lunedì 21 marzo 2011

Glenn Branca: le chitarre oltre, prima parte


Che personaggio Glenn Branca. Sfrontato, esagerato, eccessivo, persino epico.
Siamo qui a parlare di lui in quanto quest’uomo dall’aria insolente e con l'indole un po’ sfrontata del "loner" è riuscito a generare una sintesi originale tra rock d'avanguardia, puro minimalismo e ascesi sinfonica d'impronta orchestrale, forgiando la propria carriera di musicista e compositore con grande rigore mentale e il temperamento religioso di un monaco buddista, riuscendo a rimane ancora ai margini delle avanguardie, quelle avanguardie colte (ponte tra vecchio e nuovo millennio) completamente accettate, discusse e rappresentate nel mondo musicale degli ultimi quarant'anni, da cui è stato ostracizzato per una certa attitudine anarchica e distruttiva, diretta conseguenza dei suoi trascorsi in formazioni estreme della New York della fine degli anni Settanta.


Branca s'è sempre definito un discepolo e un ammiratore di LaMonte Young, Terry Riley, Philip Glass e Steve Reich ma nell' attimo di un battito di ciglia ha messo in discussione la lezione di tali modelli approdando al massimalismo di Rhys Chatham (il primo a sconvolgere e a destrutturare il triplice principio di melodia, armonia e ritmo instaurato dai minimalisti, facendo con le chitarre ciò che costoro facevano con archi e tastiere elettroniche) e al flusso tonale di Harry Partch da cui ha appreso il coraggio di inventare e sconvolgere le caratteristiche di uno strumento musicale (un'attitudine che viene messa in pratica soprattutto in "Symphony No.5").


Meglio di tutto mi permetto di citare il compositore John Adams che nella sua autobiografia “Halleluia Junction”pubblicata in italiano per la EDT nel 2010 così parla di Glenn Branca: “Un altro compositore-interprete di New York che ebbe successo in quel periodo e la cui opera probabilmente mi influenzò fu Glenn Branca. Branca, in qualche modo come Charlemagne, lavorava con "muri di suono ma la sua opera giungeva sotto forma di complessi di chitarre elettriche accordate in maniera particolare, tutte amplificate a volumi alti da far impazzire. Ispirato da Harry Partch, un inventore e compositore della West Coast rude e individualista, Branca si era addentrato nel mondo dell'accordatura alternativa, usando rapporti pitagorici che, una volta amplificati ad alti livelli, creavano spettri acustici, artefatti sonori impossibili da ottenere in condizioni di esibizione normali. L’evento di Branca che ascoltai al Japan Center Theatre di San Francisco nel 1981 fu una delle sue sinfonie per chitarra, Il gruppo non sembrava molto diverso da migliaia di altri gruppi rock indipendenti o alternativi di quel periodo: ragazzi in jeans e magliette consunte che si davano da fare con i cavi mantenendo quella tipica espressione distratta dei musicisti rock. Branca, magro e smilzo, con un abbigliamento da negozio di seconda mano e una pettinatura a banana stile James Dean, dirigeva con la sua chitarra. Le accordature strappavano l’ascoltatore dal mondo confortante e familiare del temperamento equabile. Le corde metalliche delle chitarre brillavano e fremevano di una risonanza completamente nuova, una cosa al contempo aliena e, almeno per me, intensamente stimolante. Quando le batterie entrarono in azione il teatro pulsò di un' energia martellante, ma a differenza di un normale concerto rock superamplificato, questo era pieno di eventi acustici inaspettati e sorprendenti. Diversi decenni dopo invitai Branca a eseguire la sua Symphony for 100 Guitars a un festival che producevo per la Los Angeles Philharmonic. L’evento, ovviamente rappresentava l'opportunità più importante di tutti i tempi per l'avanguardia della West Coast. Cento chitarristi vestiti in modo informale ognuno con la sua adorata chitarra e amplificatore, affollavano il palco della Disney Hall. Le porte vennero chiuse e seguirono settanta minuti: del suono più alto che si potesse sopportare senza riportarne danni permanenti all'udito. I tappi per le orecchie non erano semplicemente "consigliati": erano indispensabili. La musica di Branca non era cambiata di molto nei venticinque anni trascorsi. Il suo scopo era sempre quello di creare stati di potente energia acustica e produrre eventi timbrici impossibili da realizzare con un suono più dolce e non amplificato. Sebbene dovessi ammettere che si trattava di arte ad alto rischio e che richiedevano un certo stoicismo all' ascoltatore, percepivo chiaramente che si trattava di un artista autentico e originale.”

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