venerdì 9 gennaio 2015
Intervista a Alessandro Fedrigo di Corde Alterne con Andrea Aguzzi
Alessandro Fedrigo Website: http://www.alessandrofedrigo.com/
Quando avete iniziato a suonare la chitarra e perché? Con che strumenti suonate e con quali avete suonato?
Alessandro Fedrigo: Avevo 16 anni, ero al Liceo, ricordo che una notte su Rai 3 vidi un concerto che nell'1985 Miles Davis fece a Umbria Jazz, rimasi folgorato e iniziai ad acquistare dischi di jazz mosso più che altro dalla curiosità di "decrifrare" una musica che mi sembrava incomprensibile. Poi di seguito mi comperai un basso usato (un vecchio Ibanez) ed iniziai a suonare e a porendere lezioni.
Che studi avete fatto e qual è il vostro background musicale? Quali sono state e sono le vostre principali influenze musicali?
A. F.: Il mio strumento (basso elettrico) non si insegna al Conservatorio, dunque all'inizio presi lezioni private da bassisti vari, ed iniziai subito a frequentare delle scuole di musica dove si faceva musica d'insieme. Da li ho iniziato a suonare praticamente in qualsiasi band mi capitasse, rock, funk, fusion, jazz, musica brasiliana, improvvisazione radicale. Dunque la mia formazione è essenzialmente da autodidatta, o comunque abbastanza casuale, nel senso che solo dopo qualche tempo ho iniziato a frequentare i seminari di jazz e di improvvisazione, e da ogni esperienza ho imparato qualcosa devo dire. Solo più recentemente mi sono iscritto al Conservatorio per laurearmi in Jazz, ma tutto sommato come musicista ero gà formato. Le mie influenze? Direi che Pastorius e Steve Swallow sono i bassisti elettrici che ho ammirato di più, poi Dave Holland sicuramente. Tra i "giovani bassisti" apprezzo molto Stomu Takeishi e Tim Lefebvre. Ma davvero ci sono moltissimi msicisti fantastici in circolazione.
Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
A. F.: Penso che l'improvvisazione sia un elemento molto importante della mia ricerca. Ragiono più o meno in questi termini: c'è un improvvisazione che svolge all'interno di composizioni, o che usa come materiale di partenza una composizione già scritta, e una tipo di improvvisazione che chiamerei "libera". Nel primo caso il mio approccio è quello di approfondire la composizione, i materiali di cui essa è composta, la sua forma e cerco per quanto sia possibile di interiorizzarla per poterla poi "trattare" o interpretare col massimo della libertà possibile, cercando di collegare il mio "gesto" musicale al momento, ai musicisti che stanno suonando con me, tenendo a mente che l'obbiettivo è rispettare la musica, la composizione e le individualità che attraverso di essa si esprimono. Nel secondo caso, ovvero nel campo dell'"improvvisazione libera" l'obbiettivo è quello di produrre estemporaneamente una struttura narrativa efficace e percepibile, quale che sia il materiale utilizzato. In questo senso, e tornando alla tua domanda, l'improvvisazione si può mettere in campo con qualsiasi materiale musicale, ovviamente il risultato dipende dal musicista e dalla sua capacità di comprendere, analizzare ed interiorizzare il materiale dal quale prende spunto.
Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”?
A. F.: Cage a parte (compositore si cui sono un ammiratore e che ha aperto per me molte porte e mi ha dato grandissimi stimoli) credo che parlare di generi musicali non abbia più alcun senso, fose ci poteva aiutare a cercare rapidamente i cd in un negozio di dischi, ma ora mi sembra piuttosto inutile. Certo anche io alla domanda "che musica suoni?" Rispondo che suono Jazz, per comunicare spesso è necessario semplificare. Ma pensando ai miei ascolti, agli artisti che ammiro ci sia un filo che li lega, il filo della creatività, dell'onestà artistica e della volontà di ricercare, dunque non vedo "divisioni di genere" tra Stravinsky, Wayne Shorter, Derek Bailey e Aphex Twin. Sono tutti artisti che si esprimono attraverso i suoni, questo per me è sufficiente.
Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto musicista polivalente e trasversale… quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?
A. F.: Penso che se si scrive appositamente per uno strumento si debba conoscerlo. La chitarra è uno strumento per cui io fatico a scrivere, perché mi rendo conto che ha delle possibilità espressive e tecniche che non conosco, e che non riesco a "controllare" sullo spartito. Anche per questo motivo i pezzi scritti in modo "convenzionale" di questo duo sono composizioni di Roberto, che ben conosce la chitarra e che scrive in un modo polifonico che ritengo molto interessante e che deriva in gran parte dai suoi studi classici. Se scrivo qualcosa per chitarra, accade sempre che poi il chitarrista debba adattarlo al suo strumento, per renderlo più efficace ed espressivo. Di fatto credo che la chitarra sia uno strumento in grande crisi d'identità, sopratutto nel jazz. La chitarra ha avuto una formidabile evoluzione tecnica e sonica dagli anni sessanta, con grandi personalità innovative, anche sul piano strumentale, cito abbastanza a caso Hendrix, Fripp, Frisell, Holdsworth, Torn ora mi sembra che si sia tornati un po' tutti a soluzioni più tradizionali. E forse la stessa cosa sta accadendo per il basso, dove la tecnica, la velocità, il funambolismo hanno perso di vista la capacità di fare musica in modo interessante. Vedremo cosa accadrà.
Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?
A. F.: Credo che la frase di Mahler, citata da Roberto sia la risposta più efficace ed illuminante a questo tipo di quesito. Tutti gli artisti che ammiro/ammiriamo non hanno avuto paura di sfidare le convenzioni e le tradizioni per spingersi più in là, per soddisfare le proprie esigenze creative. E questa per me è la qualità che ammiro di più in un artista, anche trascurando i risultati a cui egli arriva. Mi sembrano sempre più importanti i processi.
Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
A. F.: Mi piace l'idea di una "Musica Terrestre", dove culture diverse, tradizioni, tecniche differenti confluiscano e si fondano e si pieghino alle necessità espressive. Qualche anno fa ho fondato un quartetto con Achille Succi, Giancarlo Bianchetti e Carlo Canevali che ho chiamato appunto "Quartetto Terrestre" con la volontà di produrre una musica che soddisfacesse questa pulsione.
Una sorta di "esperantismo musicale terrestre", che permetta di costruire una nuova musica, da esportare su altri pianeti.
Ci consigliate cinque dischi per voi indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..
A. F.:
"Kind of Blue" di Miles Davis, un classico, inarrivabile.
"Night Passage" dei Weather Report, un buon esempio di Musica Terrestre a 360 gradi.
"Come to Daddy" di Aphex Twin, la musica elettronica, tante potenzialità per uno degli artisti più interessanti degli ultimi anni.
"La Sagra della Primavera" di Stravinsky, in una qualche incisione, ce ne sono tantissime di pregevoli. Non c'è nulla da dire per me su questa composizione, è meravigliosa.
"I, Claudia" Claudia Quintet, qualcosa di più recente e molto interessante. John Hollenbeck scrive della bellissima musica, e questo disco mi sembra uno dei più riusciti della loro produzione.
Quali sono invece i vostri cinque spartiti indispensabili?.
A. F.:
Ecco a parte ovviamente "Come to Daddy", dei disci che ho citato si possono trovare le partiture, anche la trascrizione dei soli in qualche caso.
Mi sembra molto bello poter ascoltare e vedere le partiture.
E' un modo per entrare nella musica da un altra porta, per questo motivo mi piace molto che sul sito di nusica.org le partiture dei pezzi siano visibili e scaricabili.
Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli vi sentite di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?
A. F.: Suonare qualsiasi musica, senza preconcetti e preclusioni, cercando di incontrare persone interessanti e creative. Sperimentare sempre e con rigore.
Ricordarsi che nell'arte non esiste "giusto" e "sbagliato" ma cercare di trovare la propria voce mettendosi sempre in discussione.
Ricordarsi che quando suoniamo stiamo suonando per il pubblico che abbiamo davanti, e che qualsiasi cosa vogliamo comunicare abbiamo il dovere di provare a farlo in modo comprensibile.
giovedì 8 gennaio 2015
Intervista a Roberto Gemo di Corde Alterne di Andrea Aguzzi
Roberto Gemo Website: http://robertogemo.wordpress.com/
Quando
avete iniziato a suonare la chitarra e perché? Con che strumenti
suonate e con quali avete suonato?
Roberto Gemo: Ho
cominciato con la chitarra a sei anni e verso i nove ho suonato per
un anno le tastiere. Ho avuto da sempre un'attrazione verso tutti i
tipi di chitarre...ho suonato la classica con corde di nylon,
l'acustica folk, la 12 corde, la solid-body elettrica, la arch-top
jazz e uno strumento fretless. Ho utilizzato la Roland-guitar-synth e
la chitarra midi (sulle orme di Fripp), abbandonate a malincuore a
causa dei continui accostamenti che mi venivano fatti con un
chitarrista che al tempo non conoscevo (Pat Metheny). Attualmente
suono tutti gli altri strumenti ad eccezione della fretless e della
12 corde che ho sostituito con una chitarra classica soprano e una
acustica baritono.
Che
studi avete fatto e qual è il vostro background musicale? Quali sono
state e sono le vostre principali influenze musicali?
R.G.: L'inizio
è stato da autodidatta, poi mi sono diplomato al conservatorio
Pollini di Padova in chitarra classica e successivamente ho
conseguito la laurea di 2°livello in jazz presso il conservatorio
Pedrollo di Vicenza. Ho cominciato con il folk e
il rock per arrivare al prog – quest'ultimo primo grandissimo amore
musicale – e dunque da CSN&Y a James Taylor, dai Deep Purple ai
Jethro Tull,Yes, King Crimson e in cima alla montagna i Genesis
(tralasciando un centinaio di altri). Come chitarristi Blackmore,
Fripp, Holdsworth.
Poi è arrivata la musica classica, specialmente quella del 1900, ed
è stata una marea, una continua fonte di ispirazione: Villa Lobos,
Leo Brouwer, Dodgson,Elgar,
Holst, Berg, Webern solo per citarne alcuni.
A
questo si è aggiunto il jazz, inteso come improvvisazione, ma non
una vera passione della tradizione afro-americana, bensì il suo
sviluppo moderno ed europeo: Metheny, Scofield, Frisell e Ralph
Towner.
Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
R.G.: Il
significato più grande di improvvisazione sta nella sua definizione:
dire,
scrivere, comporre (versi, un discorso, ecc.) all’improvviso,
seguendo l’ispirazione del momento, senza cioè preparazione o
meditazione. L'improvvisazione
esiste da sempre e non è stata inventata dai jazzisti. Già nel
periodo barocco si parla chiaramente di questo, ma anche nella musica
indiana, nel flamenco e in tantissime altre culture musicali.
Improvvisare è prima di tutto una spinta
interiore. Personalmente non credo che si possa parlare di vera
improvvisazione quando si studiano patterns per giornate intere e poi
si sviluppano in concerto, ho sempre avuto un rifiuto per questo tipo
di lavoro. Penso invece che improvvisare possa essere un rompere gli
schemi (di qualsiasi tipo) e proprio per questo studio e ignoranza
devono lavorare in grande sinergia. Nelle partiture dei compositori
di musica classica contemporanea esistono grandi spazi
improvvisativi, in continua espansione...ma ci vorrà molto tempo e
una grande conoscenza dei vari linguaggi.
Una
domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo
quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua
autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora
metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di
carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi
gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché
ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o
lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida
questa affermazione per
definire
un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è
contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere
musicale”?
R.G.: Credo
ancora nel genere musicale soprattutto per rispetto delle persone che
sacrificano una vita allo studio o a suonare un tipo specifico di
musica. Non mi piace che nei discorsi tutto diventi banale come al
bar: non si diventa un concertista classico in due settimane ma
neanche un buon rocker, folk, jazz e qualsiasi altro genere. Detto
questo i confini della musica si stanno dilatando o scomparendo e a
me questo piace molto.
Per
quanto riguarda Cage, ho imparato dallo studio del '900 e della
musica contemporanea che ci sono molti compositori eccezionali, molti
provocatori, molta mediocrità...la creatività è una cosa
difficilissima da valutare. Una cosa è certa da sempre:
se sei famoso può venirti riconosciuto quello che non c'è ...anche
Bach, Mozart, Davis, Parker e i Beatles hanno fatto cose più o meno
buone.
Berlioz
disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per
farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è
stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del
repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il
pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più
“messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi
classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica
contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera,
dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto
musicista polivalente e trasversale… quanto ritiene che ci sia di
veritiero ancora nella frase di Berlioz?
R.G.: Sono stato sempre un sostenitore dei chitarristi-compositori in
quanto conoscendo profondamente lo strumento, riescono a farlo
suonare bene. Inoltre il compositore che scrive per chitarra nel
tempo perso o perché assillato dagli esecutori non esprime talvolta
il suo massimo livello. Siamo troppo condizionati dai “grandi” e
questo sin dai tempi di Bach, che ha scritto cinque suite per liuto,
strasuonate in tutto il mondo, mentre S.L.Weiss è stato spesso
dimenticato e non saprei dei due chi scrive meglio per questo
strumento. Inoltre vorrei dire che il repertorio di chitarra classica
è aumentato in maniera imponente nel novecento, specialmente nella
seconda metà del secolo, per merito di compositori come Villa Lobos,
Brouwer e moltissimi altri. Se di crisi dobbiamo parlare io credo sia
dovuta ad un ormai lungo periodo di decadenza culturale, nel quale
tutti hanno le loro colpe...musicisti, addetti ai lavori, scuola e
ignoranza di massa dilagante. Basti pensare che per uno come me che
vive nella provincia, poter ascoltare in concerto qualcosa di diverso
da Vivaldi, Bach e Mozart è un'utopia!....(e invece ai concerti di
chitarra classica si ascoltano Egberto Gismonti, Ralph Towner...e
tantissimi “viventi”).
Luciano
Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche
negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica.
L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli
permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa
continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che
ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo
contesto?
R.G.: Nella
mia fedele agenda cartacea ho scritto sulla prima pagina questa frase
di Gustav
Mahler: “La
tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. In queste
parole trovo la risposta, ossia portare dentro di noi la forza delle
grandi idee cercando di vivere ora. La ricerca deve essere conoscenza
storica e stimolo per il presente. Amo molto andare nei musei, ma amo
ancora di più conoscere artisti e persone che stanno facendo
qualcosa (di piccolo o grande) in vita. Un mio amico una volta disse
che adorava Chet Baker... allora io risposi – vai spesso a vedere
concerti con trombettisti, ce ne sono di immensamente bravi – e lui
mi rispose di no.
Ho,
a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica
scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico,
nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il
passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non
può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di
una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
R.G.: Partendo
da quest'ultima parola, io distinguo molto i termini
“globalizzazione” e “contaminazione”: il primo lo identifico
in una sorta di massificazione che ha colpito tutti i generi musicali
ed è per me la morte della personalità, mentre il secondo è la
vita in costante mutazione, una integrazione infinita. Il decorso
cronologico della musica invece, mi ha sempre un po' confuso...penso
ad autori come Wagner che hanno anticipato un mondo di cose e ad
autori contemporanei che vivono in un passato nostalgico...non riesco
a giudicare questo fenomeno.
