mercoledì 18 febbraio 2009
Concerto di Angelo Barricelli a Città della Pieve di Angela Cingottini
Concerto di Angelo Barricelli a Città della Pieve
Sabato 27, nella Sala Grande del cinquecentesco Palazzo Corgna, ha avuto luogo il concerto di Angelo Barricelli a Città della Pieve.
Il Maestro era arrivato nella cittadina umbra insieme alla consorte Maria Grazia il giorno precedente, accolto dal freddo pungente del luogo e dalla calda ospitalità di Gastone Novelli e Antonio Mugnari, i due amici che, nel laboratorio di ebanisteria di Antonio, hanno recentemente realizzato la quarta delle loro chitarre. Angelo era venuto proprio per questo evento, presentare durante un suo concerto il neonato strumento.
L’evento è stato pianificato in pochissimi giorni dall’ ottimo Assessore alla Cultura, la Prof M. Luisa Meo, che ha sempre seguito con grande interesse l’evolversi del progetto di liuteria che da poco più di un anno a questa parte si andava realizzando nella bottega di Antonio. Un progetto nato, per Antonio come una scommessa con se stesso, visto che l’ebanisteria (oltre alla meccanica e alle ferrovie) è la sua grande passione, per Gastone frutto di lunghi e approfonditi studi dettati dall’amore per la chitarra in particolare e, comunque, per la musica e la sua produzione e riproduzione.
Non appena il Maestro Barricelli comunicò la sua disponibilità e interesse a tenere il concerto durante le festività natalizie, tutto il Comune si mise in moto, trovando un degno spazio nel cartellone pievese, già denso di eventi per il periodo, e una degna collocazione proprio nel Palazzo dei Duchi della Corgna , da sempre naturale salotto della città per mostre, presentazione di opere letterarie, convegni e concerti. In questo caso la professoressa Meo ha veramente realizzato un salotto culturale, dal momento che le sale adiacenti ospitavano già da alcuni giorni una affascinante mostra di arte figurativa di Davide Petri , valente pittore che da alcuni anni ha la sua dimora abituale a Città della Pieve e le cui opere sono andate a costituire un continuum al concerto, in una sinestesia di musica e colori.
Il Maestro si è prodotto in una prima parte del concerto con musiche di Dowland, Tarrega, Duarte e Barrios suonando la sua chitarra realizzata da Camillo Perrella. La seconda parte , con musiche di Giuliani, Villa Lobos e Albeniz, è stata eseguita sulla chitarra pievese, che ha retto bene al confronto con l’altro, illustre, strumento.
L’atmosfera era molto bella e il pubblico che gremiva la sala ha dimostrato di apprezzare moltissimo l’esibizione del Maestro e il bel rapporto di colloquio che lui ha saputo creare tra palco e sala, introducendo brevemente i brani , proprio come in un salotto culturale. Tra la prima e la seconda parte la sottoscritta, per la cronaca Angela Cingottini, ha letto alcuni passi di autori del ‘900 sul Natale.
Poi, a conclusione del concerto, richieste di bis e domande al Maestro e ai costruttori.
Nella mattinata una troupe di Rai tre era salita a Città della Pieve ed aveva realizzato un servizio mandato in onda già la sera del concerto, con intervista al Sindaco che si è espresso in maniera positiva sull’esperienza , puntualizzando come essa, inserendosi nella vocazione all’artigianato da sempre presente nella città, potrebbe costituire punto di partenza per una attività da vedersi in una prospettiva futura. Angelo Barricelli ha valorizzato il servizio dando un saggio del suono della chitarra, che ha accompagnato in sottofondo tutte le immagini.
La giornata per Angelo e Maria Grazia è terminata al ristorante La Fonte del Folletto, attorniati da tanti amici per gustare insieme ottime specialità e vino dell’Umbria. E poi, la mattina dopo……sorpresa : una densa nevicata ha favorito la visita al suggestivo presepe che, tra musiche e luci, si snoda negli ambienti della taverna di Palazzo Corgna.
Grazie Angelo e Maria Grazia! Tornate presto a trovarci!
Angela Cingottini
Siena,30 dicembre 2008
Sabato 27, nella Sala Grande del cinquecentesco Palazzo Corgna, ha avuto luogo il concerto di Angelo Barricelli a Città della Pieve.
Il Maestro era arrivato nella cittadina umbra insieme alla consorte Maria Grazia il giorno precedente, accolto dal freddo pungente del luogo e dalla calda ospitalità di Gastone Novelli e Antonio Mugnari, i due amici che, nel laboratorio di ebanisteria di Antonio, hanno recentemente realizzato la quarta delle loro chitarre. Angelo era venuto proprio per questo evento, presentare durante un suo concerto il neonato strumento.
L’evento è stato pianificato in pochissimi giorni dall’ ottimo Assessore alla Cultura, la Prof M. Luisa Meo, che ha sempre seguito con grande interesse l’evolversi del progetto di liuteria che da poco più di un anno a questa parte si andava realizzando nella bottega di Antonio. Un progetto nato, per Antonio come una scommessa con se stesso, visto che l’ebanisteria (oltre alla meccanica e alle ferrovie) è la sua grande passione, per Gastone frutto di lunghi e approfonditi studi dettati dall’amore per la chitarra in particolare e, comunque, per la musica e la sua produzione e riproduzione.
Non appena il Maestro Barricelli comunicò la sua disponibilità e interesse a tenere il concerto durante le festività natalizie, tutto il Comune si mise in moto, trovando un degno spazio nel cartellone pievese, già denso di eventi per il periodo, e una degna collocazione proprio nel Palazzo dei Duchi della Corgna , da sempre naturale salotto della città per mostre, presentazione di opere letterarie, convegni e concerti. In questo caso la professoressa Meo ha veramente realizzato un salotto culturale, dal momento che le sale adiacenti ospitavano già da alcuni giorni una affascinante mostra di arte figurativa di Davide Petri , valente pittore che da alcuni anni ha la sua dimora abituale a Città della Pieve e le cui opere sono andate a costituire un continuum al concerto, in una sinestesia di musica e colori.
Il Maestro si è prodotto in una prima parte del concerto con musiche di Dowland, Tarrega, Duarte e Barrios suonando la sua chitarra realizzata da Camillo Perrella. La seconda parte , con musiche di Giuliani, Villa Lobos e Albeniz, è stata eseguita sulla chitarra pievese, che ha retto bene al confronto con l’altro, illustre, strumento.
L’atmosfera era molto bella e il pubblico che gremiva la sala ha dimostrato di apprezzare moltissimo l’esibizione del Maestro e il bel rapporto di colloquio che lui ha saputo creare tra palco e sala, introducendo brevemente i brani , proprio come in un salotto culturale. Tra la prima e la seconda parte la sottoscritta, per la cronaca Angela Cingottini, ha letto alcuni passi di autori del ‘900 sul Natale.
Poi, a conclusione del concerto, richieste di bis e domande al Maestro e ai costruttori.
Nella mattinata una troupe di Rai tre era salita a Città della Pieve ed aveva realizzato un servizio mandato in onda già la sera del concerto, con intervista al Sindaco che si è espresso in maniera positiva sull’esperienza , puntualizzando come essa, inserendosi nella vocazione all’artigianato da sempre presente nella città, potrebbe costituire punto di partenza per una attività da vedersi in una prospettiva futura. Angelo Barricelli ha valorizzato il servizio dando un saggio del suono della chitarra, che ha accompagnato in sottofondo tutte le immagini.
La giornata per Angelo e Maria Grazia è terminata al ristorante La Fonte del Folletto, attorniati da tanti amici per gustare insieme ottime specialità e vino dell’Umbria. E poi, la mattina dopo……sorpresa : una densa nevicata ha favorito la visita al suggestivo presepe che, tra musiche e luci, si snoda negli ambienti della taverna di Palazzo Corgna.
Grazie Angelo e Maria Grazia! Tornate presto a trovarci!
Angela Cingottini
Siena,30 dicembre 2008
martedì 17 febbraio 2009
lunedì 16 febbraio 2009
Progetto di ricostruzione del tamburo meccanico di Leonardo da Vinci
Nasce dal lavoro manuale di appassionati di musica meccanica un'impresa ambiziosa: dar vita per la prima volta all'idea originale di Leonardo da Vinci di realizzare il tamburo meccanico. Il riferimento ad un disegno che compare sul celeberrimo Codice Atlantico, ma che solo la scoperta, alquanto recente (40 anni fa), del cosiddetto Codice di Madrid è stata in grado di chiarire in qualche suo dettaglio.

L'idea frutto del confronto tra il presidente dell'AMMI Franco Severi ed un appassionato cremonese, Ernestino Marchetti: un'idea nata dal nulla, come accade per le grandi cose, e l'impegno subito deciso di portare a termine l'idea (1).
L'AMMI patrocina il progetto del tamburo meccanico che una volta ultimato verrà ospitato presso una delle sette sale del museo che l'associazione allestirà nella sede di Villa Silvia. Ernestino Marchetti da parte sua ha costituito un folto gruppo di lavoro che si sta occupando da mesi della realizzazione pratica, ormai vicina alla sua ultimazione. Un gruppo che ha l'epicentro nella bassa cremonese, proprio a due passi da Villa Medici del Vascello che ospitò la corte di Cecilia Gallerani, la celebre Dama con l'Ermellino ritratta da Leonardo, in una terra che lambisce il territorio dei Gonzaga, che aveva un ruolo preminente alla fine del '400 nel perfezionamento e nella ricerca degli strumenti musicali.

Ma tale gruppo ha coinvolto pure officine e artigiani di province limitrofe in un crescendo di entusiasmo. Un'impresa, va detto, tutt'altro che facile, ma che con un lavoro certosino che mescola meccanica, tecnica, musica e, perchè no, ingegno, sta per vedere la luce. Un ruolo importante lo riveste l'architetto di Roma Mauro Carpiceci, che direttore scientifico dell'Associazione Culturale di Sion e studioso di Leonardo, autore tra l'altro del libro I meccanismi musicali di Leonardo e quindi profondo conoscitore dell'argomento.
Le radici di quest'opera risalgono ad oltre 500 anni fa: alla fine del Quattrocento Leonardo pensò a come evitare che centinaia di tamburini (coloro che accompagnavano l'esercito col suono ritmato dei tamburi) morissero durante le battaglie. Perchè quindi non realizzare uno strumento meccanico che, trainato da un cavallo o da due uomini, sostituisse almeno una dozzina di tamburi tradizionali? E così ecco che Leonardo immagina un sistema che renda possibile produrre il suono ritmato sia col movimento delle ruote sia con l'utilizzo di una manovella posizionata sull'asse delle ruote stesse. Leonardo da Vinci fu artista, scienziato, tecnologo e architetto, mentre non esiste alcuna sua composizione musicale nè vocale nè strumentale, ma si parla spesso di Leonardo musicista e del contributo che ha dato alla musica, oltre che del suo superar tutti nel suonare la lira. L'architetto Carpiceci ha elaborato il disegno originale che si trova sul Codice Atlantico interpretandolo e mettendolo a disposizione del gruppo di lavoro. Raffigura una specie di carretto in legno che trasporta un grosso tamburo; i battenti sono 5 per ciascuna membrana (sono due, posizionate sulle due facce del tamburo) e sono collegati alle ruote, e attivati attraverso un complicato meccanismo di azionamento (2). Sempre a Roma sono state realizzate le due membrane del tamburo, e l'inizio del 2009 vedrà l'assemblamento dei vari pezzi. L'inaugurazione prevista per l'inizio della prossima primavera, e presto chiunque potrà assistere al funzionamento di quello che si può definire l’antenato della musica meccanica.
Vanni Raineri
Vanni Raineri
(1) http://www.ammi-italia.com/page10/page1/page1.html
(2) questo il modello, opera del costruttore Siriati Alessandro, che si trova nel Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, Milano
domenica 15 febbraio 2009
Speciale Sante Tursi: download musiche
A conclusione di questo speciale il Maestro Sante Tursi ha messo a disposizione delle lettrici e dei lettori del Blog due pezzi di musica contemporanei da lui interpretati e registrati dal vivo:
Caterina Calderoni: Olas - download
Giampaolo Bracali: Sonata - download
- Preludio
- Scherzo
- Adagio e Fuga
- Passacaglia
Un sincero grazie al Maestro Tursi per la sua cortesia e, da parte nostra, i migliori auguri per la sua carriera musicale.
Caterina Calderoni: Olas - download
Giampaolo Bracali: Sonata - download
- Preludio
- Scherzo
- Adagio e Fuga
- Passacaglia
Un sincero grazie al Maestro Tursi per la sua cortesia e, da parte nostra, i migliori auguri per la sua carriera musicale.
sabato 14 febbraio 2009
Speciale Sante Tursi: Recensioni

