, il secondo mira a mettere in campo con scrupolosa esattezza la propria tattica arroccandosi così in posizioni tradizionali. Burt si serve di queste due opposte visioni “strategiche” per descrivere l’evoluzione della musica di Takemitsu: dal periodo degli studi della musica occidentale in cui il compositore quasi rinnega le proprie origini, ai contatti con John Cage e al conseguente recupero della sua radice giapponese fino al tentativo di integrare le due tradizioni.
Burt ipotizza che il rifiuto della tradizione giapponese da parte di Takemitsu, almeno in una fase iniziale, sia riconducibile all'associazione della musica giapponese alla cultura militarista, all’estetica totalitaristica da regime che era stato imposto in Giappone, così come in Italia e Germania. E' in questo humus culturale che cresce Takemitsu, che assume grandi dosi di musica occidentale sotto forma di Debussy, Messiaen, Franck, Fauré, riconosciuti tutti come modelli del compositore giapponese. Eppure con il passare del tempo non solo si ammorbidisce la sua posizione nei confronti della musica tradizionale, assimilata inconsciamente sottopelle (ad esempio attraverso l'utilizzo di strutture pentatoniche tipicamente tradizionali), ma anche approcciando le tendenze più legate all'avanguardia che in Europa sta ricostruendo la tabula rasa lasciata dalla guerra. In particolare l'interesse di Takemitsu si concentra sulla musica elettronica e sulla musica concreta, vissuta quest'ultima come vettore di associazioni descrittive, che guideranno il compositore direttamente alla maturazione di capacità spendibili con buoni esiti anche in campo cinematografico. Le esperienze nelle radio e con il gruppo Jikken Kobo individuano una storia ancora poco nota dalle nostre parti, di recente esplorata in modo arguto e divertente da Julian Cope all’inizio del suo libro Japrocksampler.
La carriera di Takemitsu viene qui ricostruita in 12 tappe-capitoli: il Requiem, le avventure seriali, le esplorazioni timbriche, l'indeterminazione cageinana, modernismo/pentatonia/tonalità, un oceano senza Oriente e Occidente. Ogni capitolo contiene dettagliate analisi musicologiche, melodiche e armoniche e confronti accurate tra le diverse opere e i diversi periodi compositivi attraversati da Takemitsu e le opere dei compositori a cui lui guardava come modelli (Messiaen in particolare), guidando il lettore attraverso la carriera e il percorso musicale del compositore giapponese. Completano il lavoro un catalogo delle opere e una bibliografia molto dettagliate.
Uno punto di rammarico, a mio avviso, la totale mancanza di una discografia e in particolare di qualche consiglio su quale incisione ascoltare. Possibile che a un super esperto come Peter Burt sia mancato il coraggio di dirci quali dischi di Takemitsu vale la pena acquistare?


