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venerdì 16 maggio 2014

Intervista con Ermanno Brignolo di Andrea Aguzzi, quarta parte



Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Se lei è d’accordo, resterei circoscritto all’ambiente della chitarra. A un nuovo aspirante chitarrista, la prima cosa che mi permetto di suggerire è di allargare il più possibile le proprie conoscenze e le proprie vedute. La chitarra da sola non basta per poter diventare dei buoni chitarristi… anzi! La più grave lamentela che si senta da parte di tutti i chitarristi del mondo è l’assenza (a mio avviso tutt’altro che inspiegabile) della chitarra dai cartelloni delle stagioni di musica da camera. Ebbene, ragazzi, o ci si dà da fare in prima persona, o la chitarra in quei cartelloni non entrerà mai! Quindi, per prima cosa, occorre smettere di pensare alla chitarra come qualcosa che, in virtù di non si sa quali privilegi, può permettersi di accantonare il senso musicale in favore di soluzioni tecniche di comodo. Secondo aspetto, ancora più importante, è il repertorio: una volta imparato ad affrontare la musica con proprietà di linguaggio, occorre sfruttare questa capacità per valorizzare le migliaia di pagine di valore della nostra letteratura solistica e cameristica, buona parte delle quali giace sommersa da strati chilometrici di oblio e “polvere”. Con queste due carte, forse si può iniziare a giocare la partita, a patto che si abbia dalla propria una determinazione incrollabile e altrettanta intraprendenza. Alla fine, però, a costo di sembrare di parte, forse il suggerimento più importante che mi sento di dare a un giovane che voglia vedersi riconoscere dei meriti senza dover scendere a odiosi compromessi è quello di scappare dall’Italia e restarne alla larga per almeno quindici anni. Ora come ora, l’Italia è in un momento di gravissima crisi culturale. Non è questo lo spazio per stare a disquisire sulla causalità di questa crisi, ma i suoi effetti sono disastrosi a tutti i livelli. In pochi ce la fanno a realizzare qualcosa, e lo fanno affrontando sacrifici immensi, di gran lunga più pesanti di quanto sia gratificante il successo che questi portano. Quella del musicista viene a stento riconosciuta come professione, e chi la svolga dovrà spesso interfacciarsi con personaggi che, nonostante una competenza assai dubbia, avranno il potere di decidere se un progetto si potrà realizzare o se dovrà essere accantonato in favore della sagra della cipolla marcia o il festival delle pedate sulle natiche. Il clientelismo e l’appiattimento ideologico sono diventati insostenibili, quindi se non si ha modo di essere tra i pochi fortunati, è bene cercare altrove la propria realizzazione. Ora, una piccola chiosa. Ho detto fortunati, e desidero spendere una parola per spiegarmi meglio su questo punto. La fortuna, intesa come la casualità di ricevere il successo dall’alto, non esiste. I “fortunati”, nella mia accezione, sono coloro che possono contare sull’appoggio di persone fidate che si prendono l’onere di remare nella stessa barca e nella stessa direzione per ottenere dei risultati comuni. I “fortunati” sono coloro che riescono a ottenere dei frutti meritati col loro duro lavoro. Quelli che, invece, riescono a combinare qualcosa grazie alla spintarella dell’amico assessore o del cugino inmanicato non sono “fortunati”, sono degli scellerati grazie ai quali il paese si trova nella palude melmosa dalla quale io stesso sono scappato per evidente impossibilità di realizzare qualcosa.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito?

