venerdì 9 gennaio 2015

Intervista a Alessandro Fedrigo di Corde Alterne con Andrea Aguzzi


Alessandro Fedrigo Website: http://www.alessandrofedrigo.com/ 

Quando avete iniziato a suonare la chitarra e perché? Con che strumenti suonate e con quali avete suonato?

Alessandro Fedrigo: Avevo 16 anni, ero al Liceo, ricordo che una notte su Rai 3 vidi un concerto che nell'1985 Miles Davis fece a Umbria Jazz, rimasi folgorato e iniziai ad acquistare dischi di jazz mosso più che altro dalla curiosità di "decrifrare" una musica che mi sembrava incomprensibile. Poi di seguito mi comperai un basso usato (un vecchio Ibanez) ed iniziai a suonare e a porendere lezioni.

Che studi avete fatto e qual è il vostro background musicale? Quali sono state e sono le vostre principali influenze musicali? 

A. F.: Il mio strumento (basso elettrico) non si insegna al Conservatorio, dunque all'inizio presi lezioni private da bassisti vari, ed iniziai subito a frequentare delle scuole di musica dove si faceva musica d'insieme. Da li ho iniziato a suonare praticamente in qualsiasi band mi capitasse, rock, funk, fusion, jazz, musica brasiliana, improvvisazione radicale. Dunque la mia formazione è essenzialmente da autodidatta, o comunque abbastanza casuale, nel senso che solo dopo qualche tempo ho iniziato a frequentare i seminari di jazz e di improvvisazione, e da ogni esperienza ho imparato qualcosa devo dire. Solo più recentemente mi sono iscritto al Conservatorio per laurearmi in Jazz, ma tutto sommato come musicista ero gà formato. Le mie influenze? Direi che Pastorius e Steve Swallow sono i bassisti elettrici che ho ammirato di più, poi Dave Holland sicuramente. Tra i "giovani bassisti" apprezzo molto Stomu Takeishi e Tim Lefebvre. Ma davvero ci sono moltissimi msicisti fantastici in circolazione.

Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc? 

A. F.: Penso che l'improvvisazione sia un elemento molto importante della mia ricerca. Ragiono più o meno in questi termini: c'è un improvvisazione che svolge all'interno di composizioni, o che usa come materiale di partenza una composizione già scritta, e una tipo di improvvisazione che chiamerei "libera". Nel primo caso il mio approccio è quello di approfondire la composizione, i  materiali di cui essa è composta, la sua forma e cerco per quanto sia possibile di interiorizzarla per poterla poi "trattare" o interpretare col massimo della libertà possibile, cercando di collegare il mio "gesto" musicale al momento, ai musicisti che stanno suonando con me, tenendo a mente che l'obbiettivo è rispettare la musica, la composizione e le individualità che attraverso di essa si esprimono. Nel secondo caso, ovvero nel campo dell'"improvvisazione libera" l'obbiettivo è quello di produrre estemporaneamente una struttura narrativa efficace e percepibile, quale che sia il materiale utilizzato. In questo senso, e tornando alla tua domanda, l'improvvisazione si può mettere in campo con qualsiasi materiale musicale, ovviamente il risultato dipende dal musicista e dalla sua capacità di comprendere, analizzare ed interiorizzare il materiale dal quale prende spunto. 

Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”?

A. F.:  Cage a parte (compositore si cui sono un ammiratore e che ha aperto per me molte porte e mi ha dato grandissimi stimoli) credo che parlare di generi musicali non abbia più alcun senso, fose ci poteva aiutare a cercare rapidamente i cd in un negozio di dischi, ma ora mi sembra piuttosto inutile. Certo anche io alla domanda "che musica suoni?" Rispondo che suono Jazz, per comunicare spesso è necessario semplificare. Ma pensando ai miei ascolti, agli artisti che ammiro ci sia un filo che li lega, il filo della creatività, dell'onestà artistica e della volontà di ricercare, dunque non vedo "divisioni di genere" tra Stravinsky, Wayne Shorter, Derek Bailey e Aphex Twin. Sono tutti artisti che si esprimono attraverso i suoni, questo per me è sufficiente.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto musicista polivalente e trasversale…  quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?

A. F.: Penso che se si scrive appositamente per uno strumento si debba conoscerlo. La chitarra è uno strumento per cui io fatico a scrivere, perché mi rendo conto che ha delle possibilità espressive e tecniche che non conosco, e che non riesco a "controllare" sullo spartito. Anche per questo motivo i pezzi scritti in modo "convenzionale" di questo duo sono composizioni di Roberto, che ben conosce la chitarra e che scrive in un modo polifonico che ritengo molto interessante e che deriva in gran parte dai suoi studi classici. Se scrivo qualcosa per chitarra, accade sempre che poi il chitarrista debba adattarlo al suo strumento, per renderlo più efficace ed espressivo. Di fatto credo che la chitarra sia uno strumento in grande crisi d'identità, sopratutto nel jazz. La chitarra ha avuto una formidabile evoluzione tecnica e sonica dagli anni sessanta, con grandi personalità innovative, anche sul piano strumentale, cito abbastanza a caso Hendrix, Fripp, Frisell, Holdsworth, Torn ora mi sembra che si sia tornati un po' tutti a soluzioni più tradizionali. E forse la stessa cosa sta accadendo per il basso, dove la tecnica, la velocità, il funambolismo hanno perso di vista la capacità di fare musica in modo interessante. Vedremo cosa accadrà.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?