"Sono sicuro che il talento di Sante Tursi, la sua sensibilità musicale, il suo virtuosismo porterà la chitarra ad altissimi livelli.
Sante Tursi ci dimostra oggi un brillante dominio dell'arte chitarristica nelle sue interpretazioni......Possiede personalità musicale, bel suono e ispirazione artistica."
(ALIRIO DIAZ)
"......Sante Tursi ha dato prova di grandissime qualità; abilità tecnica eccezionale, sensibilità e talento nell'elaborare artisticamente la struttura musicale, raggiungendo vette che considero importantissime per lo sviluppo di un concertista."
(OSCAR GHIGLIA)
“... Tursi appare oggi innanzitutto come musicista dotato di una ricchissima e vibrante interiorità.
Le sue interpretazioni che potrebbero affascinare a sufficienza soltanto per il nitore della tecnica, rivelano sempre a monte una mente ed un cuore che accendono suggestivi bagliori nelle note, sempre vissute con sincera partecipazione...
Non ho difficoltà nell’ammettere che l’interpretazione di “Granada” di Albeniz da parte di Sante Tursi mi ha commosso quanto quella del grande Segovia!”
(La Gazzetta del Mezzogiorno)
“... Sante Tursi ha narrato con raffinata eleganza e con adeguato spirito, oltre che con ispirazione, la Sonata “Omaggio a Boccherini” di Castelnuovo-Tedesco...” (La Nazione)
“... La presencia del destacado guitarrista Sante Tursi fue de las màs estimulantes en el XVII Festival Internacional Cervantino...
La Sonata de Alberto Ginastera, el Elogio de la Danza de Leo Brouwer y algunos Estudios de Heitor Villa-Lobos, fueron algunas de las obras que pudieron escucharse con la musicalidad que sòlo el talento y la refinada técnica de un maestro logran...”
(Memoria del Festival Internacional Cervantino)
“... Una vèz màs los amantes de la buena mùsica recibieron un estupendo regalo al escuchar al guitarrista Sante Tursi, quien fungiò como solista de la Orquesta de Càmara de Bellas Artes... el publico asistente, de pie aclamò al artista italiano...”
(Diario de Mèxico)
Sante Tursi ci dimostra oggi un brillante dominio dell'arte chitarristica nelle sue interpretazioni......Possiede personalità musicale, bel suono e ispirazione artistica."
(ALIRIO DIAZ)
"......Sante Tursi ha dato prova di grandissime qualità; abilità tecnica eccezionale, sensibilità e talento nell'elaborare artisticamente la struttura musicale, raggiungendo vette che considero importantissime per lo sviluppo di un concertista."
(OSCAR GHIGLIA)
“... Tursi appare oggi innanzitutto come musicista dotato di una ricchissima e vibrante interiorità.
Le sue interpretazioni che potrebbero affascinare a sufficienza soltanto per il nitore della tecnica, rivelano sempre a monte una mente ed un cuore che accendono suggestivi bagliori nelle note, sempre vissute con sincera partecipazione...
Non ho difficoltà nell’ammettere che l’interpretazione di “Granada” di Albeniz da parte di Sante Tursi mi ha commosso quanto quella del grande Segovia!”
(La Gazzetta del Mezzogiorno)
“... Sante Tursi ha narrato con raffinata eleganza e con adeguato spirito, oltre che con ispirazione, la Sonata “Omaggio a Boccherini” di Castelnuovo-Tedesco...” (La Nazione)
“... La presencia del destacado guitarrista Sante Tursi fue de las màs estimulantes en el XVII Festival Internacional Cervantino...
La Sonata de Alberto Ginastera, el Elogio de la Danza de Leo Brouwer y algunos Estudios de Heitor Villa-Lobos, fueron algunas de las obras que pudieron escucharse con la musicalidad que sòlo el talento y la refinada técnica de un maestro logran...”
(Memoria del Festival Internacional Cervantino)
“... Una vèz màs los amantes de la buena mùsica recibieron un estupendo regalo al escuchar al guitarrista Sante Tursi, quien fungiò como solista de la Orquesta de Càmara de Bellas Artes... el publico asistente, de pie aclamò al artista italiano...”
(Diario de Mèxico)
venerdì 13 febbraio 2009
Speciale Sante Tursi: Intervista di Empedocle70 parte seconda

Empedocle70. Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?
Sante Tursi: Promuovere se stessi e il proprio lavoro, soprattutto in campo musicale, è sempre stato determinante, non solo oggi! Aggiungerei che la qualità del proprio prodotto è la migliore forma di marketing, per dirla in termini commerciali. Indubbiamente sono necessarie anche una certa valutazione del mercato, l'analisi del territorio, una buona capacità di relazione ma, in ultima analisi, la qualità vince (quasi) sempre ;-)
E. Ho notato in questi ultimi anni un progressivo avvicinamento tra due aspetti della musica d’avanguardia, da un lato l’aspetto più accademico e dall’altro quello portato avanti da musicisti ben lontani dai canoni classici e provenienti da aree come il jazz, l’elettronica e il rock estremo come Fred Frith, John Zorn, la scena downtown newyorkese e alcune etichette di musiche elettroniche come la Sub Rosa e la Mille Plateux. Che ne pensa di queste possibili interazioni?
S.T.: Ne penso tutto il bene possibile, l'importante è che siano operazioni intelligenti e di buon gusto. L'interazione, in tutte le sue forme, può essere considerata un tratto distintivo del nostro tempo; l'odierno clima culturale, a parte qualche "rigurgito" repressivo, permette e facilita l'incontro tra le diversità e quindi, a maggior ragione, anche l'avvicinamento e la fusione di correnti musicali anche molto distanti tra di loro.
E. Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli, David Tanenbaum, David Starobin, Arturo Tallini, Geoffrey Morris, Magnus Anderson, Elena Càsoli, Emanuele Forni, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Siete in contatto tra di voi o operate ciascuno in modo indipendente?
S.T.: Credo che si possa parlare di scena musicale, intendendo con questo termine un gruppo di interpreti che si dedica interamente o in parte ad un repertorio innovativo e/o sperimentale. Il contatto tra di noi poi, dipende soprattutto dalle occasioni che si vengono a creare di volta in volta; magari questo blog può contribuire a far nascere un progetto che ci veda tutti coinvolti!
E. Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
S.T.: L'improvvisazione nella ricerca musicale contemporanea è sicuramente uno di quegli aspetti che contribuisce a liberare le potenzialità creative dell'interprete, come ho detto prima; anzi, direi che è la libertà tout court! E' un tipo di pratica che, utilizzata soprattutto nel passato barocco e classico, è stata ripresa dalle avanguardie del '900 (per non parlare del jazz). La ritengo quindi un aspetto molto importante della formazione di un musicista dei nostri giorni e credo debba essere maggiormente approfondita e studiata anche all'interno di un percorso di studi accademico.
E. Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi sta suonando, dal compositore, dallo strumento che lei adopera dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”?
S.T.: Il lavoro sulla tecnica è basilare, nel senso che non si dà interpretazione senza questo solido fondamento. Aggiungerei che deve essere anche un lavoro continuo, lungo tutta la vita artistica di un interprete, senza però che diventi un fine ma piuttosto un mezzo per costruire un'esecuzione viva e fantasiosa.
E. Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?
S.T.: Sono estremamente favorevole alla diffusione più capillare possibile della cultura e dell'arte, con qualsiasi mezzo. Se, seguendo Dostoevskij, "la bellezza salverà il mondo", allora è importante, anzi necessario, che il mondo sia raggiunto da questo messaggio. Internet e le nuove tecnologie offrono in questo senso un mezzo potente e "democratico" di condivisione globale della musica e dell'arte.
Certo, resta la dibattuta questione dei diritti d'autore, ma credo che si possa trovare una soluzione, prima o poi.
E. Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..
S.T.: Aggiro la domanda proponendo un ventaglio di scelte (non saprei proprio decidere per soli cinque dischi!). Seguendo il mio gusto personale direi: il Mahler di Bernstein, il concerto di Ravel della Argerich, una selezione di arie d'opera interpretate dalle grandi voci del passato, qualsiasi registrazione di Carlos Kleiber, idem per John Coltrane.
E. Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?
S.T.: Se parliamo di chitarra, allora: Chaconne di Bach (lo so, è una trascrizione, ma la porto lo stesso ;-), Nocturnal di Britten, Sonata omaggio a Boccherini di Castelnuovo-Tedesco, Royal Winter Music di Henze, Variazioni sulla "Folia" di Ponce.
E. Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?
S.T.: Soprattutto...tenere duro! ;-) A parte la battuta, credo che il suggerimento migliore sia quello, ovvio, di continuare a studiare con impegno in maniera da farsi trovare sempre preparati; molto spesso la carriera si costruisce a partire da occasioni (partecipazione a concorsi, incontri, etc.) che generano altre occasioni che a loro volta ne generano altre e via seguendo. Una cosa però sento di consigliare caldamente: non bisogna cedere alla tentazione di proporre unicamente programmi dall'approccio "leggero" o "strappa-applausi", perchè alla lunga non generano altro che assuefazione e quindi disinteresse; tra l'altro tale atteggiamento sta allontanando sempre più la chitarra dalle stagioni più importanti, relegandola in una sorta di ghetto musicale. E' importante invece, secondo il mio parere, proporre un repertorio originale e innovativo e che comprenda anche le grandi opere della nostra letteratura.
Sante Tursi: Promuovere se stessi e il proprio lavoro, soprattutto in campo musicale, è sempre stato determinante, non solo oggi! Aggiungerei che la qualità del proprio prodotto è la migliore forma di marketing, per dirla in termini commerciali. Indubbiamente sono necessarie anche una certa valutazione del mercato, l'analisi del territorio, una buona capacità di relazione ma, in ultima analisi, la qualità vince (quasi) sempre ;-)
E. Ho notato in questi ultimi anni un progressivo avvicinamento tra due aspetti della musica d’avanguardia, da un lato l’aspetto più accademico e dall’altro quello portato avanti da musicisti ben lontani dai canoni classici e provenienti da aree come il jazz, l’elettronica e il rock estremo come Fred Frith, John Zorn, la scena downtown newyorkese e alcune etichette di musiche elettroniche come la Sub Rosa e la Mille Plateux. Che ne pensa di queste possibili interazioni?
S.T.: Ne penso tutto il bene possibile, l'importante è che siano operazioni intelligenti e di buon gusto. L'interazione, in tutte le sue forme, può essere considerata un tratto distintivo del nostro tempo; l'odierno clima culturale, a parte qualche "rigurgito" repressivo, permette e facilita l'incontro tra le diversità e quindi, a maggior ragione, anche l'avvicinamento e la fusione di correnti musicali anche molto distanti tra di loro.
E. Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Marco Cappelli, David Tanenbaum, David Starobin, Arturo Tallini, Geoffrey Morris, Magnus Anderson, Elena Càsoli, Emanuele Forni, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Siete in contatto tra di voi o operate ciascuno in modo indipendente?
S.T.: Credo che si possa parlare di scena musicale, intendendo con questo termine un gruppo di interpreti che si dedica interamente o in parte ad un repertorio innovativo e/o sperimentale. Il contatto tra di noi poi, dipende soprattutto dalle occasioni che si vengono a creare di volta in volta; magari questo blog può contribuire a far nascere un progetto che ci veda tutti coinvolti!
E. Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
S.T.: L'improvvisazione nella ricerca musicale contemporanea è sicuramente uno di quegli aspetti che contribuisce a liberare le potenzialità creative dell'interprete, come ho detto prima; anzi, direi che è la libertà tout court! E' un tipo di pratica che, utilizzata soprattutto nel passato barocco e classico, è stata ripresa dalle avanguardie del '900 (per non parlare del jazz). La ritengo quindi un aspetto molto importante della formazione di un musicista dei nostri giorni e credo debba essere maggiormente approfondita e studiata anche all'interno di un percorso di studi accademico.
E. Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento indipendentemente dal repertorio, da con chi sta suonando, dal compositore, dallo strumento che lei adopera dimostrando sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”?
S.T.: Il lavoro sulla tecnica è basilare, nel senso che non si dà interpretazione senza questo solido fondamento. Aggiungerei che deve essere anche un lavoro continuo, lungo tutta la vita artistica di un interprete, senza però che diventi un fine ma piuttosto un mezzo per costruire un'esecuzione viva e fantasiosa.
E. Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?
S.T.: Sono estremamente favorevole alla diffusione più capillare possibile della cultura e dell'arte, con qualsiasi mezzo. Se, seguendo Dostoevskij, "la bellezza salverà il mondo", allora è importante, anzi necessario, che il mondo sia raggiunto da questo messaggio. Internet e le nuove tecnologie offrono in questo senso un mezzo potente e "democratico" di condivisione globale della musica e dell'arte.
Certo, resta la dibattuta questione dei diritti d'autore, ma credo che si possa trovare una soluzione, prima o poi.
E. Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..
S.T.: Aggiro la domanda proponendo un ventaglio di scelte (non saprei proprio decidere per soli cinque dischi!). Seguendo il mio gusto personale direi: il Mahler di Bernstein, il concerto di Ravel della Argerich, una selezione di arie d'opera interpretate dalle grandi voci del passato, qualsiasi registrazione di Carlos Kleiber, idem per John Coltrane.
E. Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?
S.T.: Se parliamo di chitarra, allora: Chaconne di Bach (lo so, è una trascrizione, ma la porto lo stesso ;-), Nocturnal di Britten, Sonata omaggio a Boccherini di Castelnuovo-Tedesco, Royal Winter Music di Henze, Variazioni sulla "Folia" di Ponce.
E. Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?
S.T.: Soprattutto...tenere duro! ;-) A parte la battuta, credo che il suggerimento migliore sia quello, ovvio, di continuare a studiare con impegno in maniera da farsi trovare sempre preparati; molto spesso la carriera si costruisce a partire da occasioni (partecipazione a concorsi, incontri, etc.) che generano altre occasioni che a loro volta ne generano altre e via seguendo. Una cosa però sento di consigliare caldamente: non bisogna cedere alla tentazione di proporre unicamente programmi dall'approccio "leggero" o "strappa-applausi", perchè alla lunga non generano altro che assuefazione e quindi disinteresse; tra l'altro tale atteggiamento sta allontanando sempre più la chitarra dalle stagioni più importanti, relegandola in una sorta di ghetto musicale. E' importante invece, secondo il mio parere, proporre un repertorio originale e innovativo e che comprenda anche le grandi opere della nostra letteratura.
E. Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare?
S.T.: Mi piacerebbe suonare con chiunque (non necessariamente un chitarrista) abbia una visione della musica aperta al nuovo e una mentalità desiderosa di progresso.
Per quanto riguarda chi suonare, mi piacerebbe davvero se Henze componesse un nuovo pezzo per chitarra!
Per quanto riguarda chi suonare, mi piacerebbe davvero se Henze componesse un nuovo pezzo per chitarra!
giovedì 12 febbraio 2009
Speciale Sante Tursi: Intervista di Empedocle70 parte prima