Ci
consigliate cinque dischi per voi indispensabili, da avere sempre con
se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta:
R.G.: (premetto
che questa è la domanda assolutamente più complicata, direi almeno
50)
The
lamb lies down on Brouadway – Genesis
Enigma Variations – Edwar Elgar
Still life talking – Pat Metheny
Ana –
Ralph Towner
Greatest hits – James Taylor
Quali
sono invece i vostri cinque spartiti indispensabili?
R.G.: Preludi
e Studi – Villa Lobos
El noi de la mare
Berceuse
(Cancion de Cuna) – Leo Brouwer
Oblivion – Astor Piazzolla
Joyful Departure
– Ralph Towner
Il
Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che
consigli vi sentite di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di
iniziare la carriera di musicista?
R.G.: Può
essere la passione, il gioco e il lavoro più bello al mondo se non
si dimentica il perché si è cominciato: il sogno è nel percorso
del musicista, ad ogni traguardo se ne ricostruisce un altro.
Con
chi vi piacerebbe suonare e chi vi piacerebbe suonare? Che musiche
ascoltate di solito?
R.G.: Ho
una eredità da band-prog...mi piace suonare (e mi è sempre
piaciuto) con chi condivide un certo mondo musicale molto aperto e
fortunatamente ho trovato per strada bravissimi musicisti e ottimi
amici...suonerei volentieri con un quartetto d'archi. Ora non ascolto
molta musica, direi soprattutto classica...ma un poco di tutto.
Quali
sono i vostri prossimi progetti?
R.G.: Spero
possa essere pubblicato a breve un cd di Ar-men trio che abbiamo già
registrato tempo fa con Alessandro Fedrigo e Gianni Bertoncini; ho
pronto anche il terzo lavoro di chitarra sola che vorrei registrare
nei prossimi mesi e infine sto scrivendo per quartetto d'archi...a
volte i sogni!
mercoledì 7 gennaio 2015
Guitars Speak: la chitarra (live) di Giuseppe Chiaramonte
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Questa sera alle 21 in onda su Guitars Speak. La prima puntata del 2015 di Guitars Speak parla della chitarra classica di Giuseppe Chiaramonte. Innovatore della tecnica chitarristica, le sue performance sono sostenute da una qualità timbrica apprezzata da alcuni tra i maggiori esponenti mondiali della chitarra classica. Lo ascolteremo in alcuni suoi concerti e alcuni suoi brani recentemente registrati.
This evening at 9PM on air with Guitars Speak. The first 2015's episode of Guitars Speak radio program talks about by Giuseppe Chiaramonte's Classical Guitar . Guitar technique's innovator, his performances are supported by a tonal quality appreciated by some of the world's greatest exponents of the classical guitar. We will listen to him playing in some of his concerts, and some recently recorded new passages.
1. Un corposo estratto dal concerto del 26 ottobre 2014 a Casa Verdi -Milano.
Elenco Brani (eseguiti su chitarra Guadagnini 1827):
Elenco Brani (eseguiti su chitarra Guadagnini 1827):
Gaspar Sanz: Fuga al ayre espanol
Domenico Scarlatti: Sonata k208
Johann Kaspar Mertz: Elegia
Johann Kaspar Mertz: Le Gondolier op.65
Mauro Giuliani: Variazioni sul tema della Follia di Spagna op. 45
Domenico Scarlatti: Sonata k208
Johann Kaspar Mertz: Elegia
Johann Kaspar Mertz: Le Gondolier op.65
Mauro Giuliani: Variazioni sul tema della Follia di Spagna op. 45
2. - 3. Due brani del compositore calabrese Francesco Domenico Stumpo, Calabrian Waltz e Ninninciola, incisi, insieme ad altri 6 brani dello stesso autore, da Giuseppe Chiaramonte per l'etichetta milanese Sinfonica.
4. Rain story è un brano breve ma carico di significato della compositrice russa Anna Inozemceva, vincitrice di numerosi concorsi internazionali, docente all'università statale della cultura e delle arti di Mosca e membro del Russian Guitar Quartet.
5. Un dia de Novembre di Leo Brouwer, registrato a Tricase (prov. di Lecce) con una chitarra del Liutaio Giovanni Arbace.
6. Recuerdos de la Alhambra di Tarrega, recentemente registrato dal vivo presso il laboratorio del liutaio Mario Grimaldi, con una chitarra Grimaldi
http://radiovocedellasperanza.it/
lunedì 5 gennaio 2015
Intervista a Mauro Campobasso su Jazz Convention a cura di Fabio Ciminiera
Intervista a Mauro Campobasso su Jazz Convention a cura di Fabio Ciminiera
http://www.jazzconvention.net/index.php?option=com_content&view=article&id=2312%3Aintervista-a-mauro-campobasso&catid=7%3Arealinterviews&Itemid=15
http://www.jazzconvention.net/index.php?option=com_content&view=article&id=2312%3Aintervista-a-mauro-campobasso&catid=7%3Arealinterviews&Itemid=15
venerdì 2 gennaio 2015
Intervista ad Andrea Toffolini a cura di Costanza Pasquotti
(l'intervista
è a cura di Costanza Pasquotti. La trascrizione è stata effettuata
da Gabriele Soppelsa)
Costanza
Pasquotti: Per il canale youtube del Son Ensemble abbiamo con noi il
maestro Andrea Toffolini, musicista poliedrico che nasce come
pianista e violinista classico per approdare poi in composizione con
il supporto delle nuove tecnologie e passando attraverso alla musica
elettronica ed alla direzione d’orchestra. Maestro ci può
raccontare in maniera più approfondita lo sviluppo di questo suo
percorso artistico e personale, ovviamente?