A. F.:  Credo che la frase di Mahler, citata da Roberto sia la risposta più efficace ed illuminante a questo tipo di quesito. Tutti gli artisti che ammiro/ammiriamo non hanno avuto paura di sfidare le convenzioni e le tradizioni per spingersi più in là, per soddisfare le proprie esigenze creative. E questa per me è la qualità che ammiro di più in un artista, anche trascurando i risultati a cui egli arriva. Mi sembrano sempre più importanti i processi.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

A. F.:  Mi piace l'idea di una "Musica Terrestre", dove culture diverse, tradizioni, tecniche differenti confluiscano e si fondano e si pieghino alle necessità espressive. Qualche anno fa ho fondato un quartetto con Achille Succi, Giancarlo Bianchetti e Carlo Canevali che ho chiamato appunto "Quartetto Terrestre" con la volontà di produrre una musica che soddisfacesse questa pulsione. 
Una sorta di "esperantismo musicale terrestre", che permetta di costruire una nuova musica, da esportare su altri pianeti.

Ci consigliate cinque dischi per voi indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

A. F.: 
"Kind of Blue" di Miles Davis, un classico, inarrivabile.
"Night Passage" dei Weather Report, un buon esempio di Musica Terrestre a 360 gradi.
"Come to Daddy" di Aphex Twin, la musica elettronica, tante potenzialità per uno degli artisti più interessanti degli ultimi anni.
"La Sagra della Primavera" di Stravinsky, in una qualche incisione, ce ne sono tantissime di pregevoli. Non c'è nulla da dire per me su questa composizione, è meravigliosa.
"I, Claudia" Claudia Quintet, qualcosa di più recente e molto interessante. John Hollenbeck scrive della bellissima musica, e questo disco mi sembra uno dei più riusciti della loro produzione.

Quali sono invece i vostri cinque spartiti indispensabili?.

A. F.: 
Ecco a parte ovviamente "Come to Daddy", dei disci che ho citato si possono trovare le partiture, anche la trascrizione dei soli in qualche caso. 
Mi sembra molto bello poter ascoltare e vedere le partiture.
E' un modo per entrare nella musica da un altra porta, per questo motivo mi piace molto che sul sito di nusica.org le partiture dei pezzi siano visibili e scaricabili.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli vi sentite di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

A. F.: Suonare qualsiasi musica, senza preconcetti e preclusioni, cercando di incontrare persone interessanti e creative. Sperimentare sempre e con rigore.
Ricordarsi che nell'arte non esiste "giusto" e "sbagliato" ma cercare di trovare la propria voce mettendosi sempre in discussione.
Ricordarsi che quando suoniamo stiamo suonando per il pubblico che abbiamo davanti, e che qualsiasi cosa vogliamo comunicare abbiamo il dovere di provare a farlo in modo comprensibile.

giovedì 8 gennaio 2015

Intervista a Roberto Gemo di Corde Alterne di Andrea Aguzzi


Roberto Gemo Website: http://robertogemo.wordpress.com/
Quando avete iniziato a suonare la chitarra e perché? Con che strumenti suonate e con quali avete suonato? 
Roberto Gemo: Ho cominciato con la chitarra a sei anni e verso i nove ho suonato per un anno le tastiere. Ho avuto da sempre un'attrazione verso tutti i tipi di chitarre...ho suonato la classica con corde di nylon, l'acustica folk, la 12 corde, la solid-body elettrica, la arch-top jazz e uno strumento fretless. Ho utilizzato la Roland-guitar-synth e la chitarra midi (sulle orme di Fripp), abbandonate a malincuore a causa dei continui accostamenti che mi venivano fatti con un chitarrista che al tempo non conoscevo (Pat Metheny). Attualmente suono tutti gli altri strumenti ad eccezione della fretless e della 12 corde che ho sostituito con una chitarra classica soprano e una acustica baritono.
Che studi avete fatto e qual è il vostro background musicale? Quali sono state e sono le vostre principali influenze musicali? 
R.G.: L'inizio è stato da autodidatta, poi mi sono diplomato al conservatorio Pollini di Padova in chitarra classica e successivamente ho conseguito la laurea di 2°livello in jazz presso il conservatorio Pedrollo di Vicenza. Ho cominciato con il folk e il rock per arrivare al prog – quest'ultimo primo grandissimo amore musicale – e dunque da CSN&Y a James Taylor, dai Deep Purple ai Jethro Tull,Yes, King Crimson e in cima alla montagna i Genesis (tralasciando un centinaio di altri). Come chitarristi Blackmore, Fripp, Holdsworth. Poi è arrivata la musica classica, specialmente quella del 1900, ed è stata una marea, una continua fonte di ispirazione: Villa Lobos, Leo Brouwer, Dodgson,Elgar, Holst, Berg, Webern solo per citarne alcuni. A questo si è aggiunto il jazz, inteso come improvvisazione, ma non una vera passione della tradizione afro-americana, bensì il suo sviluppo moderno ed europeo: Metheny, Scofield, Frisell e Ralph Towner.