Empedocle70



Video: Rain Tree - Toru Takemitsu






sabato 29 novembre 2008

Recensione di Musicofilia di Oliver Sacks di Empedocle70


Musicofilia di Oliver Sacks


Adelphi, traduzione di Isabella Blum 2008

3ª ediz. , pp. 434 euro 23,00


Oliver Sacks è un neurologo e un eccellente scrittore che nel corso della sua lunga carriera ha scritto diversi saggi dove con una scrittura semplice e elegante ha saputo raccontare le bizzarrie e le curiosità che si celano nella mente umana. Musicofilia è il suo ultimo libro ed è una raccolta di ventinove saggi in cui Sacks esplora il rapporto tra la musica e la mente concentrandosi su casi neurologici che sono in parte nuovi e in parte derivati da libri precedenti come “L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello” e “Un antropologo su Marte”.
C'è quello del musicologo inglese Clive Wearing a cui un'infezione cerebrale azzera continuamente la memoria, il quale ogni volta che vede sua moglie la saluta come se fosse il loro primo incontro, ma se si siede al piano riesce a suonare un intero preludio di Bach. Ci sono malati di Alzheimer o persone affette da sindrome di Tourette che trovano pace solo quando suonano o ascoltano brani musicali. Ci sono persone torturate dalla musica come Schumann che da vecchio era tormentato da allucinazioni musicali che degeneravano in una singola nota prolungata. E altre che vengono prese dalle convulsioni come la moglie di un compositore moderno che ha una crisi epilettica ogni qual volta sente una musica simile a quella del marito. Ci sono anche casi di amusia: quello di Nabokov, per cui l'alfabeto era colorato come un arcobaleno, ma che pativa qualunque melodia come «una successione arbitraria di suoni più o meno irritanti». E quello di un neurologo francese che di qualsiasi brano musicale gli confessa di saper dire soltanto se sia o non sia la Marsigliese.
Bellissima l’analisi del fenomeno delle “infezioni musicali”, quei motivetti che improvvisamente ci entrano nella testa e che non riusciamo a scacciare nemmeno se vogliamo, e quella sull'influenza dell'IPod sulla vita delle persone: “A prima vista sembrerebbe una cosa fantastica, se pensa che Darwin doveva viaggiare fino a Londra per sentire un concerto. Ma mi chiedo se questa esposizione costante alla musica non abbia una responsabilità nell'aumento delle allucinazioni musicali”.
Le conclusioni del libro sembrano essere che questa 'musicofilia' sia un dato di fatto della natura umana: può essere sviluppata o plasmata dalla cultura in cui viviamo, dalle circostanze della vita o dai particolari talenti e punti deboli che ci caratterizzano come persone ma allo stesso tempo sembra essere così profondamente radicata nella nostra natura da imporci di considerarla innata.
Libro consigliatissimo per chi ama la musica e ama suonarla e anche per chi vive a contatto con un musicista o un musicofilo .. imparerete a capire meglio questa meravigliosa passione!

Empedocle70

venerdì 14 novembre 2008

Recensione di Talking Music di William Duckworth di Empedocle70


Questo libro stupisce per la chiarezza e la competenza con cui si svolgono le interviste ad alcuni tra i principali compositori di musica contemporanea del XX secolo. Merito sicuramente dell’autore William Duckworth, professore di musica a Bucknell e lui stesso compositore, che senza fatica e sforzo apparente ci guida attraverso le lunghe 17 interviste da lui realizzate e che compongono il libro. Si inizia con probabilmente il più famoso di tutti, il decano John Cage e si conclude con John Zorn, uno dei prodotti più interessanti dell’avangarde newyorkese.
Ogni intervista viene preceduta da un profilo del compositore, contenente una gran quantità di informazioni, perfetto per introdurre l’intervista che Duckworth dimostra sempre di gestire con grande equilibrio e competenza, mettendo a suo agio gli intervistati e strappando loro confidenze inaspettate, come quando lo stesso Cage sorridendo ammette "I don't have an ear for music and I never have; I can't remember a melody". La lista degli intervistati è prestigiosa, dai più famosi Cage, Laurie Anderson, Glass e Reich a personaggi sicuramente influenti ma meno noti come Conlon Nancarrow, Milton Babbitt e Pauline Oliveros.
L’autore riesce abilmente a suscitare dialoghi intelligenti che comprendono tecniche e esplorazioni nel mondo del suono, il metodo compositivo, lo stile e l'influenza ricevuta ed esercitata, loro vita personale e le lotte per creare e sopravvivere, i loro obiettivi estetici e le rispettive dichiarazioni artistiche.
John Cage ricorda il punto di svolta nella sua carriera; Ben Johnston, parla delle opere e della figura del suo insegnante Harry Partch; La Monte Young attribuisce la sua disciplina creativa alla sua infanzia e origini da Mormone; Reich rinvanga i motivi della sua amicizia con Terry Riley e della sua inimicizia con Philip Glass, Glenn Branca ricorda quando Cage lo aveva accusato di essere un fascista. Ci si sente a casa, sembra quasi di essere nella stessa stanza con gli intervistati e di vederli muovere, respirare mentre rispondono amabilmente. Questo libro è un grande lavoro e permette di conoscere meglio i compositori che hanno reso e rendono grande la musica contemporanea, i loro sogni, le loro idee, le loro grandi, sublimi visioni musicali

Empedocle70

martedì 28 ottobre 2008

Recensione di Derek Bailey - Improvisation: Its Nature and Practice (1992) di Empedocle70