Andrea
Toffolini: Buongiorno. Allora, inizio a studiare musica circa all’età
di sette anni: questo grazie, diciamo, ad una familiarità, nel senso
che mio nonno era diplomato in pianoforte e in organo. Fin da piccolo
quindi, praticamente, mi ha fatto sedere su quel seggiolino che sta
davanti alla tastiera… all’età di undici anni inizio a studiare
violino perché entro in Conservatorio, corso di studi che ho
proseguito fino a circa diciassette anni.
Subito
dopo il diploma magistrale mi iscrivo al conservatorio di
Castelfranco Veneto, dove inizio a studiare composizione nella classe
del Maestro Pasquotti: lì proseguo gli studi, poi ovviamente il
maestro si trasferisce a Venezia e quindi lo seguo molto volentieri.
A Venezia ottengo il diploma in composizione e contemporaneamente
inizio gli studi di musica elettronica col Maestro Vidolin. Ottengo
anche il diploma di musica elettronica e quindi, per proseguire nei
nuovi ordinamenti dei corsi musicali, faccio anche la laurea di
secondo livello, sotto la guida dei maestri Pasquotti e Vidolin […].
Essendo poi entrato anche nell’ambito dell’educazione musicale,
all’interno delle scuole statali, faccio anche la laurea
all’abilitazione all’insegnamento
Questo
è stato il mio percorso, un percorso variegato che però sicuramente
ha portato ad una conoscenza abbastanza ampia, perché col violino è
vero ho abbandonato un pochino […], però ho fatto delle esperienze
anche a livello orchestrale (ad esempio nell’orchestra Alpe Adria):
sono tutte esperienze che anche ai fini compositivi aiutano molto
nello scrivere.
C:
se potessimo fare, alla luce di questo escursus, una somma
all’interno di situazione e personaggi più importanti per lei,
quali sono e perchè?
A:
Sicuramente sia il maestro Pasquotti che il maestro Vidolin sono
stati veramente delle persone molto importanti. Del maestro
Pasquotti, sicuramente, a livello compositivo, la cosa che ho
apprezzato di più è stata il fatto che lui non intervenisse mai sul
modo di scrivere o comunque proprio sulla scrittura: nel senso, lui
non ha mai scritto una nota sulla mia partitura, diciamo che il suo
obiettivo era quello di far ragionare le persone su quello che
stavano facendo, e questo, secondo me, è stato veramente importante.
Sul
maestro Vidolin, penso che tutti conoscano [quanto sia una] persona
di altissima cultura e di massima conoscenza a livello elettronico. È
un'altra persona che da questo punto di vista mi ha aiutato molto,
anche in questo caso, devo dire, facendomi ragionare su quello che
stavo facendo e cercando di approfondire fin nei dettagli più
piccoli le operazioni o, diciamo, le composizioni o i vari sistemi
che si utilizzavano per la musica elettronica.
C:
…prima invece accennava anche al fatto della sua esperienza nella
didattica: approfondiamo quindi la sua esperienza in questo campo. È
ormai da molti anni che lei insegna al liceo musicale “Percoto”
di Udine, e ha modo di far lavorare i suoi studenti su un’arte,
quella musicale, che di solito viene messa abbastanza da parte
nell’educazione formativa della scuola italiana. Qual è a suo
avviso l’approccio vincente da proporre ai ragazzi per stimolare in
loro la curiosità verso questa disciplina?
A:
Da cinque anni a questa parte, con la riforma dei vari licei,
all’interno dell’ordinamento scolastico è nato il liceo
musicale, che dopo un’esperienza a livello sperimentale all’interno
dei conservatori, diventa ordinamentale a tutti gli effetti, al di là
della sperimentazione. Questo liceo ha la fortuna di avere,
all’interno delle trentadue ore che i ragazzi fanno
settimanalmente, dodici ore adibite agli insegnamenti musicali, hanno
primo e secondo strumento, teoria e analisi della composizione…
mercoledì 31 dicembre 2014
martedì 30 dicembre 2014
Guitars Speak puntate e podcast: IV° anno
03/09/2014: le chitarre contemporanee di Alessandra Novaga e Giacomo Fiore
Download PODCAST
10/09/2014: la chitarra Jazz di Joe Pass Download PODCAST
17/09/2014: la chitarra di Pierluigi Potalivo Download Podcast
24/09/2014: la chitarra di Stefan Grossman Download Podcast
01/10/2014: Massabon, Piero Bittolo Bon’s Lacus e Brio! Download Podcast
08/10/2014: La musica per chitarra del Maestro Toshio Hosokawa Download Podcast
15/10/2014: la chitarra di Bert Jansch Download Podcast
22/10/2014: Le chitarre del Nuntempe Ensemble e di Zsofia Boros Download Podcast
29/10/2014: Marta Dolzadelli e le Free Classical Guitars Download Podcast
05/11/2014: la chitarra di Les Paul Download Podcast
12/11/2014: la chitarra di Noël Akchoté Download Podcast
19/11/2014: Le chitarre di Paolo Angeli e Joe Morris e Chris Cretella Download Podcast
26/11/2014: la chitarra blues di Son House Download Podcast
03/12/2014: la chitarra di Cinzia Milani Download Podcast
10/12/2014: la chitarra di Dave Van Ronk Download Podcast
17/12/2014: la chitarra di Lightnin' Hopkins Download Podcast
24/12/2014: il Natale di John Fahey Download Podcast
lunedì 29 dicembre 2014
Masterclass - M° Christian Lavernier
Il corso è indirizzato ad allievi, di qualsiasi età, che vogliano
perfezionare, approfondire e ampliare il repertorio.