Vado a ritroso. La musica che ascolto di solito è molto, molto varia. Mi piace variare dalla classica al jazz, ma non disdegno ambiti – come dire? – “meno colti” come Bruce Springsteen o i Dream Theater. In assoluto, direi che la mia preferenza va ai grandi lavori corali di Bach: le Passioni, gli oratori e la Messa in si minore. Ho anche studiato a fondo molti lavori sinfonici del XIX secolo (adoro l’orchestrazione di Tchaikovskij, l’introspezione di Brahms e la severità di Sibelius) e sto proseguendo con uno studio molto impegnativo sulla musica sinfonica del XX secolo (per dirne una, le sinfonie di Tansman sono meravigliose). Inoltre, mi piacciono molto i musical: tra tutti, Les Misérables, Rent, The Phanotm of the Opera e Chicago. Ora, lei mi chiede chi mi piacerebbe suonare. La risposta parrebbe banale, ma… di fatto io suono già chi mi piacerebbe suonare: in concerto come dei dischi affronto solo musica che io senta nelle mie corde. Tra i compositori che ho suonato, i miei preferiti (si è capito che aborro questo termine?) sono Tansman, Castelnuovo-Tedesco, Britten e Haug. C’è, poi, un compositore la cui musica mi affascina ma che non sono ancora pronto a suonare: Angelo Gilardino. La sua concezione della chitarra è meravigliosa e l’architettura dei suoi brani è sorprendente: ho iniziato il mio viaggio nella sua musica registrando il suo Colloquio con Andrés Segovia e sento di avere ancora tanta strada da fare per arrivare alle sue Sonate e ai concerti… ma ci arriverò. Infine, con chi? In ambito cameristico, suono già con mia moglie Minie: insieme abbiamo portato in scena John Dowland e Platero y yo, oltre a una vasta selezione di brani jazz, e ci sono altre cose in via di definizione per il futuro e delle quali è troppo presto parlare. Oltre a questo, sarei molto contento di poter realizzare alcuni concerti con Paolo Ferrara, luminoso direttore d’orchestra torinese con cui ho avuto il piacere di collaborare per l’Andrés Segovia Archive e col quale è subito nata una piacevole sintonia.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

I prossimi progetti sono tanti e hanno scadenze piuttosto lunghe. Il primo è una serie di concerti di presentazione dei miei due recenti lavori discografici: The Andrés Segovia Archive e Platero y yo. Ho presentato personalmente i lavori a moltissimi artisti e organizzatori in tutto il mondo, e i consensi sono unanimi, quindi a ottobre inizierò i concerti in Europa, poi si vedrà dove e come si evolveranno le cose. Dal punto di vista delle registrazioni, i prossimi due lavori saranno monografici: uno dedicato alla figura di Alexandre Tansman e l’altro a un immeritatamente trascurato compositore italiano, Giuseppe Rosetta. Ovviamente, registrerò tutti i lavori per chitarra sola di entrambi, anche se non mi dispiacerebbe affrontare anche la musica da camera con chitarra e i concerti (di Tansman). A seguire, ci saranno altre tracce tematiche che mi piacerebbe approfondire, ma è ancora troppo presto per togliere il velo da idee che hanno appena iniziato a prendere forma. A lato delle registrazioni, ho intenzione di dedicarmi più seriamente alla composizione. Ho finito da poco il mio primo concerto per chitarra e orchestra, dal titolo “Racconti delle colline”, in omaggio al poeta mio conterraneo Cesare Pavese, e ho chiesto ad alcuni stimati colleghi di leggerlo, potendo contare sulla loro schiettezza e sincerità nell’emettere un giudizio. Devo dire che non pensavo di ottenere un consenso così palese, quindi credo che continuerò anche su questa strada.

Come mai il trasferimento in Australia?

Credo di avere anticipato la risposta lasciando trapelare un po’ di acredine poco fa. L’Australia è sempre stata al centro delle mie mire, fin da quando ero all’università. Già allora, nei primi anni del Duemila, avvertivo che in Italia c’era qualcosa che non mi andava, e i racconti che sentivo da alcuni amici e conoscenti che qui ci erano stati per diverso tempo davano un obiettivo concreto alle mie ambizioni. Poi, per vari e validissimi motivi non ho mai compiuto il passo fino al 2012, quando una sera mia moglie e io ci siamo guardati in faccia e ci siamo chiesti se fosse davvero il caso di continuare ad accettare una realtà simile. La risposta è ovvia, altrimenti adesso non starei scrivendo da Sydney… Il trasferimento, quindi, è stato una vera e propria fuga. Non era possibile sperare di cambiare l’andazzo delle situazioni contro cui mi sono trovato a lottare: ne avrei così tante da raccontare a supporto del mio scoramento che evito anche solo di iniziare, per compassione di chi legge ma anche perché non potrei rendere pubblici i nomi dei protagonisti delle cialtronerie cui ho assistito e che mi hanno investito. Fatto sta che l’Australia è un paese di stampo occidentale ma non dipendente dalle potenze economiche che stanno per collassare; inoltre qui potevo contare sull’appoggio di un paio di amici (uno in particolare) e, anche se al momento della partenza non lo sapevo ancora, qui avrei trovato ad accogliermi alcune persone che – a quanto pare – non aspettavano altro che io venissi a vivere in New South Wales. Ho già detto più volte: ho visto aprirsi strade superiori, in numero e qualità, nei primi dieci mesi di vita in Australia che negli ultimi dieci anni di vita in Italia. Rendo l’idea?