Derek Bailey (Sheffield, 29 gennaio 1930 – 25 dicembre 2005)
Paperback: 160 pages
Publisher: Da Capo Press (August 21, 1993)
Language: English
Derek Bailey è stato un chitarrista inglese, padre della “improvvisazione libera”. Nella sua lunga carriera, oltre a un’eccellente produzione discografica, ha saputo dimostrare anche una notevole capacita come giornalista e critico musicale fondando la rivista Musics nel 1975, descritta come “rivista d’arte sulla “impromental experivisation”, una delle pubblicazioni sul jazz più significative della seconda metà degli anni ’70. Nel 1980 scrive il libro “Improvvisazione: Natura e Pratica”, che fu adattato dal inglese della BBC sottoforma di serie TV divisa in quattro parti all’inizio degli anni ’90, scritta e illustrata da Bailey stesso che a sua volta ha contribuito a questa seconda edizione uscita nel 1992 per la Da Capo Press, casa editrice ben nota per l’attenzione dedicata alla saggistica musicale.
Ci tengo a fare una precisazione importante: questo non è un testo su come improvvisare o imparare a improvvisare, ad essere sincero non credo che possa nemmeno esistere un simile libro e questo lo stesso Bailey lo mette ben in chiaro da subito. Questo libro semplicemente parla di improvvisazione musicale ed è il primo libro a farlo trattando l’argomento sviscerandolo in maniera filologica, analitica ed esaustiva in tutte le sue forme: musica indiana, flamenco, barocco, organo, rock, jazz, psichedelica, contemporanea, e "free". A ulteriore sostegno alla sua tesi della difficoltà di codificare il concetto di improvvisazione e di renderlo organicamente trasmissibile tramite la tradizione scritta il libro contiene anche delle bellissime conversazioni e interviste con artisti particolarmente votati all’arte improvvisatoria: tra cui John Zorn, Jerry Garcia, Steve Howe, Steve Lacy, Lionel Salter, Earle Brown, Paco Peña, Max Roach, Evan Parker, e Ronnie Scott-Bailey.
Le 160 pagine del libro offrono una chiara e esaustiva visione del fenomeno, in considerazione dell’incredibile spettro di possibilità insite nella pratica di improvvisazione, e della sua importanza come base per il processo decisionale insito nella creazione e composizione istantanea della musica, qualunque sia il genere in esame.
Fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi all’improvvisazione, purtroppo non mi risulta ne esista una traduzione in italiano, ma comunque l’inglese scolasticamente corretto e scorrevole con cui è scritto non è di diffide comprensione.

Empedocle70

martedì 14 ottobre 2008

Recensione di MusicaIncerta a cura di Arturo Tallini di Empedocle70


MusicaIncerta
A cura di Arturo Tallini
Ut Orpheus Bologna 2000
Pagine: pp. 92Prezzo: € 25.00

Come scrive Arturo Tallini nell’introduzione, esiste un rapporto di evidente estraneità e quasi di rifiuto instaurato da molti chitarristi nei confronti di quella che viene genericamente definita “Nuova Musica”. Un rapporto difficile, comune anche ad altri strumenti, e che nel caso della chitarra classica può essere fatto risalire all’atteggiamento di quasi ostracismo verso questo repertorio da parte di Andrès Segovia.
Oggi però la situazione è diversa: la chitarra è diventata assieme agli strumenti a percussione e al pianoforte “preparato” uno degli strumenti di maggiore attenzione da parte dei compositori contemporanei che sembrano aver superato i limiti proposti da Berlioz e che richiedono un nuovo atteggiamento da parte dei chitarristi, una loro maggiore ricettività e una maggiore ampiezza di vedute.
In questo contesto si inserisce MusicaIncerta, un libro unico nel suo genere non solo nel panorama editoriale italiano ma a livello mondiale: il rapporto di diffidente estraneità instaurato da Andrés Segovia con la nuova musica può oggi evolversi in qualcosa di diverso: a distanza di 50 anni i chitarristi sono in grado di porsi in un atteggiamento di maggior ricettività e, non più costretti a procurarsi una ‘visibilità’ nel mondo musicale, possono rivolgersi più serenamente alla musica dei loro contemporanei.
Musica Incerta cerca di rendere possibile questo mutamento di prospettiva: Arturo Tallini si è rivolto a Enrico Fubini, al musicologo Filippo Poletti e a sei compositori italiani, progettando il presente volume che è così costituito:
• Il pensiero musicale del Novecento e le avanguardie di Enrico Fubini dedicato al rapporto fra linguaggio e storici della musica;
• Nel segno del Novecento di Filippo Poletti che sviscera in profondità tutti gli aspetti grafici della simbologia usata negli ultimi decenni da parte dei vari compositori, non solo fornendo spiegazioni sull’esecuzione, ma aiutandoci a scorgere il significato semiotico del rapporto fra segno e oggetto musicale, partendo dall’impostazione del filosofo e linguista nordamericano Charles Pierce;
• sei composizioni per chitarra scritti per questa occasione da Mauro Bortolotti, Mauro Cardi, Fabrizio Casti, Agostino Di Scipio, Fausto Razzi e Italo Vescovo, tra i più rappresentativi compositori italiani dei nostri anni e dedicati ad Arturo Tallini.