La chitarra verrà vista sotto due aspetti differenti, quello tecnico e quello interpretativo, l’uno indissolubilmente legato all’altro.
Verranno inoltre approfonditi tutti i punti che riconducono la tecnica al servizio dell'interpretazione studiandone la loro complementarietà sempre in evoluzione.
Prima parte : la tecnica
Interpretazione della tecnica : Il suono e la tecnica
Moduli dinamici applicati alla tecnica
La mano destra e i moduli per accenti
Seconda parte : il repertorio
L’interpretazione : le variabili dell’unicità espressiva
L’ottocento a servizio della chitarra
”Hic et nunc”: la musica contemporanea
Le lezioni avranno una durata di 60min. nel corso delle quali, ogni giorno si affronterà un tema differente. Ogni allievo avrà a disposizione 4 ore di lezione con il M° Lavernier durante le quali lavorare sul repertorio scelto dallo studente, nell’ottica del programma di cui sopra.
domenica 28 dicembre 2014
sabato 27 dicembre 2014
venerdì 26 dicembre 2014
Derek Bailey Tribute on PREPARED GUITAR
I invite you all to read this amazing tribute to the great Derek Bailey. Many thanks to Miguel Coupon: I am honored that he wanted to post my thoughts about Derek Bailey, close to incredible musicians like David Sylvian, Noël Akchoté, Scott Fields, Steve Beresford, John Butcher, Tim Sparks and many many others. Thank you so much!
http://preparedguitar.blogspot.com.es/2014/12/derek-bailey-tribute.html
http://preparedguitar.blogspot.com.es/2014/12/derek-bailey-tribute.html
giovedì 25 dicembre 2014
mercoledì 24 dicembre 2014
XII Segovia Day bergamasco per lunedi 29 dicembre 2014
XII Segovia Day bergamasco
lunedi 29 dicembre 2014 ore 20.30
presso Sala Galmozzi via Torquato Tasso, 4 Bergamo
Associazione Bergamo Chitarra
Centro Studi e Ricerche “La Chitarra” - Archivio Chitarristico Italiano
con il Patrocinio del Comune di Bergamo
presenta
Incontri sulla Storia della Chitarra a Bergamo
XII Edizione 2014
presso
Sala “Ferruccio Galmozzi”
Via Torquato Tasso, 4 - Bergamo Bassa (ITALIA)
Lunedi 29 dicembre 2014, ore 20.30
XII Segovia Day Bergamasco
Suoni , documenti e immagini d'archivio a ricordo dell’unico e storico concerto
dato a Bergamo dal celebre chitarrista Andrés Segovia il 29 dicembre 1926
Relazione annuale dell'Associazione Bergamo Chitarra
Consegna del Premio Segovia Day 2014
info: g.parimbelli@alice.it
ingresso libero
con il Patrocinio del Comune di Bergamo
presenta
Incontri sulla Storia della Chitarra a Bergamo
XII Edizione 2014
presso
Sala “Ferruccio Galmozzi”
Via Torquato Tasso, 4 - Bergamo Bassa (ITALIA)
Lunedi 29 dicembre 2014, ore 20.30
XII Segovia Day Bergamasco
Suoni , documenti e immagini d'archivio a ricordo dell’unico e storico concerto
dato a Bergamo dal celebre chitarrista Andrés Segovia il 29 dicembre 1926
Relazione annuale dell'Associazione Bergamo Chitarra
Consegna del Premio Segovia Day 2014
info: g.parimbelli@alice.it
ingresso libero
martedì 23 dicembre 2014
Bruno Giuffredi ROMA Concerto e Masterclass 24 e 25 gennaio 2015
BRUNO GIUFFREDI
Sabato 24 Gennaio Concerto ore 19
musiche di:
J.S.Bach, F. Sor, N. Coste, F. Tarrega, H.Villa-Lobos, J. Turina, L. Torresan
Masterclass 25 Gennaio 2015 ore 9.00-16,30
Per informazioni: Associazione musicale CHITARRA IN – Roma
Christian Lavernier playlist on Blog Chitarra e Dintorni
Christian Lavernier nasce a Imperia il 27 Luglio del 1979, inizia i suoi studi di chitarra classica con il M° Mario Senise che lo ha seguito e condotto all'ammissione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano,dove si è brillantemente diplomato nella classe del M° Paolo Cherici. Ha seguito Master Class con alcuni tra i docenti più rappresentativi del panorama chitarristico internazionale tra i quali: Alirio Diaz, Conrad Ragosnig, David Russell, approfondendo lo studio del repertorio contemporaneo, con Angelo Gilardino. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali tra i più prestigiosi tra i quali: Concorso Internazionale Joannes Brams, Concorso Internazionale Francesco Forgione, Concorso Nazionale Isole Borromee, Concorso Internazionale Paul Harris, conquistando in tutti il primo premio assoluto.
http://www.christianlavernier.com/
lunedì 22 dicembre 2014
Intervista al M° Christian Lavernier con Andrea Aguzzi
Quando ha iniziato a suonare al chitarra e perché? Che studi ha fatto e qual è il suo background musicale? Con che chitarre suona e con quali ha suonato?