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J. P. Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società? Perché si fa musica?

Perché non possiamo farne a meno. La necessità di fare musica è nostra, interiore e intima: è un bisogno che si avverte e da cui non solo non si ha modo di scappare, ma se se ne sta lontani ci si sente male. Un pesce fuori dall’acqua non respira; un musicista senza musica fa la stessa fine. Dopo che ci si è resi conto di questa necessità interiore, e solo allora, può nascere l’idea di suonare per altri, di comporre per altri, di rivolgere la propria azione verso altre persone. Questa, però, è una conseguenza: la causa è solo dentro di noi. Qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? È un posto nevralgico, come lo è sempre stato. La musica è un’arte, come tale concorre a rendere il mondo più interessante e ha un ruolo importante nell’aiutare le persone a porsi domande meno scontate. Il compito di chi la musica la fa è quello di comprendere questo meraviglioso linguaggio e tradurlo in modo che sia comprensibile anche per chi diversamente non lo saprebbe decifrare. Un compositore interpreta la realtà, traduce in simboli le sue impressioni legate a un luogo, una sensazione, un’altra impressione; un esecutore reinterpreta quell’interpretazione aggiungendo i propri stati d’animo, le proprie impressioni. Questi sono processi di rielaborazione che materializzano, sotto forma di suoni, delle riflessioni più profonde. Lei ha citato Sartre, ma sono molti gli scrittori e gli uomini di pensiero in generale che hanno manifestato affinità nobili verso la musica, giungendo tutti a considerare che la musica riesce ad arrivare dove né le parole né il silenzio possono. Per fare questo, occorre che il tramite, il musicista, sia molto più che “bravo”. In quale maniera la musica può contribuire all’evoluzione di questa società? La musica è un’arte, un linguaggio, un’impressione, una rielaborazione della realtà, una finestra su un mondo invisibile, una manifestazione sonora del rigore geometrico dell’universo; è tutte queste cose e nessuna di esse in particolare (lo stesso Chelibicache faceva osservare come una definizione di musica non esista). La musica è un messaggio che non può essere espresso altrimenti, tuttavia se non fosse espresso ci si troverebbe in un paradosso, quindi più che affrontare la domanda diretta – cui rispondere è sì possibile, ma assai complesso – io rigirerei l’interrogativo: come potrebbe evolvere questa società in assenza di musica?

sabato 23 febbraio 2013

Intervista a Sergi Boal, quarta e ultima parte



Quali sono i tuoi cinque dischi essenziali, da avere sempre con te .. i cinque dischi classici per l'isola deserta...

Brian Eno ( music for airports)
Radiohead ( ok Computer)
Pearl Jam ( vitalogy)
John coltrane (Blue Train)
Claude Debussy ( un CD special con tutta la sua musica)

Cosa ti piace suonare? Che tipo di musica ascolti di solito?

I play my music. Thats all.
Mi piace ascolare tutte le nuove band, sapere cosa sta tramando il mondo del rock e del pop.
Ascolto musica jazz, Brad Meldauh, Keith Jarrett, Radiohead.
E poi ascolto soprattutto colonne sonore cinematografiche, per esempio Danny Elfman, Phillip Glass, Nino Rota, Michael Giacchimo, Einaudi..

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando? Ti vedremo suonare in Italia?

In Italia... spero presto!
Nuovi progetti....sto cominciando a lavorare a una grande progetto, previsto per la fine del 2013, che coinvolge molti musicisti... e poi c’è anche un progetto di un cd intimista di chitarra solista.
Comunque sia, mi considero in uno stato di work in progress continuo...

Questa è davvero l'ultima domanda .. mi piace molto il suono dell'oud e so che tu suoni questo strumento, antico e bellissimo, come hai iniziato a suonarlo e .. pensi di registrare qualche musica?