Quale significato ha l’improvvisazione nella vostra ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc? 
R.G.: Il significato più grande di improvvisazione sta nella sua definizione: dire, scrivere, comporre (versi, un discorso, ecc.) all’improvviso, seguendo l’ispirazione del momento, senza cioè preparazione o meditazione. L'improvvisazione esiste da sempre e non è stata inventata dai jazzisti. Già nel periodo barocco si parla chiaramente di questo, ma anche nella musica indiana, nel flamenco e in tantissime altre culture musicali. Improvvisare è prima di tutto una spinta interiore. Personalmente non credo che si possa parlare di vera improvvisazione quando si studiano patterns per giornate intere e poi si sviluppano in concerto, ho sempre avuto un rifiuto per questo tipo di lavoro. Penso invece che improvvisare possa essere un rompere gli schemi (di qualsiasi tipo) e proprio per questo studio e ignoranza devono lavorare in grande sinergia. Nelle partiture dei compositori di musica classica contemporanea esistono grandi spazi improvvisativi, in continua espansione...ma ci vorrà molto tempo e una grande conoscenza dei vari linguaggi.
Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”? 
R.G.: Credo ancora nel genere musicale soprattutto per rispetto delle persone che sacrificano una vita allo studio o a suonare un tipo specifico di musica. Non mi piace che nei discorsi tutto diventi banale come al bar: non si diventa un concertista classico in due settimane ma neanche un buon rocker, folk, jazz e qualsiasi altro genere. Detto questo i confini della musica si stanno dilatando o scomparendo e a me questo piace molto.
Per quanto riguarda Cage, ho imparato dallo studio del '900 e della musica contemporanea che ci sono molti compositori eccezionali, molti provocatori, molta mediocrità...la creatività è una cosa difficilissima da valutare. Una cosa è certa da sempre: se sei famoso può venirti riconosciuto quello che non c'è ...anche Bach, Mozart, Davis, Parker e i Beatles hanno fatto cose più o meno buone.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto musicista polivalente e trasversale… quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz? 

R.G.: Sono stato sempre un sostenitore dei chitarristi-compositori in quanto conoscendo profondamente lo strumento, riescono a farlo suonare bene. Inoltre il compositore che scrive per chitarra nel tempo perso o perché assillato dagli esecutori non esprime talvolta il suo massimo livello. Siamo troppo condizionati dai “grandi” e questo sin dai tempi di Bach, che ha scritto cinque suite per liuto, strasuonate in tutto il mondo, mentre S.L.Weiss è stato spesso dimenticato e non saprei dei due chi scrive meglio per questo strumento. Inoltre vorrei dire che il repertorio di chitarra classica è aumentato in maniera imponente nel novecento, specialmente nella seconda metà del secolo, per merito di compositori come Villa Lobos, Brouwer e moltissimi altri. Se di crisi dobbiamo parlare io credo sia dovuta ad un ormai lungo periodo di decadenza culturale, nel quale tutti hanno le loro colpe...musicisti, addetti ai lavori, scuola e ignoranza di massa dilagante. Basti pensare che per uno come me che vive nella provincia, poter ascoltare in concerto qualcosa di diverso da Vivaldi, Bach e Mozart è un'utopia!....(e invece ai concerti di chitarra classica si ascoltano Egberto Gismonti, Ralph Towner...e tantissimi “viventi”).

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto? 
R.G.: Nella mia fedele agenda cartacea ho scritto sulla prima pagina questa frase di Gustav Mahler: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”. In queste parole trovo la risposta, ossia portare dentro di noi la forza delle grandi idee cercando di vivere ora. La ricerca deve essere conoscenza storica e stimolo per il presente. Amo molto andare nei musei, ma amo ancora di più conoscere artisti e persone che stanno facendo qualcosa (di piccolo o grande) in vita. Un mio amico una volta disse che adorava Chet Baker... allora io risposi – vai spesso a vedere concerti con trombettisti, ce ne sono di immensamente bravi – e lui mi rispose di no.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale? 
R.G.: Partendo da quest'ultima parola, io distinguo molto i termini “globalizzazione” e “contaminazione”: il primo lo identifico in una sorta di massificazione che ha colpito tutti i generi musicali ed è per me la morte della personalità, mentre il secondo è la vita in costante mutazione, una integrazione infinita. Il decorso cronologico della musica invece, mi ha sempre un po' confuso...penso ad autori come Wagner che hanno anticipato un mondo di cose e ad autori contemporanei che vivono in un passato nostalgico...non riesco a giudicare questo fenomeno.