Empedocle70. La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra? Con quali strumenti suona?
Sante Tursi: Ho cominciato ad interessarmi alla chitarra semplicemente perchè in casa dei miei genitori ne circolava una (un modello piuttosto malandato a dire il vero!); all'inizio ero incuriosito soprattutto dal fatto di poter suonare uno strumento polifonico...trasportabile! Nelle prime lezioni -che presi da un insegnante privato- sviluppai la tecnica del plettro e imparai i più comuni giri armonici. Ben presto però cominciai a cercare dell'altro, anche se non sapevo ancora bene cosa; l'occasione mi si presentò un giorno quando vidi un allievo più grande suonare utilizzando le dita della mano destra; fu allora che decisi di studiare anch'io la tecnica della chitarra classica. Il fatto di poter usare quattro dita invece che un solo plettro mi sembrò in quel momento un progresso enorme che avrebbe significato l'apertura di orizzonti nuovi ed illimitati. Posso dire a posteriori che l'amore per la chitarra scaturì da quel semplice episodio - tra l'altro si trattava di un semplice esercizio sulle corde a vuoto; in quei primi mesi di studio (ero alle soglie dell'adolescenza) ciò che mi affascinava di più era la vera e propria sensazione fisico-tattile di poter produrre dei suoni con le mie mani per mezzo della chitarra.
Per quanto riguarda gli strumenti che suono attualmente, alterno sostanzialmente una Bernabè del 1979 ed una Scandurra del 2001.
E. Lei si è diplomato al Conservatorio di Bari, sua città natale e ha studiato per tre anni come borsista presso l'Accademia Chigiana di Siena ottenendo 3 diplomi di merito con Oscar Ghiglia, che ricordi ha di questo insegnante e della sua scuola?
S.T.: Devo precisare che con Oscar Ghiglia ho studiato ulteriori tre anni frequentando i corsi che impartiva presso la Musik-Akademie di Basilea, dove ho poi conseguito il Solisten-Diplom. Ciò che mi colpiva (e mi colpisce tuttora) della sua didattica è il minuzioso lavoro di analisi del testo in tutte le sue componenti e la messa in luce delle relazioni melodiche, armoniche e ritmiche all'interno della struttura formale, arrivando a volte ad una vera e propria (ri)scoperta della composizione che avevo di fronte. Lo snodo principale del suo insegnamento è quindi l'equilibrio tra la severa decodifica dello spartito e l'apertura mentale dell'interpretazione. Veniva poi il lavoro sul timbro e cioè sulla scelta della sonorità più appropriata per una determinata frase. Tutto ciò si traduceva, almeno per la mia esperienza, in un'esplosione di libertà interpretativa all'interno del (ovvio) rispetto del testo scritto.
A pesare sulla mia formazione aggiungerei anche la particolare atmosfera creativa, sia della Chigiana che dell'Akademie, che favoriva lo scambio e l'arricchimento reciproco tra noi giovani studenti provenienti da tanti paesi diversi.
E. Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novencento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei ha suonato e registrato Ponce, Diabelli, Molino, Kreutzer, Rodrigo … e poi è passato al repertorio contemporaneo (Castenuovo Tedesco, Pisati..) si riconosce in queste parole?
S.T.:Non vorrei peccare di presunzione, ma è quello che ho sempre sostenuto. L'uomo è un essere che vive inserito in un flusso temporale e non esiste nessuna attività umana che non provenga da una qualche esperienza precedente; ciò che conosciamo oggi è solo il risultato delle ripetute trasformazioni di un materiale già dato.
A maggior ragione, la musica contemporanea non può essere compresa appieno dall'interprete (ma, aggiungerei, neanche dall'ascoltatore) se non si è assimilato il repertorio delle epoche precedenti. Tutta una serie di "gesti" sonori della musica d'oggi non sono altro che rielaborazioni di materiale preesistente, cosa che certamente non sfugge ad un orecchio attento e preparato.
Inoltre, proprio a causa di queste sottili relazioni, la conoscenza della musica del '900 può vivificare anche le interpretazioni di uno specialista del repertorio barocco o classico-romantico. La nostra stessa sensibilità varia nel corso del tempo e quindi il modo di suonare Beethoven o Chopin, per fare un esempio, evolve assieme all'evoluzione non solo della pratica musicale ma anche di tutto il clima culturale della società. E' in questo senso che le interconnessioni tra presente e passato impongono la necessità, come dice Berio, di una conoscenza globale del repertorio.
E. Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo?
S.T.: Ho sempre avuto un forte interesse per la musica contemporanea, fin dagli anni di studio in conservatorio; il tipo di percorso che ho seguito ne è stato la logica conseguenza.
Ho sempre pensato che il repertorio contemporaneo, meno legato a convenzioni stilistiche rispetto a quello classico, permettesse una sorta di potenziamento delle energie creative dell'interprete e un consolidamento della propria personalità artistica; almeno, questo è quello che io provo di fronte a questa musica. Naturalmente sono ben lungi dall'affermare che il repertorio delle epoche precedenti de-potenzi l'interprete (e in ogni caso la mia scelta di eseguire musica contemporanea non è di tipo radicale; continuo infatti ad eseguire anche il repertorio tradizionale); semplicemente penso che l'atteggiamento interpretativo diventi meno vincolato e, quindi, più libero.
E. Come si è trovato a suonare gli studi di Maurizio Pisati e quali sono state le difficoltà che ha trovato?
S.T.: Ho eseguito gli studi di Maurizio Pisati al Festival Internazionale di Chitarra di Lima nel marzo 2006 nell'ambito del progetto "Sonora" (il cui direttore artistico è il compositore Nicola Sani) patrocinato dal CEMAT, una meritoria istituzione che si occupa della diffusione della musica contemporanea italiana. In quell'occasione ho anche suonato "Attese" di Paolo Rotili, "Olas" di Caterina Calderoni e la "Sonata" di Stefano Taglietti, tre opere commissionate da e gentilmente dedicate al sottoscritto.
Gli Studi di Pisati, che ritengo una delle migliori e più riuscite espressioni del genere in ambito contemporaneo, esplorano nuove potenzialità timbriche dello strumento; il termine stesso ci porta nella direzione della ricerca sonora e dell'esplorazione della tecnica. Accanto ai "tradizionali" staccati, pizzicati, suoni armonici vengono richiesti sfregamenti delle corde anche col pollice sinistro, suoni "soffocati" ottenuti mediante il leggero appoggio del dito sinistro sulla corda, percussioni, glissati; è insomma una sorta di "ri-creazione" della chitarra in cui il suono viene sviluppato su più dimensioni.
Direi però che la difficoltà maggiore, al di là del dato tecnico, risieda nell'inglobare questa visione sonora all'interno della struttura formale, in maniera da sviluppare un discorso coerente e scorrevole. Spero di esserci riuscito!
E. Nel suo canale Youtube ci sono tre video suoi mentre suona i tre movimenti della Guitar Sonata di Stefano Taglietti a lei dedicata, vuole parlarci di questo pezzo e di questo compositore?
S.T.: Ogni movimento di questa sonata ha in realtà un sottotitolo che esplicita l'idea che ne è alla base, nell'ordine: "Ian Curtis voodoo", "The slow young's prayer" e "Finale".
Il primo tempo è ispirato al celebre cantante dei Joy Division che durante i concerti esorcizzava la paura per i suoi possibili attacchi epilettici con una sorta di rituale mimico; da qui l'estremo eclettismo della scrittura che alterna parossismo e quiete.
Il secondo è una sorta di blues lento che rende molto bene l'idea di raccoglimento e meditazione.
Il finale è costruito su dei bicordi ribattuti con cambiamenti dinamici continui che sfociano nella conclusiva liquefazione del suono; ciò che rimane alla fine è un ultimo bicordo in pianissimo. Anche questa, un'opera interessantissima.
E. Lei ha suonato dal vivo Olas di Caterina Calderoni e Sonata di Giampaolo Bracali, ci vuole parlare di questi pezzi?
S.T.: "Olas" è uno dei primi pezzi per chitarra della compositrice milanese Caterina Calderoni (un'ottima opera prima, direi!). Il brano è una sorta di intersezione tra risonanze di corde a vuoto e "rumori" ottenuti con lo smorzamento della vibrazione delle corde con la mano sinistra. Il titolo ("Onde" in spagnolo) rimanda soprattutto alla parte centrale, nella quale l'accumulo di diverse masse sonore suggerisce l'effetto "ondoso".La "Sonata" di Giampaolo Bracali è scritta invece nei quattro movimenti classici (Preludio-Scherzo-Corale e fuga- Passacaglia; in realtà sembra più una suite barocca). La scrittura contemporanea qui si adatta perfettamente allo stampo della forma tradizionale in una continua tensione tra passato e presente. Molto bello il Corale e fuga, a mio parere, ma tutta la composizione ha un respiro che ne fa un grande pezzo del repertorio chitarristico.
Sante Tursi: Ho cominciato ad interessarmi alla chitarra semplicemente perchè in casa dei miei genitori ne circolava una (un modello piuttosto malandato a dire il vero!); all'inizio ero incuriosito soprattutto dal fatto di poter suonare uno strumento polifonico...trasportabile! Nelle prime lezioni -che presi da un insegnante privato- sviluppai la tecnica del plettro e imparai i più comuni giri armonici. Ben presto però cominciai a cercare dell'altro, anche se non sapevo ancora bene cosa; l'occasione mi si presentò un giorno quando vidi un allievo più grande suonare utilizzando le dita della mano destra; fu allora che decisi di studiare anch'io la tecnica della chitarra classica. Il fatto di poter usare quattro dita invece che un solo plettro mi sembrò in quel momento un progresso enorme che avrebbe significato l'apertura di orizzonti nuovi ed illimitati. Posso dire a posteriori che l'amore per la chitarra scaturì da quel semplice episodio - tra l'altro si trattava di un semplice esercizio sulle corde a vuoto; in quei primi mesi di studio (ero alle soglie dell'adolescenza) ciò che mi affascinava di più era la vera e propria sensazione fisico-tattile di poter produrre dei suoni con le mie mani per mezzo della chitarra.
Per quanto riguarda gli strumenti che suono attualmente, alterno sostanzialmente una Bernabè del 1979 ed una Scandurra del 2001.
E. Lei si è diplomato al Conservatorio di Bari, sua città natale e ha studiato per tre anni come borsista presso l'Accademia Chigiana di Siena ottenendo 3 diplomi di merito con Oscar Ghiglia, che ricordi ha di questo insegnante e della sua scuola?
S.T.: Devo precisare che con Oscar Ghiglia ho studiato ulteriori tre anni frequentando i corsi che impartiva presso la Musik-Akademie di Basilea, dove ho poi conseguito il Solisten-Diplom. Ciò che mi colpiva (e mi colpisce tuttora) della sua didattica è il minuzioso lavoro di analisi del testo in tutte le sue componenti e la messa in luce delle relazioni melodiche, armoniche e ritmiche all'interno della struttura formale, arrivando a volte ad una vera e propria (ri)scoperta della composizione che avevo di fronte. Lo snodo principale del suo insegnamento è quindi l'equilibrio tra la severa decodifica dello spartito e l'apertura mentale dell'interpretazione. Veniva poi il lavoro sul timbro e cioè sulla scelta della sonorità più appropriata per una determinata frase. Tutto ciò si traduceva, almeno per la mia esperienza, in un'esplosione di libertà interpretativa all'interno del (ovvio) rispetto del testo scritto.
A pesare sulla mia formazione aggiungerei anche la particolare atmosfera creativa, sia della Chigiana che dell'Akademie, che favoriva lo scambio e l'arricchimento reciproco tra noi giovani studenti provenienti da tanti paesi diversi.
E. Berio nel suo saggio “Un ricordo al futuro” ha scritto: “.. Un pianista che si dichiara specialista del repertorio classico e romantico, e suona Beethoven e Chopin senza conoscere la musica del Novencento, è altrettanto spento di un pianista che si dichiara specialista di musica contemporanea e la suona con mani e mente che non sono stati mai attraversati in profondità da Beethoven e Chopin.” Lei ha suonato e registrato Ponce, Diabelli, Molino, Kreutzer, Rodrigo … e poi è passato al repertorio contemporaneo (Castenuovo Tedesco, Pisati..) si riconosce in queste parole?
S.T.:Non vorrei peccare di presunzione, ma è quello che ho sempre sostenuto. L'uomo è un essere che vive inserito in un flusso temporale e non esiste nessuna attività umana che non provenga da una qualche esperienza precedente; ciò che conosciamo oggi è solo il risultato delle ripetute trasformazioni di un materiale già dato.
A maggior ragione, la musica contemporanea non può essere compresa appieno dall'interprete (ma, aggiungerei, neanche dall'ascoltatore) se non si è assimilato il repertorio delle epoche precedenti. Tutta una serie di "gesti" sonori della musica d'oggi non sono altro che rielaborazioni di materiale preesistente, cosa che certamente non sfugge ad un orecchio attento e preparato.
Inoltre, proprio a causa di queste sottili relazioni, la conoscenza della musica del '900 può vivificare anche le interpretazioni di uno specialista del repertorio barocco o classico-romantico. La nostra stessa sensibilità varia nel corso del tempo e quindi il modo di suonare Beethoven o Chopin, per fare un esempio, evolve assieme all'evoluzione non solo della pratica musicale ma anche di tutto il clima culturale della società. E' in questo senso che le interconnessioni tra presente e passato impongono la necessità, come dice Berio, di una conoscenza globale del repertorio.
E. Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo?
S.T.: Ho sempre avuto un forte interesse per la musica contemporanea, fin dagli anni di studio in conservatorio; il tipo di percorso che ho seguito ne è stato la logica conseguenza.
Ho sempre pensato che il repertorio contemporaneo, meno legato a convenzioni stilistiche rispetto a quello classico, permettesse una sorta di potenziamento delle energie creative dell'interprete e un consolidamento della propria personalità artistica; almeno, questo è quello che io provo di fronte a questa musica. Naturalmente sono ben lungi dall'affermare che il repertorio delle epoche precedenti de-potenzi l'interprete (e in ogni caso la mia scelta di eseguire musica contemporanea non è di tipo radicale; continuo infatti ad eseguire anche il repertorio tradizionale); semplicemente penso che l'atteggiamento interpretativo diventi meno vincolato e, quindi, più libero.
E. Come si è trovato a suonare gli studi di Maurizio Pisati e quali sono state le difficoltà che ha trovato?
S.T.: Ho eseguito gli studi di Maurizio Pisati al Festival Internazionale di Chitarra di Lima nel marzo 2006 nell'ambito del progetto "Sonora" (il cui direttore artistico è il compositore Nicola Sani) patrocinato dal CEMAT, una meritoria istituzione che si occupa della diffusione della musica contemporanea italiana. In quell'occasione ho anche suonato "Attese" di Paolo Rotili, "Olas" di Caterina Calderoni e la "Sonata" di Stefano Taglietti, tre opere commissionate da e gentilmente dedicate al sottoscritto.
Gli Studi di Pisati, che ritengo una delle migliori e più riuscite espressioni del genere in ambito contemporaneo, esplorano nuove potenzialità timbriche dello strumento; il termine stesso ci porta nella direzione della ricerca sonora e dell'esplorazione della tecnica. Accanto ai "tradizionali" staccati, pizzicati, suoni armonici vengono richiesti sfregamenti delle corde anche col pollice sinistro, suoni "soffocati" ottenuti mediante il leggero appoggio del dito sinistro sulla corda, percussioni, glissati; è insomma una sorta di "ri-creazione" della chitarra in cui il suono viene sviluppato su più dimensioni.
Direi però che la difficoltà maggiore, al di là del dato tecnico, risieda nell'inglobare questa visione sonora all'interno della struttura formale, in maniera da sviluppare un discorso coerente e scorrevole. Spero di esserci riuscito!
E. Nel suo canale Youtube ci sono tre video suoi mentre suona i tre movimenti della Guitar Sonata di Stefano Taglietti a lei dedicata, vuole parlarci di questo pezzo e di questo compositore?
S.T.: Ogni movimento di questa sonata ha in realtà un sottotitolo che esplicita l'idea che ne è alla base, nell'ordine: "Ian Curtis voodoo", "The slow young's prayer" e "Finale".
Il primo tempo è ispirato al celebre cantante dei Joy Division che durante i concerti esorcizzava la paura per i suoi possibili attacchi epilettici con una sorta di rituale mimico; da qui l'estremo eclettismo della scrittura che alterna parossismo e quiete.
Il secondo è una sorta di blues lento che rende molto bene l'idea di raccoglimento e meditazione.
Il finale è costruito su dei bicordi ribattuti con cambiamenti dinamici continui che sfociano nella conclusiva liquefazione del suono; ciò che rimane alla fine è un ultimo bicordo in pianissimo. Anche questa, un'opera interessantissima.
E. Lei ha suonato dal vivo Olas di Caterina Calderoni e Sonata di Giampaolo Bracali, ci vuole parlare di questi pezzi?
S.T.: "Olas" è uno dei primi pezzi per chitarra della compositrice milanese Caterina Calderoni (un'ottima opera prima, direi!). Il brano è una sorta di intersezione tra risonanze di corde a vuoto e "rumori" ottenuti con lo smorzamento della vibrazione delle corde con la mano sinistra. Il titolo ("Onde" in spagnolo) rimanda soprattutto alla parte centrale, nella quale l'accumulo di diverse masse sonore suggerisce l'effetto "ondoso".La "Sonata" di Giampaolo Bracali è scritta invece nei quattro movimenti classici (Preludio-Scherzo-Corale e fuga- Passacaglia; in realtà sembra più una suite barocca). La scrittura contemporanea qui si adatta perfettamente allo stampo della forma tradizionale in una continua tensione tra passato e presente. Molto bello il Corale e fuga, a mio parere, ma tutta la composizione ha un respiro che ne fa un grande pezzo del repertorio chitarristico.
mercoledì 11 febbraio 2009
Recensione di Chamber Music del Trio Eidos di Empedocle70