Ho registrato una canzone di liuto nel Cd "silence": forse quando mi hai fatto l’intervista non l’avevi ascoltata…. Al momento si può ascoltare nella mia pagina: Http://www.sergiboal.bandcamp.com. Studio liuto da due anni.. nelle mie future composizioni sicuramente includerò anche questo bellissimo strumento.

giovedì 13 dicembre 2012

Intervista a Lucio Matarazzo, quarta parte


Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Credo tu abbia ragione ma io proverei a ribaltare la domanda partendo da un altro punto di vista. Cosa contraddistingue un interprete e quanto delle sue caratteristiche viene influenzato da ciò che suona?
Quando sento Pollini suonare Mozart, Chopin o Petruška, o Brahms sento un interprete dai connotati personalissimi eppure con mille sfaccettature diversissime.
Un grande interprete secondo me è colui che sa infondere nella musica che suona un gran tocco di originalità restituendoci la personalità del compositore filtrata attraverso il suo pensiero, in un equilibrio costante e preciso, che sappia inquadrare il repertorio suonato nella sua epoca e nel suo stile - senza dimenticare il rispetto per la forma-struttura -, ma che sappia anche donarci le emozioni di una ”invenzione” con una sua - magari folgorante - intuizione interpretativa.
Devo dire, senza falsa modestia, che una delle più belle considerazioni che sono state scritte sul mio modo di suonare, è quella espressa su Classical Guitar Magazine - in maniera semplicissima ma molto lucida - dal compianto Colin Cooper: He demonstrates that if you take a piece of well-tailored music and apply the ordinary rules of musical performance to it, as any pianist would do, the result is magic"
Queste considerazioni portano però a porci un’altra domanda: quanto di tutto questo è alla portata del pubblico e, nello specifico, del pubblico dei concerti di chitarra? (si, lo so non dovrei dirlo, ma è inutile nascondere che spesso il pubblico che segue la chitarra è un po’ “a parte”)
Spesso sento nomi “onnipresenti” in diversi ambiti - mi riferisco ai cosiddetti specialisti dei repertori cross-over o alla musica d’avanguardia che poi si “avventurano” quasi con sufficienza su brani semplici di Sor o Giuliani, senza essere capaci di “inventare” nulla e quindi restituendoci delle interpretazioni che poco si differenziano da quelle di un bravo alunnetto di quarto anno di corso, roba da far cadere le braccia...
Oppure coloro che hanno un successo straordinario affrontando quel repertorio classico/leggero dove tutto ciò che sono la profondità e le caratteristiche del pensiero interpretativo “colto” - non a caso - non è che siano solo sbiaditi.... semplicemente non esistono!

E quindi.... parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi? Te lo chiedo perché ho sempre apprezzato il tuo impegno nei confronti anche dei “contorni” della musica: la presenza costante sui social network, la lunga collaborazione con GuitArt, il tuo blog DotGuitar, la casa discografica on line (di recente hai permesso l’acquisto del cd Blu di Arturo Tallini da lungo tempo non più disponibile), la presenza assidua nei forum di chitarra classica come DelCamp o Porqueddu ... come sta cambiando la figura del musicista?

Il marketing non è altro che una studiata pubblicizzazione di ciò che si fa e si è - se lo si è - come artisti. Questo sostanzialmente significa un allargamento dei contatti e delle opportunità che possono essere date ad un artista per poter avere maggiori occasioni di proporsi e farsi conoscere.
Alla fine però puoi allargare tutti i contatti che vuoi, ma se la tua proposta artistica - mi mantengo sul generico - non ha una validità accettabile, prima o poi il pubblico se ne accorge e ti castiga. Quante meteore abbiamo visto dissolversi nel nulla!
D’altro canto il marketing da solo ha un respiro breve e di sicuro non ti fa fare carriera, a meno che non sei disposto ad addentrarti in altri ambiti e a investire cifre grandissime che, nel nostro mondo “colto”, hanno poco senso, visto il ritorno in termini economici.
E’ un errore confondere il fatto che vivendo in un mondo in cui il ruolo della comunicazione sembra diventato prioritario, questo sia il fattore principale su cui basare e sviluppare una carriera artistica.
Ci sono dei veri e propri bluff che spesso trovano dei canali di diffusione grandissima della propria attività attraverso i mass-media e quindi un enorme successo.