Ci consigliate cinque dischi per voi indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta:
R.G.: (premetto che questa è la domanda assolutamente più complicata, direi almeno 50)
The lamb lies down on Brouadway – Genesis Enigma Variations – Edwar Elgar Still life talking – Pat Metheny Ana – Ralph Towner Greatest hits – James Taylor
Quali sono invece i vostri cinque spartiti indispensabili? 
R.G.: Preludi e Studi – Villa Lobos 
 El noi de la mare Berceuse 
(Cancion de Cuna) – Leo Brouwer 
 Oblivion – Astor Piazzolla 
 Joyful Departure – Ralph Towner

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli vi sentite di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista? 
R.G.: Può essere la passione, il gioco e il lavoro più bello al mondo se non si dimentica il perché si è cominciato: il sogno è nel percorso del musicista, ad ogni traguardo se ne ricostruisce un altro.

Con chi vi piacerebbe suonare e chi vi piacerebbe suonare? Che musiche ascoltate di solito? 
R.G.: Ho una eredità da band-prog...mi piace suonare (e mi è sempre piaciuto) con chi condivide un certo mondo musicale molto aperto e fortunatamente ho trovato per strada bravissimi musicisti e ottimi amici...suonerei volentieri con un quartetto d'archi. Ora non ascolto molta musica, direi soprattutto classica...ma un poco di tutto.


Quali sono i vostri prossimi progetti? 
R.G.: Spero possa essere pubblicato a breve un cd di Ar-men trio che abbiamo già registrato tempo fa con Alessandro Fedrigo e Gianni Bertoncini; ho pronto anche il terzo lavoro di chitarra sola che vorrei registrare nei prossimi mesi e infine sto scrivendo per quartetto d'archi...a volte i sogni!

mercoledì 7 gennaio 2015

Guitars Speak: la chitarra (live) di Giuseppe Chiaramonte


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Questa sera alle 21 in onda su Guitars Speak. La prima puntata del 2015 di Guitars Speak parla della chitarra classica di Giuseppe Chiaramonte. Innovatore della tecnica chitarristica, le sue performance sono sostenute da una qualità timbrica apprezzata da alcuni tra i maggiori esponenti mondiali della chitarra classica. Lo ascolteremo in alcuni suoi concerti e alcuni suoi brani recentemente registrati.


This evening at 9PM on air with Guitars Speak. The first 2015's episode of Guitars Speak radio program talks about by Giuseppe Chiaramonte's Classical Guitar . Guitar technique's innovator, his performances are supported by a tonal quality appreciated by some of the world's greatest exponents of the classical guitar. We will listen to him playing in some of his concerts, and some recently recorded new passages.

1. Un corposo estratto dal concerto del 26 ottobre 2014 a Casa Verdi -Milano.
Elenco Brani (eseguiti su chitarra Guadagnini 1827): 
Gaspar Sanz: Fuga al ayre espanol
Domenico Scarlatti: Sonata k208
Johann Kaspar Mertz: Elegia
Johann Kaspar Mertz: Le Gondolier op.65
Mauro Giuliani: Variazioni sul tema della Follia di Spagna op. 45

2. - 3.  Due brani del compositore calabrese Francesco Domenico Stumpo, Calabrian Waltz e Ninninciola, incisi, insieme ad altri 6 brani dello stesso autore, da Giuseppe Chiaramonte per l'etichetta milanese Sinfonica.

4. Rain story è un brano breve ma carico di significato della compositrice russa Anna Inozemceva, vincitrice di numerosi concorsi internazionali, docente all'università statale della cultura e delle arti di Mosca e membro del Russian Guitar Quartet. 

5. Un dia de Novembre di Leo Brouwer, registrato a Tricase (prov. di Lecce) con una chitarra del Liutaio Giovanni Arbace.

6.  Recuerdos de la Alhambra di Tarrega, recentemente registrato dal vivo presso il laboratorio del liutaio Mario Grimaldi, con una chitarra Grimaldi

http://radiovocedellasperanza.it/

El Cimarrón di H.W.Henze, 10 gennaio, Teatro Cantiere Florida, Firenze


venerdì 2 gennaio 2015

Intervista ad Andrea Toffolini a cura di Costanza Pasquotti



Intervista ad Andrea Toffolini

(l'intervista è a cura di Costanza Pasquotti. La trascrizione è stata effettuata da Gabriele Soppelsa)

Costanza Pasquotti: Per il canale youtube del Son Ensemble abbiamo con noi il maestro Andrea Toffolini, musicista poliedrico che nasce come pianista e violinista classico per approdare poi in composizione con il supporto delle nuove tecnologie e passando attraverso alla musica elettronica ed alla direzione d’orchestra. Maestro ci può raccontare in maniera più approfondita lo sviluppo di questo suo percorso artistico e personale, ovviamente?