Nell’ambito dell’annoso dibattito sulla presunta “povertà” del repertorio dela chitarra classica viene spesso citato come argomento a carico dei detrattori l’impiego del nostro strumento preferito in composizioni destinate a circoli ristretti di nobili dilettanti, o al consumo dei salotti borghesi del settecento e dell’ottocento. Argomentazione a mio avviso di poco spessore perché non considera né l’importanza della chitarra nella musica popolare ma, soprattutto sottointende per l’impiego indicato una semplificazione delle forme e del linguaggio impiegato a cui non credo assolutamente.
All’interno di questi ambiti decisamente cameristici a distinguersi furono diverse composisitori autori di brani per una formazione base composta da flauto, viola e chitarra. Questo cd ad opera del Trio Eidos (Alessandro Muolo al flauto, Maurizio Lomartire alla viola e Sante Tursi alla chitarra) ci presenta quattro di questi compositori cominciando dal Minuetto di Carl Maria von Weber utilizzato come musica di scena per la commedia in tre atti di Augustin Moreto y Canavas, Donna Diana (1817. Segue il Grand Trio Concertant op. 45 di Francesco Molino, pubblicato a Lipsia intorno al 1827/28, espressione dello stile italo‑francese, ispirato all'opera italiana e dove si può notare la presenza di stilemi operistici, in alcuni casi anche rossiniani.
Di stampo più austriaco si colloca la Serenata Concertata di Anton Diabelli, compositore ed editore viennese, formatosi a Salisburgo sotto la guida di Michael Haydn, la cui opera mostra una ampiezza e articolazione interessanti, lasciando alla chitarra interagire a pari meriti con gli altri due strumenti del trio. Dulcis in fundo il Trio di Joseph Kreutzer, per flauto, clarinetto (o viola) e chitarra, dove risuona l’influensa delle danze popolari dei paesi dell'est e degli stili esecutivi dei suonatori popolari. La bontà dei pezzi e delle loro esecuzioni conferma ancora un volta la presenza di una letteratura cameristica nel primo Ottocento non considerare un semplicistico genere commerciale, ma anche terreno di sfoggio creativo per compositori professionisti. Permettetemi di conludere la recensioni con alcune riflessioni prese da “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar:
“Chi ama il bello finisce per trovarne ovunque, come un filone d’oro che scorre anche nella ganga più ignobile, e quando ha tra le mani questi mirabili frammenti, anche se insudiciati e imperfetti, prova il piacere raro dell’intenditore che è il solo a collezionare ceramiche ritenute comuni.”
Penso ci sia ancora molto da lavorare per una riscoperta filologicamente corretta del repertorio della chitarra classica e questo cd ne è un buon esempio.
Empedocle70
All’interno di questi ambiti decisamente cameristici a distinguersi furono diverse composisitori autori di brani per una formazione base composta da flauto, viola e chitarra. Questo cd ad opera del Trio Eidos (Alessandro Muolo al flauto, Maurizio Lomartire alla viola e Sante Tursi alla chitarra) ci presenta quattro di questi compositori cominciando dal Minuetto di Carl Maria von Weber utilizzato come musica di scena per la commedia in tre atti di Augustin Moreto y Canavas, Donna Diana (1817. Segue il Grand Trio Concertant op. 45 di Francesco Molino, pubblicato a Lipsia intorno al 1827/28, espressione dello stile italo‑francese, ispirato all'opera italiana e dove si può notare la presenza di stilemi operistici, in alcuni casi anche rossiniani.
Di stampo più austriaco si colloca la Serenata Concertata di Anton Diabelli, compositore ed editore viennese, formatosi a Salisburgo sotto la guida di Michael Haydn, la cui opera mostra una ampiezza e articolazione interessanti, lasciando alla chitarra interagire a pari meriti con gli altri due strumenti del trio. Dulcis in fundo il Trio di Joseph Kreutzer, per flauto, clarinetto (o viola) e chitarra, dove risuona l’influensa delle danze popolari dei paesi dell'est e degli stili esecutivi dei suonatori popolari. La bontà dei pezzi e delle loro esecuzioni conferma ancora un volta la presenza di una letteratura cameristica nel primo Ottocento non considerare un semplicistico genere commerciale, ma anche terreno di sfoggio creativo per compositori professionisti. Permettetemi di conludere la recensioni con alcune riflessioni prese da “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar:
“Chi ama il bello finisce per trovarne ovunque, come un filone d’oro che scorre anche nella ganga più ignobile, e quando ha tra le mani questi mirabili frammenti, anche se insudiciati e imperfetti, prova il piacere raro dell’intenditore che è il solo a collezionare ceramiche ritenute comuni.”
Penso ci sia ancora molto da lavorare per una riscoperta filologicamente corretta del repertorio della chitarra classica e questo cd ne è un buon esempio.
Empedocle70
Recensione di The guitar music by Manuel M. Ponce di Sante Tursi di Empedocle70