Diventa purtroppo difficile spiegare al grande pubblico - grazie al bombardamento quotidiano di musica-immondizia, esso ha perso anche la residua capacità di distinzione tra ciò che dovrebbe essere Arte e ciò che è intrattenimento - che questa musica è solo un abile miscuglio di ciò che di più bello è stato fatto da altri, sia in campo classico che leggero, e quindi è difficile parlare di Arte, che è soprattutto “invenzione” rispetto all’intrattenimento, che è in gran parte basato sulla “riproposizione”. Questo è un fenomeno che è cresciuto in maniera esponenziale soprattutto in Italia, basti solo pensare che l’educazione all’ascolto musicale è totalmente assente nelle nostre scuole di ogni ordine e grado...

L’altra sera ero a Londra a cena con uno scienziato britannico, un ricercatore collega di mia moglie. Abbiamo avuto una lunga discussione su alcune opere di Bach e, devo dire, sono rimasto meravigliato dalla sua competenza ed ancor più quando mi ha raccontato che lui era un cembalista dilettante e che tutti nella sua famiglia suonavano almeno uno strumento, la moglie il violino e i due figli il violoncello ed il flauto. E tutto questo rappresentava per loro la normalità, così come era normale che quasi tutti i loro amici avessero una buona conoscenza - sempre da dilettanti - della musica, attraverso una pratica strumentale diffusa, spesso iniziata in ambito scolastico.
Difficile credere che persone del genere non sappiano distinguere tra Arte e intrattenimento...
Mi si dirà che c’è anche l’arte dell’intrattenimento: verissimo. Ma il piano è un altro e ciò che distingue il “vero” dal “finto” è la genuinità e la sincerità delle intenzioni. Non ho nessuna difficoltà a dire che, ad esempio, “Emozioni” di L.Battisti può essere considerata Arte - anzi senz’altro lo è -, ma non credo che Battisti si sia mai dato pena di omologarsi come musicista nell’ambito “colto” - era “semplicemente” un Artista -, così come vedo fare ad alcuni personaggi che tentano per forza di ostentare una patente di autorevolezza culturale attraverso la definizione di “chitarrista classico” o, in altri ambiti, di “nuovo Mozart”.

Ritornando alla tua domanda, devo dire che non ho mai pensato alla poliedricità delle mie attività come un aspetto del marketing, ma piuttosto ad interessi collaterali che si sono aggiunti, spesso anche casualmente, allo studio della musica e della chitarra e quindi alla mia normale attività.

Come è nato DotGuitar?

DotGuitar Magazine è nato dall’esigenza di alcuni miei attuali e passati alunni di portare sul web quelle che erano le esperienze fatte con i magazine cartacei, che stanno ora vivendo un momento di crisi, non solo di vendita, quasi drammatico.
Vista la mia esperienza mi sono posto come coordinatore delle loro idee e, in breve tempo, abbiamo avuto risultati impensabili. Raggiungere circa 40mila contatti alle ultime uscite del Magazine è cosa non da poco, anche tenendo conto che molti contatti avvengono dall’estero, il che, per un magazine pubblicato quasi interamente in italiano, mi sembra un risultato non da poco.

Che problemi avete dovuto affrontare?

Progettando questo Magazine, il primo problema che si è posto è stato quello di conciliare la “velocità” di internet con la necessità dei tempi per articoli di approfondimento, problema in gran parte risolto con l’adozione di una doppia piattaforma, una di tipo blog su TypePad (http://dotguitar.typepad.com), aggiornata in tempo reale, con notizie ed informazioni su concerti, concorsi, info ed attività varie, e un’altra su un vero sito dedicato (www.dotguitar.it), con rubriche di approfondimento, analisi, attualità, storia, liuteria, etc.
Al WeBlogMagazine (credo il primo in ambito chitarristico, non solo in Italia, con questa doppia struttura/piattaforma), si sono da poco aggiunti altri due settori: uno è la WebLabel, di cui sono Direttore Artistico, ed un altro è lo Shop, curato da alcuni miei collaboratori.
L’entusiasmo che questa iniziativa sta suscitando è dimostrato anche dall’apporto che subito hanno dato tantissimi miei amici e colleghi tra i quali non posso non ricordare P.Viti, G.Signorile, P.Troncone, P.Bonaguri, A.Dieni, M.Rivelli, M.Bazzotti, G.Giglio, L.Tortorelli, M.Tamburrini, R.Del Prete, A.Altieri, A.Ruggiero, R.Calandruccio, S.Testa, S.Magliaro, G.Vanità e tantissimi altri.