Andrea Toffolini: Buongiorno. Allora, inizio a studiare musica circa all’età di sette anni: questo grazie, diciamo, ad una familiarità, nel senso che mio nonno era diplomato in pianoforte e in organo. Fin da piccolo quindi, praticamente, mi ha fatto sedere su quel seggiolino che sta davanti alla tastiera… all’età di undici anni inizio a studiare violino perché entro in Conservatorio, corso di studi che ho proseguito fino a circa diciassette anni.
Subito dopo il diploma magistrale mi iscrivo al conservatorio di Castelfranco Veneto, dove inizio a studiare composizione nella classe del Maestro Pasquotti: lì proseguo gli studi, poi ovviamente il maestro si trasferisce a Venezia e quindi lo seguo molto volentieri. A Venezia ottengo il diploma in composizione e contemporaneamente inizio gli studi di musica elettronica col Maestro Vidolin. Ottengo anche il diploma di musica elettronica e quindi, per proseguire nei nuovi ordinamenti dei corsi musicali, faccio anche la laurea di secondo livello, sotto la guida dei maestri Pasquotti e Vidolin […]. Essendo poi entrato anche nell’ambito dell’educazione musicale, all’interno delle scuole statali, faccio anche la laurea all’abilitazione all’insegnamento
Questo è stato il mio percorso, un percorso variegato che però sicuramente ha portato ad una conoscenza abbastanza ampia, perché col violino è vero ho abbandonato un pochino […], però ho fatto delle esperienze anche a livello orchestrale (ad esempio nell’orchestra Alpe Adria): sono tutte esperienze che anche ai fini compositivi aiutano molto nello scrivere.

C: se potessimo fare, alla luce di questo escursus, una somma all’interno di situazione e personaggi più importanti per lei, quali sono e perchè?

A: Sicuramente sia il maestro Pasquotti che il maestro Vidolin sono stati veramente delle persone molto importanti. Del maestro Pasquotti, sicuramente, a livello compositivo, la cosa che ho apprezzato di più è stata il fatto che lui non intervenisse mai sul modo di scrivere o comunque proprio sulla scrittura: nel senso, lui non ha mai scritto una nota sulla mia partitura, diciamo che il suo obiettivo era quello di far ragionare le persone su quello che stavano facendo, e questo, secondo me, è stato veramente importante.
Sul maestro Vidolin, penso che tutti conoscano [quanto sia una] persona di altissima cultura e di massima conoscenza a livello elettronico. È un'altra persona che da questo punto di vista mi ha aiutato molto, anche in questo caso, devo dire, facendomi ragionare su quello che stavo facendo e cercando di approfondire fin nei dettagli più piccoli le operazioni o, diciamo, le composizioni o i vari sistemi che si utilizzavano per la musica elettronica.

C: …prima invece accennava anche al fatto della sua esperienza nella didattica: approfondiamo quindi la sua esperienza in questo campo. È ormai da molti anni che lei insegna al liceo musicale “Percoto” di Udine, e ha modo di far lavorare i suoi studenti su un’arte, quella musicale, che di solito viene messa abbastanza da parte nell’educazione formativa della scuola italiana. Qual è a suo avviso l’approccio vincente da proporre ai ragazzi per stimolare in loro la curiosità verso questa disciplina?

A: Da cinque anni a questa parte, con la riforma dei vari licei, all’interno dell’ordinamento scolastico è nato il liceo musicale, che dopo un’esperienza a livello sperimentale all’interno dei conservatori, diventa ordinamentale a tutti gli effetti, al di là della sperimentazione. Questo liceo ha la fortuna di avere, all’interno delle trentadue ore che i ragazzi fanno settimanalmente, dodici ore adibite agli insegnamenti musicali, hanno primo e secondo strumento, teoria e analisi della composizione…

Continua al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=p8mTXmo0fNs

martedì 30 dicembre 2014

Guitars Speak puntate e podcast: IV° anno



03/09/2014: le chitarre contemporanee di Alessandra Novaga e Giacomo Fiore 
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10/09/2014: la chitarra Jazz di Joe Pass Download PODCAST

17/09/2014: la chitarra di Pierluigi Potalivo Download Podcast

24/09/2014: la chitarra di Stefan Grossman Download Podcast

01/10/2014: Massabon, Piero Bittolo Bon’s Lacus e Brio! Download Podcast

08/10/2014: La musica per chitarra del Maestro Toshio Hosokawa Download Podcast

15/10/2014: la chitarra di Bert Jansch Download Podcast

22/10/2014: Le chitarre del Nuntempe Ensemble e di Zsofia Boros Download Podcast

29/10/2014: Marta Dolzadelli e le Free Classical Guitars Download Podcast

05/11/2014: la chitarra di Les Paul Download Podcast

12/11/2014: la chitarra di Noël Akchoté Download Podcast

19/11/2014: Le chitarre di Paolo Angeli e Joe Morris e Chris Cretella Download Podcast 

26/11/2014:  la chitarra blues di Son House Download Podcast

03/12/2014: la chitarra di Cinzia Milani Download Podcast

10/12/2014: la chitarra di Dave Van Ronk Download Podcast

17/12/2014: la chitarra di Lightnin' Hopkins Download Podcast

24/12/2014: il Natale di John Fahey Download Podcast

lunedì 29 dicembre 2014

Masterclass - M° Christian Lavernier


Il corso è indirizzato ad allievi, di qualsiasi età, che vogliano
perfezionare, approfondire e ampliare il repertorio.
 La chitarra verrà vista sotto due aspetti differenti, quello tecnico e quello interpretativo, l’uno indissolubilmente legato all’altro.
Verranno inoltre approfonditi tutti i punti che riconducono la tecnica al servizio dell'interpretazione studiandone la loro complementarietà sempre in evoluzione.