La musica di Ponce incarna meglio di qualsiasi altra l'estetica segoviana: l'appassionato recupero del folclore del proprio paese viene rielaborato in una felice ed equilibrata sintesi tra la propria formazione di carattere nazional‑popolare e l'assimilazione della cultura musicale europea, conseguente al suo soggiorno parigino ed agli studi di composizione con Paul Dukas alla Ecole Normale de Musique. La chitarra sembra essere lo strumento ideale per esprimerne le caratteristiche salienti dell’estetica musicale di Ponce: la sonorità delicata, l'essenzialità del timbro la cantabilità e l'armonia vicena agli impressionisti francesi e alla scuola spagnola. La sua attenzione si focalizza infatti sia sul repertorio delle melodie autoctone, in particolare sulle canzoni popolari della provincia nativa di Zacatecas, che sulla musica pianistica del romanticismo europeo, a cui si era appassionato fin da piccolo e
il ciclo di sonate, tra cui la "Romantica" e la "Classica", rispettivamente dedicate a Schubert e a Sor, i 24 preludi, il "Thème varié ci finale", il "Concierto del sur" per chitarra e orchestra testimoniano la grande varietà di forme e stili che Ponce padroneggiava magistralmente arrivando persino, in certi casi, a pubblicare proprie composizioni sotto altro nome.
Sante Tursi in questo cd recupera e incide proprio una di queste opere la Suite in Re Maggiore attribuita in un primo tempo ad Alessandro Scarlatti e successivamente riconosciuta come propria, un vero e proprio scherzo basato sulla perfetta conoscenza dell'impianto formale e stilistico delle suites sei‑settecentesche.
A seguire le 4 Piezas che possono essere considerate come una piccola suite di danze, essendo composte da una Mazurka, un Valse, un Tropico e una Rumba dal sapore e dall’impianto mussicano e sudamericano. Chiudono il cd le bellissime venti Variations Sur "Folia De Espana" Et Fugue, vera e propria sintesi del linguaggio chitarristico di Ponce, che in questa occasione usa il famoso tema della "Follia" come pretesto per una lunga digressione di 20 variazioni, perfettamente concatenate le une con le altre, ciascuna delle quali rappresenta uno svipuppo originale del tema di partenza. Davvero difficile individuare le più belle.
L’importanza e l’affetto di Ponce per la chitarra classica sono ben ricordate da Segovia: «Voglio lasciar bene in chiaro l'incomparabile importanza che Ponce ha avuto nel rinnovamento attuale della chitarra [ ... ]. Ha elevato la chitarra al di sopra della scarsa statura artistica nella quale si trovava. A fianco di Turina, de Falla, Manén, Castelnuovo‑Tedesco, Tansinan, Villa‑Lobos, Torroba ecc. ma più copiosamente di tutti loro, intraprese la sua nobile crociata con animo di liberare la bella prigioniera. Grazie a lui e a quelli che ho nominato la chitarra fu riscattata dalla musica scritta esclusivamente da chitarristi (1)». Sante Tursi in questo cd sembra aver davvero fatto tesoro di queste parole regalandoci delle versioni appassionate, belle e gradevoli.
Da menzionare il bel libretto curato da Oscar Ghiglia.
(1) “Segovia e il suo repertorio” di Eloisa Perricone e Adriano Sebastiani, edizioni graphos pag. 69
il ciclo di sonate, tra cui la "Romantica" e la "Classica", rispettivamente dedicate a Schubert e a Sor, i 24 preludi, il "Thème varié ci finale", il "Concierto del sur" per chitarra e orchestra testimoniano la grande varietà di forme e stili che Ponce padroneggiava magistralmente arrivando persino, in certi casi, a pubblicare proprie composizioni sotto altro nome.
Sante Tursi in questo cd recupera e incide proprio una di queste opere la Suite in Re Maggiore attribuita in un primo tempo ad Alessandro Scarlatti e successivamente riconosciuta come propria, un vero e proprio scherzo basato sulla perfetta conoscenza dell'impianto formale e stilistico delle suites sei‑settecentesche.
A seguire le 4 Piezas che possono essere considerate come una piccola suite di danze, essendo composte da una Mazurka, un Valse, un Tropico e una Rumba dal sapore e dall’impianto mussicano e sudamericano. Chiudono il cd le bellissime venti Variations Sur "Folia De Espana" Et Fugue, vera e propria sintesi del linguaggio chitarristico di Ponce, che in questa occasione usa il famoso tema della "Follia" come pretesto per una lunga digressione di 20 variazioni, perfettamente concatenate le une con le altre, ciascuna delle quali rappresenta uno svipuppo originale del tema di partenza. Davvero difficile individuare le più belle.
L’importanza e l’affetto di Ponce per la chitarra classica sono ben ricordate da Segovia: «Voglio lasciar bene in chiaro l'incomparabile importanza che Ponce ha avuto nel rinnovamento attuale della chitarra [ ... ]. Ha elevato la chitarra al di sopra della scarsa statura artistica nella quale si trovava. A fianco di Turina, de Falla, Manén, Castelnuovo‑Tedesco, Tansinan, Villa‑Lobos, Torroba ecc. ma più copiosamente di tutti loro, intraprese la sua nobile crociata con animo di liberare la bella prigioniera. Grazie a lui e a quelli che ho nominato la chitarra fu riscattata dalla musica scritta esclusivamente da chitarristi (1)». Sante Tursi in questo cd sembra aver davvero fatto tesoro di queste parole regalandoci delle versioni appassionate, belle e gradevoli.
Da menzionare il bel libretto curato da Oscar Ghiglia.
(1) “Segovia e il suo repertorio” di Eloisa Perricone e Adriano Sebastiani, edizioni graphos pag. 69
martedì 10 febbraio 2009
Speciale Sante Tursi: Recensioni CD

“…Riteniamo di grande valore questa registrazione sia per l’importanza delle opere eseguite che per l’ottima interpretazione… Raffinatissima l’esecuzione del Valse da parte di Sante Tursi che mostra una grande eleganza nel farne emergere l’anima messicana…
Tutto è presente in questa incisione: il rispetto del fraseggio tipico del compositore messicano: la mirabile capacità di frenare il virtuosismo fine a sé stesso, per un’esecuzione controllata e sapiente nel rispetto delle indicazioni presenti in partitura...
Ma il CD ci regala un altro momento di grande intensità offertoci dalla Suite in Re Maggiore... troviamo un Tursi attento alle tante sfumature e preciso nella scelta delle sonorità...
Un lavoro che vale certamente la pena di presentare con grande enfasi sia per il valore musicologico che per l’ottima resa artistica.”
(William D’Arrigo – CD Classica)
“… I vari movimenti che costituiscono la Suite in re maggiore sono affrontati da Tursi con tocco carico di effervescenza, gusto appropriato e trasparenza…
L’interpretazione é agile e molto accurata nei dettagli tecnici... Convincente la lettura delle Variazioni sulla “Folia de España”... Tursi evidenzia una incisiva caratura di interprete di musica del ‘900.”
(Gianluca Marino – Guitart)
“...La lettura di Sante Tursi é molto buona e riesce a rendere con proprietà stilistica la bellezza di queste musiche.”
(Marco Riboni – Amadeus)
“… Tursi è un musicista sensibile e si può ben sentire che ha molto in comune con lo stesso Ponce… Tursi offre un’ottima interpretazione delle Variazioni sulla “Folia de España” e Fuga, musicalmente perfetta e aperta a tutte le possibilità espressive… L’intensa musicalità di Sante Tursi è appagante.”
(Colin Cooper – Classical Guitar)
“… una dimostrazione di quanto bene possa suonare la chitarra nella musica da camera… I musicisti suonano con assoluto coinvolgimento; essi danno a questi brani una nuova luce… Il trio di Kreutzer viene eseguito splendidamente… Tempi appropriati, esecuzioni emotive, spirito e vivacità tirano fuori il meglio da questa musica…”
(Colin Cooper – Classical Guitar)
“… Il chitarrista italiano Sante Tursi estrae il meglio dai cinque movimenti della Suite in Re Maggiore, mostrando un’ottima articolazione e un fraseggio molto musicale nel Preludio e forte vigore ritmico nella Giga…Tursi interpreta i Quattro Pezzi con estrema varietà timbrica…In particolare, la sua interpretazione del Valse è particolarmente raffinata.”
(Lilly Afshar – American Record Guide)
Tutto è presente in questa incisione: il rispetto del fraseggio tipico del compositore messicano: la mirabile capacità di frenare il virtuosismo fine a sé stesso, per un’esecuzione controllata e sapiente nel rispetto delle indicazioni presenti in partitura...
Ma il CD ci regala un altro momento di grande intensità offertoci dalla Suite in Re Maggiore... troviamo un Tursi attento alle tante sfumature e preciso nella scelta delle sonorità...
Un lavoro che vale certamente la pena di presentare con grande enfasi sia per il valore musicologico che per l’ottima resa artistica.”
(William D’Arrigo – CD Classica)
“… I vari movimenti che costituiscono la Suite in re maggiore sono affrontati da Tursi con tocco carico di effervescenza, gusto appropriato e trasparenza…
L’interpretazione é agile e molto accurata nei dettagli tecnici... Convincente la lettura delle Variazioni sulla “Folia de España”... Tursi evidenzia una incisiva caratura di interprete di musica del ‘900.”
(Gianluca Marino – Guitart)
“...La lettura di Sante Tursi é molto buona e riesce a rendere con proprietà stilistica la bellezza di queste musiche.”
(Marco Riboni – Amadeus)
“… Tursi è un musicista sensibile e si può ben sentire che ha molto in comune con lo stesso Ponce… Tursi offre un’ottima interpretazione delle Variazioni sulla “Folia de España” e Fuga, musicalmente perfetta e aperta a tutte le possibilità espressive… L’intensa musicalità di Sante Tursi è appagante.”
(Colin Cooper – Classical Guitar)
“… una dimostrazione di quanto bene possa suonare la chitarra nella musica da camera… I musicisti suonano con assoluto coinvolgimento; essi danno a questi brani una nuova luce… Il trio di Kreutzer viene eseguito splendidamente… Tempi appropriati, esecuzioni emotive, spirito e vivacità tirano fuori il meglio da questa musica…”
(Colin Cooper – Classical Guitar)
“… Il chitarrista italiano Sante Tursi estrae il meglio dai cinque movimenti della Suite in Re Maggiore, mostrando un’ottima articolazione e un fraseggio molto musicale nel Preludio e forte vigore ritmico nella Giga…Tursi interpreta i Quattro Pezzi con estrema varietà timbrica…In particolare, la sua interpretazione del Valse è particolarmente raffinata.”
(Lilly Afshar – American Record Guide)
lunedì 9 febbraio 2009
Speciale Sante Tursi: Biografia