Avevo 9anni quando ho iniziato a suonare...ma era il pianoforte. I miei genitori mi avevano iscritto ad una scuola di musica e lì sentivo il suono della chitarra venire dalla classe accanto alla mia. Il suono dolce e le vibrazioni mi affascinarono. Già dall'inizio incominciai con lo strumento sbagliato. A 10 anni abbandonai il pianoforte e iniziai da solo con la chitarra. A 12 incontrai il mio primo vero maestro, il M Mario Senise. Successivamente feci una masterclass con Alirio Diaz e Poi con Paolo Cherici. Mi suggerirono di andare a Milano al conservatorio dove entrai direttamente all'ottavo anno e mi diplomai 3anni dopo. A Vienna, in seguito, studiai con Conrad Ragosnig e tempo dopo con Angelo Gilardino, mi avvicinai al repertorio del '900 e alla musica contemporanea.
Non ho mai voluto avere un background musicale perché mi affascina solo quello che sento nel momento in cui lo sento. Ho suonato e ascoltato qualsiasi cosa ma non sono legato a nulla in particolare.
Quanto alle chitarre, ora suono una José Ramirez III con camera del 1989. In passato ho suonato con diverse chitarre italiane ed estere: Kohno, Giussani...
Quali sono state e sono le sue principali influenze musicali? In che modo esprime la sua “forma” musicale sia nell’ambito dell’esecuzione che nell’improvvisazione, sia che lei stia suonando “in solo” sia assieme altri musicisti? Elabora una “forma” predefinita apportando aggiustamenti all’occorrenza o lascia che sia la “forma” stessa ad emergere a seconda delle situazioni, o sfrutta entrambi gli approcci creativi?
Io credo che un musicista debba ascoltare il piú possibile, poi debba trovare la sua traiettoria trasformando ciò che ha accumulato come esperienza nella propria personalità artistica. Le influenze possono venire da diverse parti non solamente musicali. L'interazione con scrittori o pittori arricchisce il sentire tanto quanto il contatto con altri musicisti.
L'improvvisazione é una parte fondamentale nella mia musica. Anche quando suono la musica di altri compositori tengo in mente il margine che esiste per l'improvvisazione. Non mi è possibile fissare un'esecuzione in modo definitivo. Anche all'interno di una composizione scritta esiste un margine per l'improvvisazione o forse è meglio dire, per la fantasia. Il concetto che io ho di forma è quello di "organizzazione del materiale sonoro". A questa visione piuttosto classica applico il fatto di riuscire a lasciare uno spazio il più possibile ampio per quanto riguarda la fantasia. c'é un bellissimo libro che consiglio a tutti "Forma come destino" di M. M. Mazzacut ...
In realtà cerco di farmi organizzare dalla musica. Cerco di essere suonato dalla musica, ed è lei che mi organizza nella forma cercata. È come essere acqua che cerca di riempire gli spazi e aderire alle forme.
Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
Già nella parola improvvisa-azione c'è il contenuto di quello che avviene e dentro una composizione classica e "codificata" ho molte "improvvise-azioni". Per esempio, come dicevo prima, non mi è possibile fissare un'interpretazione per sempre e non penso che se in un passaggio eseguivo un "pianissimo" o un "rallentato" debba essere così per sempre. Magari in un'altra sala o con un altro pubblico, lo stesso passaggio può essere totalmente differente. Questo per me è improvvisazione. Poi ci sono altri tipi di improvvisazioni dove sono io a organizzare il materiale sonoro e a crearlo sul momento in composizioni ovviamente non codificate. L'arte vive di di improvvise-azioni. Van Gogh avrebbe potuto dipinger i girasoli come li vedeva ma la sua improvvisa-azione creò l'impressionismo.
In che modo la sua metodologia musicale viene influenza dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui lei collabora? Modifica il suo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente riceve da loro? Se ascolta una diversa interpretazione di un brano da lei già suonato e che vuole eseguire tiene conto di questo ascolto o preferisce procedere in totale indipendenza?
Innanzitutto non ho una metodologia. Mi capita molte volte di andare in festival dove incontro persone interessanti con le quali improvviso e cerco di conoscere il loro mondo artistico. In questo credo che l'entropia giochi un ruolo importante. Capire un mondo sonoro diverso dal mio mi affascina ma mi affascina ancor di più portare il mio stile in un mondo musicale a me estraneo. Questo per quanto riguarda i musicisti. Lo stesso avviene anche con altri artisti di altre discipline perché lo strumento è il mezzo e non il fine. Io suono uno strumento musicale pregiato, importante, costoso..."strumento" che non è il fine di niente ma serve per fare qualcos'altro.
Cerco di non farmi influenzare dagli ascolti ma piuttosto di trovare la mia chiave di lettura di ogni pezzo. Perché l'arte non è bella o brutta ma vera o falsa. Nella musica siamo ciò che siamo e non si può fingere, pena l'oblio.
Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”?
Una risposta un po' provocatoria. Andy Warrol disse:"io non so cosa sia l'arte, ma so che un millimetro prima o un millimetro dopo è merda." Io non credo ai generi musicali. Il genere è qualcosa che serve a noi per capire di cosa stiamo parlando. Se vado a un concerto e quando torno a casa sono la stessa persona di prima, potevo fare a meno di andarci. Se invece, mi alzo dalla sedia con delle emozioni, allora ne è valsa la pena. Succo di carota o no. Il fatto che non ci sia un vero e proprio genere musicale, oggi, ha fatto nascere parole come "contaminazione". Non mi piace la parola contaminazione, sa di ospedale. Amo molto di più la parola interscambio, dove io do qualcosa del mio mondo musicale e ricevo qualcosa di un altro mondo.
Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto musicista polivalente e trasversale… quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?
Sicuramente Berlioz aveva ragione. Comporre per chitarra è molto difficile, bisogna conoscerne la morfologia. Però Mario Castel-Nuovo Tedesco o Manuel Ponce ci hanno anche dimostrato il contrario. La chitarra è, in ultima analisi, il suo suono. Per scrivere per chitarra, realmente, bisogna conoscere profondamente la morfologia dello strumento. Questo non implica per forza essere chitarristi. Però è anche vero che Castel-Nuovo Tedesco o Ponce avevano un consigliere di nome Andres Segovia.
Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?
Innanzitutto, Luciano Berio è nato nella mia città, Imperia. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di ascoltare dalla sua voce ciò che realmente pensava sulla "nuova musica". Consiglio a tutti la lettura di "Opera aperta" di U. Eco per comprendere meglio ciò che è avvenuto in quegli anni. Sto rispondendo a queste domande a Parigi a pochi passi da Notre Dame, dov'è nata la polifonia e il contrappunto (punto e contro punto). Oggi per noi una terza minore è un suono gradvole come lo è una settima di dominante o una nona, ma non fu sempre così. L'evoluzione del linguaggio musicale porta nella sue fasi estreme a una maggiore complessità. All'epoca di Beethoven o di Mozart c'era un concetto di contemporaneità molto più spiccato di oggi, erano molto più contemporanei di quanto lo siamo noi oggi per il semplice motivo che la loro musica veniva eseguita. Il concetto di "musica del passato" nasce con il romanticismo ma prima, una pagina di musica scritta, dopo due anni era vecchia e se ne suonava dell'altra. Noi abbiamo eretto delle statue, a volte con cognizione di causa, ma tutto ciò a cui viene eretta una statua, generalmente è morto. Se oggi leggiamo le critiche dell'"ottetto per archi" di Beethoven, troveremmo frasi del tipo :" il maestro è più sordo di quanto si pensasse". Oggi sappiamo che è un capolavoro. La ricerca musicologica riferita al passato dovrebbe insegnarci che i musicologi sono, per loro DNA, piuttosto conservatori. Anche il luogo dove si apprende la musica si chiama Conservatorio. forse dovremmo riflettere su questo.
Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
No, non credo. Nel mio ultimo disco ho inciso musica dell'ottocento, musica del novecento e musica contemporanea con una prima incisione mondiale. Credo che una pavana di Luis Milan non strida a fianco di un brano di musica contemporanea. Non credo nella cronologia ma credo nella filologia(in questo caso musicale), cioè nello studio della lingua, indipendentemente dalla sua collocazione spazio-temporale.
Ci consigli cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..
1. I. Stravinsky " la sagra della primavera"
2. M. Bethania sings the Vinicio De Morales "Songsbook"
3. A. Part "La Sindone"
4. J. S. Bach "Partite" (G. Gould)
5. M. Camillo "Live in New York"
Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?.
1. J. Rodrigo "Concierto de Aranjez"
.... E quattro fogli di musica bianca, ancora da scrivere.
Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?
Non mi sento di dispensare consigli a nessuno. Credo solo che sarà la musica a scegliere loro e per loro. L'unica vera condizione necessaria è darle la possibilità di entrare. Lei saprà come fare il resto.
Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?
Vorrei suonare con me stesso da grande, confrontarmi con il mio suono "maturo" di future esperienze. Nella realtà, con chiunque mi susciti emozione, indipendentemente dal suo nome. Chi vorrei suonare?...sarebbe meglio dire:"Da chi vorrei farmi suonare" ..e credo che lo vedrete presto.
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Il 2015 sarà abbastanza ricco di novità : una nuova tournée in Giappone prima di ricominciare con una serie di concerti italiani ed europei, alcune masterclass tra Parigi e Roma (Accademia della musica romana), due programmi completamente nuovi di cui uno di mie composizioni inedite legate da una struttura improvvisativa (che è un controsenso voluto). Ed ancora un nuovo progetto sulla musica dell'800 su chitarra d'epoca che prederà il via nella seconda metà del 2015. Inoltre sto studiando nuove collaborazioni e soprattutto mi sto concentrando sulla mia musica. Ho nuovi stimoli che mi spingono a scrivere in modo frenetico per me e per altri grandi artisti che mi danno modo di elaborare le più disparate forme espressive. Questo per me è un privilegio ma anche una splendida sfida.
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