Prima parte : la tecnica

􀀀 Interpretazione della tecnica : Il suono e la tecnica
􀀀 Moduli dinamici applicati alla tecnica
􀀀 La mano destra e i moduli per accenti


Seconda parte : il repertorio

􀀀 L’interpretazione : le variabili dell’unicità espressiva
􀀀 L’ottocento a servizio della chitarra
􀀀 ”Hic et nunc”: la musica contemporanea

Le lezioni avranno una durata di 60min. nel corso delle quali, ogni giorno si affronterà un tema differente. Ogni allievo avrà a disposizione 4 ore di lezione con il M° Lavernier durante le quali lavorare sul repertorio scelto dallo studente, nell’ottica del programma di cui sopra.

venerdì 26 dicembre 2014

Derek Bailey Tribute on PREPARED GUITAR

I invite you all to read this amazing tribute to the great Derek Bailey. Many thanks to Miguel Coupon: I am honored that he wanted to post my thoughts about Derek Bailey, close to incredible musicians like David Sylvian, Noël Akchoté, Scott Fields, Steve Beresford, John Butcher, Tim Sparks and many many others. Thank you so much!



http://preparedguitar.blogspot.com.es/2014/12/derek-bailey-tribute.html

mercoledì 24 dicembre 2014

XII Segovia Day bergamasco per lunedi 29 dicembre 2014

XII Segovia Day bergamasco
lunedi 29 dicembre 2014 ore 20.30 
presso Sala Galmozzi via Torquato Tasso, 4 Bergamo


Associazione Bergamo Chitarra
Centro Studi e Ricerche “La Chitarra” - Archivio Chitarristico Italiano
con il Patrocinio del Comune di Bergamo
presenta

Incontri sulla Storia della Chitarra a Bergamo
XII Edizione 2014

presso

Sala “Ferruccio Galmozzi”
Via Torquato Tasso, 4 - Bergamo Bassa (ITALIA)
Lunedi 29 dicembre 2014, ore 20.30
XII Segovia Day Bergamasco

Suoni , documenti e immagini d'archivio a ricordo dell’unico e storico concerto
dato a Bergamo dal celebre chitarrista Andrés Segovia il 29 dicembre 1926

Relazione annuale dell'Associazione Bergamo Chitarra

Consegna del Premio Segovia Day 2014

info: g.parimbelli@alice.it
ingresso libero

martedì 23 dicembre 2014

Bruno Giuffredi ROMA Concerto e Masterclass 24 e 25 gennaio 2015



    BRUNO GIUFFREDI
 
    Sabato 24 Gennaio Concerto ore 19
    musiche di:
    J.S.Bach, F. Sor, N. Coste, F. Tarrega, H.Villa-Lobos, J. Turina, L. Torresan
 
    Masterclass 25 Gennaio 2015 ore 9.00-16,30
 
    Per informazioni: Associazione musicale CHITARRA IN – Roma

Christian Lavernier playlist on Blog Chitarra e Dintorni


Christian Lavernier nasce a Imperia il 27 Luglio del 1979, inizia i suoi studi di chitarra classica con il M° Mario Senise che lo ha seguito e condotto all'ammissione al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano,dove si è brillantemente diplomato nella classe del M° Paolo Cherici. Ha seguito Master Class con alcuni tra i docenti più rappresentativi del panorama chitarristico internazionale tra i quali: Alirio Diaz, Conrad Ragosnig, David Russell, approfondendo lo studio del repertorio contemporaneo, con Angelo Gilardino. Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali ed internazionali tra i più prestigiosi tra i quali: Concorso Internazionale Joannes Brams, Concorso Internazionale Francesco Forgione, Concorso Nazionale Isole Borromee, Concorso Internazionale Paul Harris, conquistando in tutti il primo premio assoluto.

http://www.christianlavernier.com/

lunedì 22 dicembre 2014

Intervista al M° Christian Lavernier con Andrea Aguzzi



Quando ha iniziato a suonare al chitarra e perché? Che studi ha fatto e qual è il suo background musicale? Con che chitarre suona e con quali ha suonato?

Avevo 9anni quando ho iniziato a suonare...ma era il pianoforte. I miei genitori mi avevano iscritto ad una scuola di musica e lì sentivo il suono della chitarra venire dalla classe accanto alla mia. Il suono dolce e le vibrazioni mi affascinarono. Già dall'inizio incominciai con lo strumento sbagliato. A 10 anni abbandonai il pianoforte e iniziai da solo con la chitarra. A 12 incontrai il mio primo vero maestro, il M Mario Senise. Successivamente feci una masterclass con Alirio Diaz e Poi con Paolo Cherici. Mi suggerirono di andare a Milano al conservatorio dove entrai direttamente all'ottavo anno e mi diplomai 3anni dopo. A Vienna, in seguito, studiai con Conrad Ragosnig e tempo dopo con Angelo Gilardino, mi avvicinai al repertorio del '900 e alla musica contemporanea.
Non ho mai voluto avere un background musicale perché mi affascina solo quello che sento nel momento in cui lo sento. Ho suonato e ascoltato qualsiasi cosa ma non sono legato a nulla in particolare.
Quanto alle chitarre, ora suono una José Ramirez III con camera del 1989. In passato ho suonato con diverse chitarre italiane ed estere: Kohno, Giussani...