SANTE TURSI è nato a Bari e si è diplomato con il massimo dei voti e la lode presso il Conservatorio "N. Piccinni" della sua città. E’ anche laureato in Filosofia con il massimo dei voti e la lode.
La sua formazione è poi proseguita con Alirio Diaz, Josè Tomàs, Manuel Barrueco e con Oscar Ghiglia, con il quale ha studiato per tre anni come borsista presso l'Accademia Chigiana di Siena ottenendo 3 diplomi di merito.
In seguito ha frequentato i corsi triennali di alto perfezionamento della Musik-Akademie di Basilea tenuti da O. Ghiglia, conseguendo il Solisten-Diplom.
E’ stato premiato in diversi concorsi internazionali fra cui il Segovia di Granada, i concorsi di Gargnano e Alessandria (dove ha ricevuto anche il premio speciale Alirio Diaz).
Ha vinto il 1° premio assoluto del 33.mo Concorso Internazionale di Chitarra di Tokyo.
Sante Tursi suona regolarmente in tutta Europa, Asia e America, nei maggiori centri musicali e per i festival più importanti:
Teatro Filarmonico di Verona, Fondazione W. Walton, Japan Guitar Association Music Festival di Tokyo, Festival Internacional Cervantino de Mèxico, Festival Guitar in Russia di Voronezh, Erlbach Guitar Festival (Germania), Festival Internazionale di Chitarra di Gliwice (Polonia), Semana Internacional “R. Sainz De La Maza” di Burgos (Spagna), Bar International Guitar Festival (Montenegro), Bosnia Guitar Festival di Banja Luka (Bosnia), Festival di Musica Contemporanea dell’Università di Santiago del Cile, Festival Internazionale di Chitarra di Lima (Perù), Teatro Colòn di Buenos Aires, Royal Festival Hall di Londra e come solista con orchestre quali l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra Sinfonica de Bellas Artes de Mèxico, Filarmonica di Cluj (Romania), English Chamber Orchestra, etc.
Dedica particolare attenzione alle nuove musiche presentando prime esecuzioni: ha eseguito la Sonata per chitarra di Giampaolo Bracali presso Radio Universidad di Santiago del Cile; le Sonate di Stefano Taglietti e Vito Palumbo, a lui dedicate, al Festival Internazionale di chitarra di Lima e presso la Royal Festival Hall-Purcell Room di Londra; il Liederkonzert per due chitarre e orchestra di Angelo Gilardino presso la Royal Festival Hall-Purcell Room di Londra con la English Chamber Orchestra.
Oltre ad essere titolare della cattedra di chitarra presso il Conservatorio "N. Piccinni" di Bari, Sante Tursi tiene corsi di perfezionamento e Master-Class in Europa e America (Italia, Spagna, Montenegro, Romania, Russia, Perù, Messico, etc.).Incide per la Rainbow, con la quale ha realizzato un CD sulla musica da camera del primo ‘800 e altri due interamente dedicati alla musica di M. M. Ponce.
La sua formazione è poi proseguita con Alirio Diaz, Josè Tomàs, Manuel Barrueco e con Oscar Ghiglia, con il quale ha studiato per tre anni come borsista presso l'Accademia Chigiana di Siena ottenendo 3 diplomi di merito.
In seguito ha frequentato i corsi triennali di alto perfezionamento della Musik-Akademie di Basilea tenuti da O. Ghiglia, conseguendo il Solisten-Diplom.
E’ stato premiato in diversi concorsi internazionali fra cui il Segovia di Granada, i concorsi di Gargnano e Alessandria (dove ha ricevuto anche il premio speciale Alirio Diaz).
Ha vinto il 1° premio assoluto del 33.mo Concorso Internazionale di Chitarra di Tokyo.
Sante Tursi suona regolarmente in tutta Europa, Asia e America, nei maggiori centri musicali e per i festival più importanti:
Teatro Filarmonico di Verona, Fondazione W. Walton, Japan Guitar Association Music Festival di Tokyo, Festival Internacional Cervantino de Mèxico, Festival Guitar in Russia di Voronezh, Erlbach Guitar Festival (Germania), Festival Internazionale di Chitarra di Gliwice (Polonia), Semana Internacional “R. Sainz De La Maza” di Burgos (Spagna), Bar International Guitar Festival (Montenegro), Bosnia Guitar Festival di Banja Luka (Bosnia), Festival di Musica Contemporanea dell’Università di Santiago del Cile, Festival Internazionale di Chitarra di Lima (Perù), Teatro Colòn di Buenos Aires, Royal Festival Hall di Londra e come solista con orchestre quali l’Orchestra Sinfonica della Provincia di Bari, l’Orchestra Sinfonica de Bellas Artes de Mèxico, Filarmonica di Cluj (Romania), English Chamber Orchestra, etc.
Dedica particolare attenzione alle nuove musiche presentando prime esecuzioni: ha eseguito la Sonata per chitarra di Giampaolo Bracali presso Radio Universidad di Santiago del Cile; le Sonate di Stefano Taglietti e Vito Palumbo, a lui dedicate, al Festival Internazionale di chitarra di Lima e presso la Royal Festival Hall-Purcell Room di Londra; il Liederkonzert per due chitarre e orchestra di Angelo Gilardino presso la Royal Festival Hall-Purcell Room di Londra con la English Chamber Orchestra.
Oltre ad essere titolare della cattedra di chitarra presso il Conservatorio "N. Piccinni" di Bari, Sante Tursi tiene corsi di perfezionamento e Master-Class in Europa e America (Italia, Spagna, Montenegro, Romania, Russia, Perù, Messico, etc.).Incide per la Rainbow, con la quale ha realizzato un CD sulla musica da camera del primo ‘800 e altri due interamente dedicati alla musica di M. M. Ponce.
Speciale Sante Tursi

Altre recensioni
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domenica 8 febbraio 2009
Guitar Mandolin Orchestra Città di Brescia "Notte di Luna" Angelo Bettinelli 1878-1953 Treviglio (BG)
Liuti, Chitarre e Mandolini a Bergamo. Percorsi di storia e cultura musicale tra città e provincia in terra bergamasca. Orchestra di Mandolini e Chitarre Città di Brescia. Direttore Claudio Mandonico.VII settimana Chitarristica Italiana 2008. Prima interpretazione moderna in terra bergamasca, musiche di autori bergamaschi, 23 nov. 2008.
sabato 7 febbraio 2009
Maurizio Pisati Un precipizio di rondini
Monza Teatro di Corte Villa Reale 28-02-’09,
Milano Palazzina Liberty 04-03-’09,
Stagione Rondò-DivertimentoEnsemble 2009
Viola Maria Ronchini,
Percussione Riccardo Balbinutti
Cominciava così: “Quando il racconto...” . E’ la lunga poesia che Roberto Sanesi scrisse per una mia-nostra opera (Stock-ZONE TakuHon, MilanoMusica1999) che egli, terminò e consegnò semplicemente un mattino in cui decise di non poter più continuare, con parole che sembrano annunciare un inizio: “...ecco, da questo momento”.
Nel mezzo, a un certo punto, l’immagine forte del precipizio di rondini.
Un brivido. Cadute, cadenze, precipitose fughe e incontri di bravura in cielo aperto, le fantasie di una scrittura bianca e nera su fondo d’aria. Ecco, da questo momento. mp
venerdì 6 febbraio 2009
GLYPHOZOO - piccolo zoo itinerante di creature del segno

Bologna, 16 febbraio 2009 h. 20.30
Dip. Musica e Spettacolo Università di Bologna
Violino Valentino Corvino
Chitarra Elena Càsoli
Accordeon Corrado Rojac
GLYPHOZOO è uno zoo portatile di creature del segno, della pre-scrittura, di quando ancora i glifi erano pure linee incise e dipinte.Pre-gero-glifi insomma, antichi da poterne fantasticare. Lungo le rive dei torrenti e ai margini dei boschi, abitano questi piccoli “mostri” legnosi, levigati dal tempo e dall’acqua: due elementi basilari di ciò che oggi chiamiamo scrittura.Essi vengono per la prima volta qui esposti e catalogati, ma in realtà hanno accompagnato e sorvegliato l’uomo nella sua lenta evoluzione della scrittura, lasciando segni che la mente umana ha tenuto in serbo per millenni sino al momento del bisogno.Ed eccoli riaffiorare alla mente -alla mano- in forma di segni sfuggiti, brevi linee curve, segmenti, tratti obliqui, punti, incisioni o passaggi leggeri.Fondamentalmente si dividono in due specie: i Calamus e i Mostrofoglio. I primi segnano, i secondi accolgono i segni.Il loro percorso evolutivo si è anche orientato verso la fusione delle due specie, dando origine a varietà ibride in cui è a tutt’oggi evidente il tentativo unificare le due funzioni: quella scrittoria e quella di conservazione e forse anche lettura. Una sorta di penna-carta auto scrivente e leggente.Notizie dettagliate si trovano nel catalogo stesso dello zoo, ma è necessario ancora aggiungere -più per amore di verità che per chiarezza- che le creature sono tutt’ora in grado di espletare le loro funzioni (prossime musiche verranno realmente scritte ed eseguite con questi “strumenti”) e che la musica qui ascoltata è frutto dei punti di contatto trovati con la loro inesauribile vitalità.
mpGLYPHOZOO is a portable zoo whose inhabitants are creatures of the signs, of a pre-writing time, when a glyph was still a pure engraved or drafted line.Pre-gero-glyphs, one could say. So antiques to easily became object of phantasies: theese tiny wooden “monstres”, smoothed by time and water (the two elements that we actually call “writing”) they use to live on the torrents banks and at the borders of woods.For the first time they are here catalogued and showed in public, but they “escorted” the human being throughout his slow evolution of writing. Then, little by little, these signs came back to the mind -to the hand- as short lines, points, escaped drafts, tiny slanting or curved strokes, carved or light signs.They basically could be divided in two species: Calamus, who can draft the signs, and Mostrofoglio, the one who keeps the signs. Their evolution also pointed the fusion of the two species, and at now it’s clear the attempt to unificate not the bodies but their functions: to write and maybe even reading. A sort of a self-reader paper-pen.Better details are available on the zoo’s catalogue, at now we must just add -not to be more clear, but just sincere- that these creatures are still able to fulfil their drafting and writing work (some next musics will be probably written with and maybe for them), and that the music here performed is a result of the concrete contact point with their endless vitality.
mp
giovedì 5 febbraio 2009
Fragilité, la prima netlabel di musica contemporanea di Empedocle70