- Mauro Bortolotti - L'impervia, pervia via. Studio di media difficoltà per chitarra
- Mauro Cardi - Impromptu
- Fabrizio Casti - L'Anima Visionaria
- Agostino Di Scipio - Ektopos
- Fausto Razzi - Invenzione
- Italo Vescovo - Come la quiete notturna. Notturno per chitarra

Ciascun brano è corredato da note dell’autore, note del curatore, indicazioni tecniche e diteggiature che aiutano l’esecutore nello studio.
Un libro semplicemente indispensabile sia per il chitarrista che desidera iniziare un nuovo percorso musicale che per l’appassionato di musica che vuole allargare i propri orizzonti culturali. Da mettere a fianco a "Semiolgrafia della Nuova Musica" di Luigi Donorà. Imprescindibile.


Empedocle70


Il libro è acquistabile direttamente sul sito:
http://www.utorpheus.com/utorpheus/product_info.php?cPath=1_47_132&products_id=599

venerdì 26 settembre 2008

Millesuoni. Deleuze, Guattari e la musica elettronica, recensione di Empedocle70

"Millesuoni. Deleuze, Guattari e la musica elettronica" (Cronopio, 2006)

Autore: Roberto Paci Dalò, Emanuele Quinz (a cura di)

Luogo: Napoli

Editore: Edizioni Cronopio

Anno: 2006

Prezzo: € 14,50

La filosofia di Gilles Deleuze si sta dimostrando a distanza di oltre 10 anni dalla sua morte come una delle forme più interessanti di indagine e di interpretazione della modernità. Molti dei suoi saggi, scritti in collaborazione con lo psicologo militante Felix Guattari tra il 1966 e il 1995 (anno della morte di Deleuze), si rivelano sorprendenti, se non addiruttura profetici, anticipatori dell'epoca attuale, caratterizzata da un generalizzata assenza di un centro o dei suoi centri per diventare "un corpo senza organi". Sono tante le invenzioni dei due francesi che sembrano adattarsi alla realtà postuma della nuova elettronica: la teoria della musica come atto di deterritorializzazione, i concetti come "rizoma", "spazio liscio" e "spazio striato", il "tempo pulsato" e il "tempo non pulsato".Questo volume offre per la prima volta al pubblico italiano la storia dell'incontro tra la filosofia di Deleuze e Guattari e la musica elettronica. Una storia che comincia, forse, quando Deleuze partecipa nel 1972 alla registrazione del disco Electronique Guerrilla del gruppo rock sperimentale Heldon, prestando la sua voce a un frammento di Umano, troppo umano di Nietzsche.Per ripercorrere questa storia, complessa e ricca, Emanuele Quinz esplora alcuni concetti-chiave a partire dai quali Deleuze e Guattari hanno elaborato la loro riflessione sulla musica. Seguono una serie di analisi (Murphy, Cox, Franck), derivate da àmbiti geografici e teorici diversi, che disegnano la storia dell'impatto del pensiero dei due filosofi sulla musica elettronica sperimentale. I testi di Hinant, Szepanski e l'intervista a Paul D. Miller, alias DJ Spooky, introducono le testimonianze di chi ha integrato il pensiero di Deleuze e Guattari nella pratica della produzione musicale.
Sebbene l'attenzione speculativa del filosofo francese non si sia concentrata esclusivamente sugli aspetti artistici della società moderna e che, quand'anche l'ha fatto, i punti di riferimento culturali nello specifico musicale siano stati maggiormente quei compositori legati alla contemporaneità più "accademica" come Varèse, Boulez, Cage o Berio, da diverso tempo le sue teorie sono attecchite in un sottobosco legato a un’altra visione (sicuramente meno accademica) della contemporaneità, in particolare agli artisti legati alle case discografiche Mille Plateaux e Sub Rosa.
Si può parlare infatti di un vero e proprio rapporto di stima nei confronti di Deleuze da parte di persone come Guy-Marc Hinant, co-direttore dell'etichetta belga Sub Rosa, o come Achim Szepanski, patron di un'altra etichetta, la tedesca Mille Plateaux. Entrambi, a brevissima distanza dalla morte di Deleuze, pubblicano due raccolte di musica elettronica a lui dedicate (rispettivamente Folds And Rhizomes e In Memoriam Gilles Deleuze) che includono i contributi, tra gli altri di: Scanner, David Shea e Tobias Hazan, Oval, Mouse On Mars, Jim O'Rourke, Dj Spooky. Quasi una forma di eredità musicale-rizomatica, a testimonianza del fatto che una generazione si è infatuata di un filosofo che ha indicato con sottigliezza una strada possibile, quella che però, secondo quello che siamo abituati a pensare, somiglia a tutto fuorché ad un univoco percorso rettilineo.