Quali sono state e sono le sue principali influenze musicali? In che modo esprime la sua “forma” musicale sia nell’ambito dell’esecuzione che nell’improvvisazione, sia che lei stia suonando “in solo” sia assieme altri musicisti? Elabora una “forma” predefinita apportando aggiustamenti all’occorrenza o lascia che sia la “forma” stessa ad emergere a seconda delle situazioni, o sfrutta entrambi gli approcci creativi?

Io credo che un musicista debba ascoltare il piú possibile,  poi debba trovare la sua traiettoria trasformando ciò che ha accumulato come esperienza nella propria personalità artistica. Le influenze possono venire da diverse parti non solamente musicali. L'interazione con scrittori o pittori arricchisce il sentire tanto quanto il contatto con altri musicisti.
L'improvvisazione é una parte fondamentale nella mia musica. Anche quando suono la musica di altri compositori tengo in mente il margine che esiste per l'improvvisazione. Non mi è possibile fissare un'esecuzione in modo definitivo. Anche all'interno di una composizione scritta esiste un margine per l'improvvisazione o forse è meglio dire, per la fantasia. Il concetto che io ho di forma è quello di "organizzazione del materiale sonoro". A questa visione piuttosto classica applico il fatto di riuscire a lasciare uno spazio il più possibile ampio per quanto riguarda la fantasia. c'é un bellissimo libro che consiglio a tutti "Forma come destino" di M. M. Mazzacut ...
In realtà cerco di farmi organizzare dalla musica. Cerco di essere suonato dalla musica, ed è lei che mi organizza nella forma cercata. È come essere acqua che cerca di riempire gli spazi e aderire alle forme.



Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc? 

Già nella parola improvvisa-azione c'è il contenuto di quello che avviene e dentro una composizione classica e "codificata" ho molte "improvvise-azioni". Per esempio, come dicevo prima, non mi è possibile fissare un'interpretazione per sempre e non penso che se in un passaggio eseguivo un "pianissimo" o un "rallentato" debba essere così per sempre. Magari in un'altra sala o con un altro pubblico, lo stesso passaggio può essere totalmente differente. Questo per me è improvvisazione. Poi ci sono altri tipi di improvvisazioni dove sono io a organizzare il materiale sonoro e a crearlo sul momento in composizioni ovviamente non codificate. L'arte vive di di improvvise-azioni. Van Gogh avrebbe potuto dipinger i girasoli come li vedeva ma la sua improvvisa-azione creò l'impressionismo. 

In che modo la sua metodologia musicale viene influenza dalla comunità di persone (musicisti e non) con cui lei collabora? Modifica il suo approccio in relazione a quello che direttamente o indirettamente riceve da loro? Se ascolta una diversa interpretazione di un brano da lei già suonato e che vuole eseguire tiene conto di questo ascolto o preferisce procedere in totale indipendenza?

Innanzitutto non ho una metodologia. Mi capita molte volte di andare in festival dove incontro persone interessanti con le quali improvviso e cerco di conoscere il loro mondo artistico. In questo credo che l'entropia giochi un ruolo importante. Capire un mondo sonoro diverso dal mio mi affascina ma mi affascina ancor di più portare il mio stile in un mondo musicale a me estraneo. Questo per quanto riguarda i musicisti. Lo stesso avviene anche con altri artisti di altre discipline perché lo strumento è il mezzo e non il fine. Io suono uno strumento musicale pregiato, importante, costoso..."strumento" che non è il fine di niente ma serve per fare qualcos'altro.
Cerco di non farmi influenzare dagli ascolti ma piuttosto di trovare la mia chiave di lettura di ogni pezzo. Perché l'arte non è bella o brutta ma vera o falsa. Nella musica siamo ciò che siamo e non si può fingere, pena l'oblio.



Una domanda un po’ provocatoria sulla musica in generale, non solo quella contemporanea o d’avanguardia. Frank Zappa nella sua autobiografia scrisse: “Se John Cage per esempio dicesse “Ora metterò un microfono a contatto sulla gola, poi berrò succo di carota e questa sarà la mia composizione”, ecco che i suoi gargarismi verrebbero qualificati come una SUA COMPOSIZIONE, perché ha applicato una cornice, dichiarandola come tale. “Prendere o lasciare, ora Voglio che questa sia musica.” È davvero valida questa affermazione per definire un genere musicale, basta dire questa è musica classica, questa è contemporanea ed è fatta? Ha ancora senso parlare di “genere musicale”?