Una delle domande che rivolgo a ogni intervista che faccio è sempre dedicata al nuovo modo di intendere la musica a seguito dei cambiamenti comportati da internete e dalla diffuione della musica on-line. E’ quindi con una certa soddisfazione e molta simpatia che mi sono avvicinato a questa netlabel non solo devota alla cosiddetta "musica classica contemporanea", ma soprattutto diretta emanazione di un conservatorio e delle musiche che da quel contesto muovono. L'esperienza è molto interessante e spero dia il via a tante iniziative di questo tipo: il conservatorio di cui si parla è quello di Mosca, intitolato per inciso a Pyotr llyich Ciajkovskij, che vi insegnò. Tra i tanti che nell'ultimo secolo e mezzo vi hanno studiato e/o insegnato vi sono, andando alla rinfusa, personaggi rispondenti ai nomi di Rachmaninov, Scriabin, Schnittke, Sviatoslav Richter o anche Ashkenazy e la Gubaidulina.
Forse sbaglierò ma credo che esista una percentuale non indifferente di appassionati di musica per i quali se già il mondo della musica classica non è esattamente un libro aperto, quello dei conservatori rappresenta un autentico mistero, e questo nonostante la grande diffusione di cui parecchi materiali "colti" hanno goduto anche presso ambienti popular. Insomma io stesso mi domando a volte passando davanti ai muri di pietra dela Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia: che musica si suona nei conservatori? I giovani compositori che lì si formano, che linguaggi adoperano? In un'epoca che ha assistito a esperimenti e traumi d'ogni sorta, cosa mal potrà provenire da questi austeri e un po' ammuffiti santuari della “grande Musica"?
Ecco, nel suo piccolo (e anche nella sua specificità geografica‑territoriale) Fragilité qualche indizio lo dà. I compositori le cui opere vengono presentate sul sito, sono quasi tutti nati nella prima metà degli anni '80; sono cresciuti nella Russia dei dopo URSS e hanno imparato a convivere, musicalmente parlando, con gli stessi linguaggi dei loro corrispettivi "di qua dal muro", per capirci meglio: elettronica per loro significa solo Stockhausen ma anche Aphex Twin e il jazz, il rock e il pop non sono certo materiali sconosciuti e bastardi.
Oltre al proprio sito, la net label dei Conservatorio di Mosca ha anche un suo MySpace, un suo profilo Last Fm, e un suo canale You Tube: facile quindi, da non iniziati, spiare in un mondo percepito alle volte tanto lontano da sfiorare l'esoterico, anche per chi di certe musiche si ciba (magari a furia di click). Da visitare, ascoltare e prendere ad esempio, anche per i Conservatori italiani!
Forse sbaglierò ma credo che esista una percentuale non indifferente di appassionati di musica per i quali se già il mondo della musica classica non è esattamente un libro aperto, quello dei conservatori rappresenta un autentico mistero, e questo nonostante la grande diffusione di cui parecchi materiali "colti" hanno goduto anche presso ambienti popular. Insomma io stesso mi domando a volte passando davanti ai muri di pietra dela Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia: che musica si suona nei conservatori? I giovani compositori che lì si formano, che linguaggi adoperano? In un'epoca che ha assistito a esperimenti e traumi d'ogni sorta, cosa mal potrà provenire da questi austeri e un po' ammuffiti santuari della “grande Musica"?
Ecco, nel suo piccolo (e anche nella sua specificità geografica‑territoriale) Fragilité qualche indizio lo dà. I compositori le cui opere vengono presentate sul sito, sono quasi tutti nati nella prima metà degli anni '80; sono cresciuti nella Russia dei dopo URSS e hanno imparato a convivere, musicalmente parlando, con gli stessi linguaggi dei loro corrispettivi "di qua dal muro", per capirci meglio: elettronica per loro significa solo Stockhausen ma anche Aphex Twin e il jazz, il rock e il pop non sono certo materiali sconosciuti e bastardi.
Oltre al proprio sito, la net label dei Conservatorio di Mosca ha anche un suo MySpace, un suo profilo Last Fm, e un suo canale You Tube: facile quindi, da non iniziati, spiare in un mondo percepito alle volte tanto lontano da sfiorare l'esoterico, anche per chi di certe musiche si ciba (magari a furia di click). Da visitare, ascoltare e prendere ad esempio, anche per i Conservatori italiani!
http://fragilite.com/en/
mercoledì 4 febbraio 2009
L'esempio dei canti cilentani, da 'Le oscillazioni del gusto' di Gillo Dorfles
Riportiamo un frammento del saggio di Gillo Dorfles Le oscillazioni del gusto, dove l’autore parla, sia pure en passant, di questioni musicali. Il saggio, che reca come sottotitolo L’arte d’oggi fra tecnologia e consumismo, intende offrire al lettore una facile ed agile chiave per decifrare molte delle oscurità e dei problemi presentati dall’arte contemporanea. Sono passati quasi quarant’anni dall’epoca in cui questo volumetto vide la luce (1970), ma non si può dire che il tema del divorzio fra pubblico e arte contemporanea, con tutte le contraddizioni e gli equivoci che si tira dietro, non sia più d’attualità… Come dimostra lo stesso Dorfles, molti anni più tardi, nel corso di questa intervista
http://www.arteadesso.net/tempofermo/numeri/1/conv_gd.htm
Anche le numerose incursioni recenti da parte di antropologi e di etnologi nella preistoria o nella storia coeva di popolazioni barbariche non sono state capaci di permettere l’identificazione d’un principio strutturalmente unitario che possa giustificare il sorgere dell’impulso estetico in maniera analoga nelle diverse età e nelle diverse civiltà. Se la scoperta di certa arte neolitica (nelle caverne di Altamira o di Lascaux, per es.) ci rassicura circa la presenza d’un impulso costante sin dall’antichità più remota a creare figurazioni autonome; questo non basta ancora a dimostrare che la ragion d’essere di tali figurazioni debba esser considerata analoga a quella che, ai giorni nostri, porta a inventare oggetti così lontani da quelli dell’arte del passato. E può soltanto convincerci come la funzione stessa di quelle operazioni che continuiamo a definire artistiche fosse d’un genere ben diverso. (…)
Le trasformazioni del gusto, oltretutto, erano regolate in passato e soprattutto in un passato remoto da leggi molto più ferree di quelle attuali e che non potremmo neppure concepire. Si pensi alle leggi armoniche che vietavano l’uso delle quinte e delle ottave consecutive, alle leggi sugli ordini architettonici o sulla prosodia poetica, e via dicendo. E si pensi al noto esempio della proibizione, da parte di Platone, dell’uso d’un modo musicale straniero al posto di quello usato e sancito dalla società ateniese del tempo.
Eppure una ragione importante per il sussistere e il permanere di tali leggi doveva pur esserci ed era evidentemente legata ad altrettante ragioni di carattere etico, religioso, sociale, politico. Il rapporto tra la situazione estetica di quei tempi e la nostra, divenuta così totalmente anomica, si può forse far corrispondere, in termini marxiani, al rapporto fra un’etica di società ancora tribali o arcaiche o comunque preindustriali, e quella moralità –ormai intrisa di moralismo- della società capitalistica. Ecco perché le leggi estetiche dell’antichità (come quelle dei Greci o dei Cinesi) erano tutt’uno con le leggi etiche dell’epoca e come tali dovevano venir rispettate; mentre oggi leggi estetiche non possono più darsi e neppure leggi etiche che non siano prevalentemente infarcite di moralismo.
Purtroppo buona parte del pubblico vive ancora –spesso inconsapevolmente- nella convinzione che alcune di quelle antiche Leggi (religiose sociali etiche iniziatiche) siano tuttora valide e non trasgredibili; pena la bontà dell’opera d’arte; che conservino, insomma, una sorta di sanzione divina. Si considerino anche soltanto alcuni casi più semplici come quello della verosimiglianza, della riproduzione dal vero, delle leggi prospettiche, di certi canoni riguardanti la proporzione e la simmetria, e via dicendo.
La musica si presta particolarmente bene per illuminare questa situazione proprio per la sua qualità di arte essenzialmente astratta non rappresentativa, aneidetica; la musica oltretutto, a differenza delle arti plastiche, non ha la possibilità che in maniera molto vaga di rifarsi ad un passato classico, non può attingere come le arti visive ai grandi modelli dell’antichità, che sono andati completamente perduti e di cui non restano che scarse documentazioni scritte… Ebbene, anche per la musica, è giunto un momento di rottura che si è verificato quando l’abbandono del centro tonale venne a liberare quella in arginabile marea di suoni che ha permesso al musicista di distruggere la radicata convinzione che la co-sonanza fosse la prerogativa della migliore sonorità musicale e non si potesse trasgredire.
Le varie tappe seguite dalla musica a partire dal cromatismo wagneriano, dall’ipercromatismo regeriano, dal politonalismo e dall’atonalismo dodecafonico, sfociano così nel ripudio di quel rapporto tonica-dominante che è paragonabile, in certo senso, al trilite architettonico, alla prospettiva pittorica, alla rima poetica. Così, al giorno d’oggi, si può sostenere che, anche per la musica, come per la pittura e la poesia, esistono due gusti nettamente distinti: uno per gli adepti, l’altro per i profani. E, del resto, chi studi le rapide trasformazioni che si sono instaurate nel campo della musica si renderà conto come, in mancanza d’una specifica educazione a sentire sia quasi impossibile un’accettazione della Nuova Musica da parte di chi abbia l’orecchio condizionato dalle melodie della canzoni di consumo o, sia pure, dalla tradizionale musica classica.
Una prova di quanto affermo si può avere con alcuni facili esempi, ai quali troppo di rado si ricorre. Proviamo, per esempio, a paragonare tra di loro certi canti cilentani (che mi è capitato di ascoltare nell’interno della penisola del Cilento e che probabilmente si rifanno ad un antico modalismo di origine greca) con le banali e romantiche canzonette partenopee. Ci accorgeremo subito come quelle canzoni arcaiche (che vengono ormai gustate solo dalle genti del luogo: esigue isole etniche in via di estinzione) sembrano oltremodo ostiche e stonate alla popolazione della costa, abituata alla canzonetta in tonica e dominante… Le stesse, per contro, suoneranno curiosamente efficaci ed insolite ad orecchie colte, già avvezza all’atonalismo della musica moderna, o al moralismo dei canti arcaici.
Un caso analogo si avrà con molta musica estremo-orientale basata sopra gamme prevalentemente pentatoniche e, di solito, strettamente monodica. Questo genere di musica, che apparirà moderna (perché non tonale) e stonata ad un orecchio occidentale, che non abbia particolare cultura musicale, appare invece del tutto normale –anzi perfino scontata- ad un giapponese…
Ecco dunque due esempi in cui un genere di musica sorto in origine come canto popolare, oppure un tipo di musica destinato a un’intera popolazione d’una civiltà lontana dalla nostra, possono assumere delle qualità di arte d’elite solo in virtù d’una loro sfasatura nel tempo o nello spazio, d’un loro aver mantenuto un certo stile non più della nostra epoca, e che proprio per ciò appare più moderno.
Questi esempi riguardanti la musica sono, mi sembra, estremamente elementari eppure no vengono di solito considerati neppure da chi si sforza di spiegare il perché della così difficile accettazione della musica nuova (Stockhausen, Boulez, Berio etc.) da parte non solo del pubblico incolto, ma di molto musicisti e cultori di musica tradizionale.
In definitiva la musica si presta, meglio ancora di pittura e poesia, a dimostrare l’opportunità di impostare in maniera diversa, non più nozionistica e storicistica, la ricerca d’una necessitarietà estetica.
Un’osservazione che mi è capitato più volte di fare, ad es. è come dei brani a base di musiche elettroniche (o concrete) magari assai complesse e tutt’altro che orecchiabili, siano accettati sans broncher se utilizzate come accompagnamento d’un film poniamo di fantascienza o d’un balletto moderno (V. le musiche per il New York City Ballet), anche da parte d’un pubblico del tutto impreparato; mentre le stesse, ammannite ad un concerto, verrebbero considerate ostiche o addirittura insopportabili. Altra riprova di come spesso sia esclusivamente un preconcetto culturalistico a precludere le latenti facoltà di ascolto –o di visualizzazione- dell’arte moderna.
http://www.arteadesso.net/tempofermo/numeri/1/conv_gd.htm
Anche le numerose incursioni recenti da parte di antropologi e di etnologi nella preistoria o nella storia coeva di popolazioni barbariche non sono state capaci di permettere l’identificazione d’un principio strutturalmente unitario che possa giustificare il sorgere dell’impulso estetico in maniera analoga nelle diverse età e nelle diverse civiltà. Se la scoperta di certa arte neolitica (nelle caverne di Altamira o di Lascaux, per es.) ci rassicura circa la presenza d’un impulso costante sin dall’antichità più remota a creare figurazioni autonome; questo non basta ancora a dimostrare che la ragion d’essere di tali figurazioni debba esser considerata analoga a quella che, ai giorni nostri, porta a inventare oggetti così lontani da quelli dell’arte del passato. E può soltanto convincerci come la funzione stessa di quelle operazioni che continuiamo a definire artistiche fosse d’un genere ben diverso. (…)
Le trasformazioni del gusto, oltretutto, erano regolate in passato e soprattutto in un passato remoto da leggi molto più ferree di quelle attuali e che non potremmo neppure concepire. Si pensi alle leggi armoniche che vietavano l’uso delle quinte e delle ottave consecutive, alle leggi sugli ordini architettonici o sulla prosodia poetica, e via dicendo. E si pensi al noto esempio della proibizione, da parte di Platone, dell’uso d’un modo musicale straniero al posto di quello usato e sancito dalla società ateniese del tempo.
Eppure una ragione importante per il sussistere e il permanere di tali leggi doveva pur esserci ed era evidentemente legata ad altrettante ragioni di carattere etico, religioso, sociale, politico. Il rapporto tra la situazione estetica di quei tempi e la nostra, divenuta così totalmente anomica, si può forse far corrispondere, in termini marxiani, al rapporto fra un’etica di società ancora tribali o arcaiche o comunque preindustriali, e quella moralità –ormai intrisa di moralismo- della società capitalistica. Ecco perché le leggi estetiche dell’antichità (come quelle dei Greci o dei Cinesi) erano tutt’uno con le leggi etiche dell’epoca e come tali dovevano venir rispettate; mentre oggi leggi estetiche non possono più darsi e neppure leggi etiche che non siano prevalentemente infarcite di moralismo.
Purtroppo buona parte del pubblico vive ancora –spesso inconsapevolmente- nella convinzione che alcune di quelle antiche Leggi (religiose sociali etiche iniziatiche) siano tuttora valide e non trasgredibili; pena la bontà dell’opera d’arte; che conservino, insomma, una sorta di sanzione divina. Si considerino anche soltanto alcuni casi più semplici come quello della verosimiglianza, della riproduzione dal vero, delle leggi prospettiche, di certi canoni riguardanti la proporzione e la simmetria, e via dicendo.
La musica si presta particolarmente bene per illuminare questa situazione proprio per la sua qualità di arte essenzialmente astratta non rappresentativa, aneidetica; la musica oltretutto, a differenza delle arti plastiche, non ha la possibilità che in maniera molto vaga di rifarsi ad un passato classico, non può attingere come le arti visive ai grandi modelli dell’antichità, che sono andati completamente perduti e di cui non restano che scarse documentazioni scritte… Ebbene, anche per la musica, è giunto un momento di rottura che si è verificato quando l’abbandono del centro tonale venne a liberare quella in arginabile marea di suoni che ha permesso al musicista di distruggere la radicata convinzione che la co-sonanza fosse la prerogativa della migliore sonorità musicale e non si potesse trasgredire.
Le varie tappe seguite dalla musica a partire dal cromatismo wagneriano, dall’ipercromatismo regeriano, dal politonalismo e dall’atonalismo dodecafonico, sfociano così nel ripudio di quel rapporto tonica-dominante che è paragonabile, in certo senso, al trilite architettonico, alla prospettiva pittorica, alla rima poetica. Così, al giorno d’oggi, si può sostenere che, anche per la musica, come per la pittura e la poesia, esistono due gusti nettamente distinti: uno per gli adepti, l’altro per i profani. E, del resto, chi studi le rapide trasformazioni che si sono instaurate nel campo della musica si renderà conto come, in mancanza d’una specifica educazione a sentire sia quasi impossibile un’accettazione della Nuova Musica da parte di chi abbia l’orecchio condizionato dalle melodie della canzoni di consumo o, sia pure, dalla tradizionale musica classica.
Una prova di quanto affermo si può avere con alcuni facili esempi, ai quali troppo di rado si ricorre. Proviamo, per esempio, a paragonare tra di loro certi canti cilentani (che mi è capitato di ascoltare nell’interno della penisola del Cilento e che probabilmente si rifanno ad un antico modalismo di origine greca) con le banali e romantiche canzonette partenopee. Ci accorgeremo subito come quelle canzoni arcaiche (che vengono ormai gustate solo dalle genti del luogo: esigue isole etniche in via di estinzione) sembrano oltremodo ostiche e stonate alla popolazione della costa, abituata alla canzonetta in tonica e dominante… Le stesse, per contro, suoneranno curiosamente efficaci ed insolite ad orecchie colte, già avvezza all’atonalismo della musica moderna, o al moralismo dei canti arcaici.
Un caso analogo si avrà con molta musica estremo-orientale basata sopra gamme prevalentemente pentatoniche e, di solito, strettamente monodica. Questo genere di musica, che apparirà moderna (perché non tonale) e stonata ad un orecchio occidentale, che non abbia particolare cultura musicale, appare invece del tutto normale –anzi perfino scontata- ad un giapponese…
Ecco dunque due esempi in cui un genere di musica sorto in origine come canto popolare, oppure un tipo di musica destinato a un’intera popolazione d’una civiltà lontana dalla nostra, possono assumere delle qualità di arte d’elite solo in virtù d’una loro sfasatura nel tempo o nello spazio, d’un loro aver mantenuto un certo stile non più della nostra epoca, e che proprio per ciò appare più moderno.
Questi esempi riguardanti la musica sono, mi sembra, estremamente elementari eppure no vengono di solito considerati neppure da chi si sforza di spiegare il perché della così difficile accettazione della musica nuova (Stockhausen, Boulez, Berio etc.) da parte non solo del pubblico incolto, ma di molto musicisti e cultori di musica tradizionale.
In definitiva la musica si presta, meglio ancora di pittura e poesia, a dimostrare l’opportunità di impostare in maniera diversa, non più nozionistica e storicistica, la ricerca d’una necessitarietà estetica.
Un’osservazione che mi è capitato più volte di fare, ad es. è come dei brani a base di musiche elettroniche (o concrete) magari assai complesse e tutt’altro che orecchiabili, siano accettati sans broncher se utilizzate come accompagnamento d’un film poniamo di fantascienza o d’un balletto moderno (V. le musiche per il New York City Ballet), anche da parte d’un pubblico del tutto impreparato; mentre le stesse, ammannite ad un concerto, verrebbero considerate ostiche o addirittura insopportabili. Altra riprova di come spesso sia esclusivamente un preconcetto culturalistico a precludere le latenti facoltà di ascolto –o di visualizzazione- dell’arte moderna.
martedì 3 febbraio 2009
Christian Saggese – Cello guitar parte seconda di Empedocle70
Empedocle70: Da appassionato di musica contemporanea mi permetto di porle alcune domande di argomento completamente diverso: lei ha suonato con Mauricio Kagel, che ricordo ha di questo compositore e della sua musica?
Christian Saggese: Un artista straordinario che mi manca molto e da cui ho imparato alcune cose importanti e non solo riguardo alla musica contemporanea.Ho avuto la fortuna di lavorare con lui a Buenos Aires nel 2006 (con il Divertimento Ensemble di Sandro Gorli) in "Mare Nostrum". Una partitura insolita per sestetto e due cantanti, in cui suonavo chitarra classica, mandolino, liuto e cavaquino.
E.: Che cosa ha suonato di Gyorgy Kurtàg e che ricordi ha di questo compositore?
C.S.: Ho suonato il mandolino in "Messages of the Late Miss R. V. Troussova op. 17" nel maggio 2008 a Milano. Mi ricordo che in 4 giorni ho imparato infinite cose sul fraseggio, articolazione e soprattutto su come "suonare" le pause...
E.: Ho la discografia completa dei Japan .. forse non dovrei chiederlo ma non resisto: che musicista è Mick Karn? Ho sempre amato il suo modo particolare di suonare il basso elettrico, com’è suonare con lui?
C.S.: Mick Karn è un musicista veramente insolito con cui collaboro occasionalmente ed è anche una persona meravigliosa.Possiede un suono inconfondibile già dopo le prime note, che non ricorda nessun altro bassista (lo sai è difficile non imitare Jaco quando suoni il basso elettrico fretless). Ma l'incontro piu' emozionante dello scorso anno è stato con Robert Fripp. Era tra il pubblico in Portogallo ad un mio concerto... lo so sembra una balla, ma è tutto vero..
E.: Ho anche la discografia completa degli Area che considero il migliore gruppo italiano .. ci vuole parlare di Ares Tavolazzi e del disco che avete realizzato assieme?
C.S.:Ho avuto sempre un amore smisurato per gli Area, considerandolo il piu' grande gruppo italiano di sempre. Musicisti coraggiosi, che non seguivano le mode e senza paura di sperimentare.Ho la fortuna di collaborare con Ares, e ho suonato in tre brani del suo ultimo album "Godot" uscito nel 2008. E' fantastico suonare con lui e sto imparando molto. Lo sai.. sono come un ladro, riesco a prendere il meglio da tutti quelli con cui collaboro.
Concludendo, questa nuova postura è legata all' esigenza di esprimere se stesso al 100% seguendo la propria strada
Christian Saggese: Un artista straordinario che mi manca molto e da cui ho imparato alcune cose importanti e non solo riguardo alla musica contemporanea.Ho avuto la fortuna di lavorare con lui a Buenos Aires nel 2006 (con il Divertimento Ensemble di Sandro Gorli) in "Mare Nostrum". Una partitura insolita per sestetto e due cantanti, in cui suonavo chitarra classica, mandolino, liuto e cavaquino.
E.: Che cosa ha suonato di Gyorgy Kurtàg e che ricordi ha di questo compositore?
C.S.: Ho suonato il mandolino in "Messages of the Late Miss R. V. Troussova op. 17" nel maggio 2008 a Milano. Mi ricordo che in 4 giorni ho imparato infinite cose sul fraseggio, articolazione e soprattutto su come "suonare" le pause...
E.: Ho la discografia completa dei Japan .. forse non dovrei chiederlo ma non resisto: che musicista è Mick Karn? Ho sempre amato il suo modo particolare di suonare il basso elettrico, com’è suonare con lui?
C.S.: Mick Karn è un musicista veramente insolito con cui collaboro occasionalmente ed è anche una persona meravigliosa.Possiede un suono inconfondibile già dopo le prime note, che non ricorda nessun altro bassista (lo sai è difficile non imitare Jaco quando suoni il basso elettrico fretless). Ma l'incontro piu' emozionante dello scorso anno è stato con Robert Fripp. Era tra il pubblico in Portogallo ad un mio concerto... lo so sembra una balla, ma è tutto vero..
E.: Ho anche la discografia completa degli Area che considero il migliore gruppo italiano .. ci vuole parlare di Ares Tavolazzi e del disco che avete realizzato assieme?
C.S.:Ho avuto sempre un amore smisurato per gli Area, considerandolo il piu' grande gruppo italiano di sempre. Musicisti coraggiosi, che non seguivano le mode e senza paura di sperimentare.Ho la fortuna di collaborare con Ares, e ho suonato in tre brani del suo ultimo album "Godot" uscito nel 2008. E' fantastico suonare con lui e sto imparando molto. Lo sai.. sono come un ladro, riesco a prendere il meglio da tutti quelli con cui collaboro.
Concludendo, questa nuova postura è legata all' esigenza di esprimere se stesso al 100% seguendo la propria strada
lunedì 2 febbraio 2009
Christian Saggese – Cello guitar parte prima di Empedocle70

