martedì 1 marzo 2011

Intervista a Stefano Viola, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Se da un lato l’abitudine a sentire e respirare musica fin dalla nascita avvertendola come una presenza naturale e quasi ovvia deriva dal fatto che la mia era una famiglia di musicisti (mia madre e due fratelli pianisti e mio padre il classico “Maestro di musica”, notare la emme maiuscola!) dall’altro non era così scontato che io potessi avvicinarmi ad uno strumento diverso dal pianoforte; infatti lo studiai per un po’ di anni seguendo, per così dire, un percorso di famiglia obbligato ma non per questo poco stimolante e gratificante. Arrivato il momento di affrontare un repertorio pianistico che necessitava di totale indipendenza di movimento tra le due mani sia nelle dinamiche che nella realizzazione di poliritmie dovetti realizzare che per il mio cervello tale gestione era pressochè impossibile dal momento che le due mani tendevano naturalmente a muoversi in una perfetta simbiosi sia nel moto lungo la tastiera che nell’articolazione ritmica; così “ripiegai” su uno strumento come la chitarra, totalmente diverso dove le due mani, anche se all’interno di funzioni e scopi diversi, si muovono secondo movimenti in qualche modo coordinati, ritmici e simbiotici. Questo strumento mi emozionò a tal punto che lo studiavo per ore ogni giorno (avevo 12 anni) e quando non studiavo ascoltavo i dischi di Segovia e Bream che appartenevano a mio padre…era come scoprire qualcosa che già era dentro di me! Per quanto riguarda gli strumenti che ho suonato posso solo dire che ho attraversato tutte le fasi naturali della crescita musicale e che in ognuna di esse lo strumento cambiava, come è ovvio, al cambiare delle esigenze o necessità espressive; alla fine penso che lo strumento perfetto sarebbe quello che muta nel tempo assieme all’interprete ma siccome ciò non è possibile dobbiamo accettare l’ipotesi di distaccarci da uno strumento nel momento in cui divenga solo un oggetto non più idoneo a rappresentarci nell’immagine sonora. Senza dimenticare poi che repertori appartenenti a diversi periodi storici e stili andrebbero eseguiti con strumenti alle volte profondamente diversi non solo dal punto di vista quantitativo o qualitativo riguardo al suono, ma anche dal punto di vista organologico.

Lei è stato un giovane prodigio della chitarra italiana: a soli diciotto anni, si è diplomato al conservatorio con il massimo dei voti e la lode. Com’era la situazione “chitarristica” in Italia all’epoca?

Mi capita spesso di discutere di questo con i miei studenti…nel senso che quando guardo i video delle lezioni di Segovia all’Accademia Chigiana di Siena o a Santiago de Compostela risalenti al 1965 e dintorni l’immagine che ne ricavo salvo rare eccezioni e al di là del genio Segoviano, è di una sorta di preistoria chitarristica (intesa come “origine”) con i suoi pregi e difetti che non è poi così lontana temporalmente dal periodo dei miei studi in Conservatorio iniziati nel ’75 e finiti nel ’79, anche se molte cose che ho appreso rappresentavano già una evoluzione rispetto a quella “origine”. Tanto per fare degli esempi concreti che possano essere significativi rispetto alla situazione del tempo basti pensare che i “bravi” maestri a cui ci si poteva rivolgere per studiare si potevano contare sulla punta delle dita di una mano a livello nazionale, lo stesso dicasi per i liutai (imperavano all’epoca gli strumenti di Ramirez e Khono); per non parlare poi dell’enorme difficoltà a reperire le partiture specialmente delle edizioni straniere (internet non esisteva) che bisognava alle volte ordinare e aspettare per mesi prima di poterle toccare e che cosa dire infine del fatto che una grande fetta del repertorio originale oggi disponibile non era ancora stato scoperto!! Una situazione però che obbligava a protendersi con le proprie forze verso l’obiettivo del comprendere e sviluppare le proprie attitudini con la bellissima sensazione, a mio avviso, di far parte di un movimento di espressione nel quale tanto c’era da scoprire e da dire…bellissimo!!!

So che lei ha studiato con Ruggero Chiesa e Oscar Ghiglia .. che ricordi ha di loro, dei loro insegnamenti, della loro poetica musicale?

Come dicevo pocanzi la ricerca di un Maestro mi portò, dopo il diploma, a frequentare per la prima volta un corso estivo (all’epoca se ne potevano contare pochissimi) e scelsi, su consiglio dell’amico e collega Giancarlo Rado che già si era mosso in tale direzione, il corso di Gargnano tenuto da Oscar Ghiglia che alla fine del corso mi fece conoscere Ruggero Chiesa che teneva in quel contesto un corso di trascrizione dalle intavolature. Iniziò così la mia frequentazione con Chiesa dal quale andavo a lezione circa due volte al mese nella sua casa di Milano e con Ghiglia dal quale andavo d’estate a frequentare i corsi all’Accademia Chigiana di Siena e a Gargnano. Due personalità molto diverse…
Ruggero Chiesa un vero “Maestro”, una guida nel quotidiano; paziente, preciso, analitico e anche disponibile ad aspettare il momento giusto per i tuoi progressi, oltre che persona molto preparata culturalmente. Oscar Ghiglia l’esatto opposto; vulcanico, incisivo e istintivo (alle volte anche all’eccesso), capace di smuovere in te le più profonde cavità espressive…in una parola “geniale”. Credo di poter dire di aver ricevuto da lui le più belle lezioni di musica della mia vita e mi ha veramente emozionato reincontrarlo di recente in occasione di una sua masterclass al Conservatorio di Udine perché ho potuto constatare come molte proiezioni di questa “filosofia musicale” istintiva ed estemporanea siano ancora oggi presenti in me e nel mio modo di pormi nei confronti degli studenti.

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