Una risposta un po' provocatoria. Andy Warrol disse:"io non so cosa sia l'arte, ma so che un millimetro prima o un millimetro dopo è merda." Io non credo ai generi musicali. Il genere è qualcosa che serve a noi per capire di cosa stiamo parlando. Se vado a un concerto e quando torno a casa sono la stessa persona di prima, potevo fare a meno di andarci. Se invece, mi alzo dalla sedia con delle emozioni, allora ne è valsa la pena. Succo di carota o no. Il fatto che non ci sia un vero e proprio genere musicale, oggi, ha fatto nascere parole come "contaminazione". Non mi piace la parola contaminazione, sa di ospedale. Amo molto di più la parola interscambio, dove io do qualcosa del mio mondo musicale e ricevo qualcosa di un altro mondo.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea, per non parlare del successo nella musica leggera, dove chitarra elettrica è ormai sinonimo di rock ... in quanto musicista polivalente e trasversale…  quanto ritiene che ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?

Sicuramente Berlioz aveva ragione. Comporre per chitarra è molto difficile, bisogna conoscerne la morfologia. Però Mario Castel-Nuovo Tedesco o Manuel Ponce ci hanno anche dimostrato il contrario. La chitarra è, in ultima analisi, il suo suono. Per scrivere per chitarra, realmente, bisogna conoscere profondamente la morfologia dello strumento. Questo non implica per forza essere chitarristi. Però è anche vero che Castel-Nuovo Tedesco o Ponce avevano un consigliere di nome Andres Segovia.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo può assumere la ricerca storica e musicologica in questo contesto?

Innanzitutto, Luciano Berio è nato nella mia città, Imperia. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di ascoltare dalla sua voce ciò che realmente pensava sulla "nuova musica". Consiglio a tutti la lettura di "Opera aperta" di U. Eco per comprendere meglio ciò che è avvenuto in quegli anni. Sto rispondendo a queste domande a Parigi a pochi passi da Notre Dame, dov'è nata la polifonia e il contrappunto (punto e contro punto). Oggi per noi una terza minore è un suono gradvole come lo è una settima di dominante o una nona, ma non fu sempre così. L'evoluzione del linguaggio musicale porta nella sue fasi estreme a una maggiore complessità. All'epoca di Beethoven o di Mozart c'era un concetto di contemporaneità molto più spiccato di oggi, erano molto più contemporanei di quanto lo siamo noi oggi per il semplice motivo che la loro musica veniva eseguita. Il concetto di "musica del passato" nasce con il romanticismo ma prima, una pagina di musica scritta, dopo due anni era vecchia e se ne suonava dell'altra. Noi abbiamo eretto delle statue, a volte con cognizione di causa, ma tutto ciò a cui viene eretta una statua, generalmente è morto. Se oggi leggiamo le critiche dell'"ottetto per archi" di Beethoven, troveremmo frasi del tipo :" il maestro è più sordo di quanto si pensasse". Oggi sappiamo che è un capolavoro. La ricerca musicologica riferita al passato dovrebbe insegnarci che i musicologi sono, per loro DNA, piuttosto conservatori. Anche il luogo dove si apprende la musica si chiama Conservatorio. forse dovremmo riflettere su questo. 

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

No, non credo. Nel mio ultimo disco ho inciso musica dell'ottocento, musica del novecento e musica contemporanea con una prima incisione mondiale. Credo che una pavana di Luis Milan non strida a fianco di un brano di musica contemporanea. Non credo nella cronologia ma credo nella filologia(in questo caso musicale), cioè nello studio della lingua, indipendentemente dalla sua collocazione spazio-temporale.




Ci consigli cinque dischi per te  indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

1. I. Stravinsky " la sagra della primavera"
2. M. Bethania sings the Vinicio De Morales "Songsbook"
3. A. Part "La Sindone"
4. J. S. Bach "Partite" (G. Gould)
5. M. Camillo "Live in New York"

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?.

 1. J. Rodrigo "Concierto de Aranjez"
.... E quattro fogli di musica bianca, ancora da scrivere.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Non mi sento di dispensare consigli a nessuno. Credo solo che sarà la musica a scegliere loro  e per loro. L'unica vera condizione necessaria è darle la possibilità di entrare. Lei saprà come fare il resto.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?

Vorrei suonare con me stesso da grande, confrontarmi con il mio suono "maturo" di future esperienze. Nella realtà, con chiunque mi susciti emozione, indipendentemente dal suo nome. Chi vorrei suonare?...sarebbe meglio dire:"Da chi vorrei farmi suonare" ..e credo che lo vedrete presto.

Quali sono i suoi prossimi progetti?

Il 2015 sarà abbastanza ricco di novità : una nuova tournée in Giappone prima di ricominciare con una serie di concerti italiani ed  europei, alcune masterclass tra Parigi e Roma (Accademia della musica romana), due programmi completamente nuovi di cui uno di mie composizioni inedite legate da una struttura improvvisativa (che è un controsenso voluto). Ed ancora un nuovo progetto sulla musica dell'800 su chitarra d'epoca che prederà il via nella seconda metà del 2015. Inoltre sto studiando nuove collaborazioni e soprattutto mi sto concentrando sulla mia musica. Ho nuovi stimoli che mi spingono a scrivere in modo frenetico per me e per altri grandi artisti che mi danno modo di elaborare le più disparate forme espressive. Questo per me è un privilegio ma anche una splendida sfida.