Empedocle70: Di recente su youtube e su facebook sono apparse alcune foto di una sua personale rielaborazione della sua chitarra a 10 corde: l'aggiunta di un puntale da violoncello. Come mai questa sua personale rielaborazione e questa è l'unica modifica che è stata apportata?
Christian Saggese: Prima di iniziare voglio fare una premessa, molti mi chiedono se ho studiato con Paul Galbraith ... no! non ho avuto nessun contatto con lui, anzi la mia nuova postura è molto diversa dalla sua.Nasce dalla consapevolezza che tutto è migliorabile e dalla voglia di mettersi in discussione. Considerando che la posizione classica è indubbiamente dannosa per alcune parti del corpo, ho messo a punto una nuova tecnica con cui mi trovo a mio agio.
Aggiungo che si puo' suonare al 100% delle proprie possibilita' solo se tutto il corpo è bilanciato e "funzionante" a dovere, usando una corretta postura e respirazione. Quindi ho "formattato" quasi tutto ricominciando da capo, e dagli esercizi a corde a vuoto. Pensa che ho imparato a sedermi e a camminare "correttamente" a 34 anni...
Aggiungo che si puo' suonare al 100% delle proprie possibilita' solo se tutto il corpo è bilanciato e "funzionante" a dovere, usando una corretta postura e respirazione. Quindi ho "formattato" quasi tutto ricominciando da capo, e dagli esercizi a corde a vuoto. Pensa che ho imparato a sedermi e a camminare "correttamente" a 34 anni...
E.: A quale liutaio si è rivolto e quale è stata la sua reazione alla sua richiesta?
C.S.: Il liutaio Davide Castellaro ha capito subito che le mie esigenze e costruirà ben presto una chitarra con le mie indicazioni e con la forma simile a quella di un violoncello. Per adesso uso una 10 corde Manuel Contreras I del 1982, "doble tapa" su cui Davide ha apportato tutte le modifiche.
E.: Dal punto di vista ergonomico che cosa ha comportato questa modifica rispetto al modo classico di suonarla?
C.S.: Praticamente è rimasto poco della vecchia posizione, adesso infatti utilizzo una tecnica violoncellistica e non piu' chitarristica.. Devo dire che il cambiamento è stato meno traumatico, perchè sapendo suonare il contrabbasso, ero già abituato alla corda verticale ed alle mani parallele al pavimento. Per elencarti solo qualche differenza rispetto a prima: entrambi i piedi sono appoggiati al pavimento, uso un puntale, posso guardare entrambe le mani senza girare il collo a destra e sinistra, mani molto piu' prensili, schiena e spalle piu' rilassate ed allineate, unghie cortissime, respirazione diaframmatica non compressa dal fondo dello strumento, braccio destro non appoggiato alla chitarra etc..Una cosa importante è che la chitarra suona molto meglio perche' molto piu' libera di vibrare, e posso utilizzare tecniche e timbri veramente inusuali, impossibili con la postura classica.
E.: Ha già avuto modo di suonarla dal vivo? Quale è stata la reazione del pubblico e degli altri suoi colleghi chitarristi e musicisti a questa nuova soluzione?
C.S.: Il primo concerto è stato in Svezia, la reazione è stata ottima, ma non mi interessa la reazione dei colleghi perchè sono un musicista libero, non legato a nessuna "parrocchia chitarristica"
E.: Ascolteremo la cello guitar in qualche suo prossimo cd?
C.S.: Si, molto presto. Con musiche dedicate a me da compositori con cui ho collaborato negli ultimi due anni.
domenica 1 febbraio 2009
I Fotografi e la Chitarra Classica
Foto di SHOkOLATE
http://www.flickr.com/photos/shokolate/

Foto di taos07
http://www.flickr.com/photos/24580563@N02/

Foto di NYC.andre
http://www.flickr.com/photos/nycandre/

Foto di © Bart
http://www.flickr.com/photos/bart-tordeurs/

Foto di del.charlotte
http://www.flickr.com/photos/29379853@N07/
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Foto di NYC.andre
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