Empedocle70

mercoledì 16 luglio 2008

Recensione di GAJES DEL OFICIO. Incerti del mestiere di Leo Brouwer



GAJES DEL OFICIO. Incerti del mestiere



Autore: Leo Brouwer
Pagg. 112 Brossura
Euro 15,00
Edizioni Travel Factory 2006



Prefazione: Isabelle Hernández
Lingua: edizione italiana curata da Adriana Tessier



Su di Leo Brouwer credo ci sia poco da dire, Membro d’Onore dell’UNESCO, dell’Istituto Italo-Latinoamericano, dell’Accademia delle Belle Arti di Granada e Compositore Ospite dell’Accademia di Scienze e Arti di Berlino, compositore, direttore d’orchestra, chitarrista, ricercatore, pedagogo e uomo di profonda cultura, il suo nome è sinonimo di chitarra classica contemporanea.
Meno nota è invece la figura di Brouwer come pensatore e saggista. In “Gajes del oficio - Incerti del mestiere” sono contenuti nove testi, scritti nell’arco di trentanove anni già pubblicati su riviste o esposti in conferenze. Questa raccolta ne mostra la profondità di pensiero e il costante lavoro di ricerca e approfondimento musicale e intellettuale, semplicemente impressionante se si tiene conto dell’isolamento economico e culturale subito da Cuba.
I temi affrontati spaziano tra improvvisazione, avanguardia, postmodernismo, composizione modulare e innovazione, mentre un intero capitolo è dedicato ad attente riflessioni sulla tecnica chitarristica testimoniandone la coerenza e la vivacità di pensiero. Brouwer spesso parte dall’analisi della realtà musicale e culturale cubana, esemplare la sua visione sulla figura del “creolo”, per sviluppare via via riflessioni allargate su tematiche europee e internazionali, dimostrando uno spirito analitico e indagatore brillante, non di rado portandosi in ambiti semiologici.
Questo libro getta una nuova luce sulla figura di Brouwer e non si può che sperare in un seguito e in una progressiva traduzione in italiano dei pensieri e dei testi del Maestro, vista anche la scarsa disponibilità di testi in lingua inglese.
I titoli presentati sono:
· L’artista, il popolo e l’anello mancante
· La musica, il cubano e l’innovazione
· Musica, folklore, contemporaneità e postmodernismo
· Roldán: Motivos de Son
· L’improvvisazione aleatoria
· Un po’ di musica: da Ernesto Lecuona a Pablo Milanés
· L’avanguardia nella musica cubana
· La composizione modulare