Ritornando alla precedente tua domanda, per quanto riguarda i forum, purtroppo la mia partecipazione, soprattutto a quelli stranieri, si è molto diradata per problemi di tempo.
Credo che essi possano svolgere un ruolo molto importante soprattutto nel far crescere l’humus dal quale può uscire un pubblico con una preparazione migliore.
Molti amateurs possono trovare utili informazioni e spunti positivi per coltivare quella che è la loro passione per la chitarra.
Ma l’importante è saper discernere, quando si pongono quesiti di natura tecnica o musicale, tra chi ha l’autorevolezza per poter dare risposte valide e chi invece non è altro che un “sedicente” concertista o didatta che, al di fuori del forum e nella vita concertistica e artistica reale, conta poco più di niente. Del resto oramai i curricula di tutti si trovano facilmente su internet e la gente non è stupida, ha imparato a valutare...
Grande merito va dato comunque agli amministratori e ai moderatori, i quali il più delle volte svolgono questo ruolo difficile senza un ritorno economico, con grande passione, dedizione e impegno di tempo per seguire gli utenti, che sono mossi dal desiderio di apprendere, possibilmente da chi ne sa non “per sentito dire”.

sabato 29 settembre 2012

Intervista a Geoffrey Morris, quarta parte


English Version

Per favore ci dica i suoi cinque dischi essenziali, da avere sempre con lei .. i cinque dischi classici per l'isola deserta...

Frank Sinatra and the Count Bassie Band Live at the Sands
Ives Ensemble plays Morton Feldman TRIO
Qualsiasi cosa con Jose Miguel Moreno 
Qualsiasi cosa con Paul O'dette
U2 The Josua Tree

Quali sono i Suoi cinque spartiti preferiti? 

Franco Donatoni Algo
Morton Feldman The Possibility of New Work
Vaundry de Saizenay manuscript
Sylvano Bussotti Ultima Rara
Maurizio Pisati Sette Studi

Con chi le piacerebbe suonare? Che genere di musica ascolta di solito?

Quando penso ai musicisti con cui mi piacerebbe di più suonare considero sempre da chi di loro potrei imparare di più Probabilmente Jose Miguel Moreno. Al momento io ascolto quasi esclusivamente “early music” ma le mie abitudini di ascolto cambiano ciclicamente.

I Suoi prossimi progetti? Quando la vedremo suonare in Italia?

Al momento sto registrando un CD di canzoni latine col tenore inglese Tyrone Landau ed un CD di musica contemporanea australiana che è una compilation di incizioni radiofoniche. Andrea Tacchi mi sta preparando una chitarra contralto così potrei essere in Italia nei primi mesi del prossimo anno per andarla a prendere ma per quanto riguarda la possibilità di concerti non ho nulla di sicuro. Io ho una famiglia giovane e così viaggio molto poco.

L'ultima domanda.. il Blog è letto da molti studenti.. ha qualche buon consiglio da dare loro?

Di ascoltare in modo esteso, di tentare di trovare una strada nuova per esplorare ilo loro repertorio e per quanto riguarda la tecnica di cercare l’approccio il più possibile libero da qualsiasi tensione. E’ importante suonare più musica da camera possibile. Non solo affinerà al massimo le vostre capacità musicali ma verrete in contatto musicisti che suonano sempre!



venerdì 20 aprile 2012

L’Orientalismo in John Zorn: Forbidden Fruit, Torture Garden, Ganryu Island, Filmworks VII e New Traditions in East Asian Bar Bands Prima Parte (4)


Elementi di Orientalismo sono presenti in termini visivi e di testo in Forbidden Fruit. La musica per se stessa non contiene riferimenti espliciti al Giappone, sebbene sia presente una cantante nipponica.. Questo lavoro, scritto per il Kronos Quartet, più la cantante Ohta Hiromi e il turntablist Christian Marclay, si basa su una stretta interazione tra gli archi del quartetto e i giradischi di Marclay. Ci sono dodici temi e quattro set di dodici variazioni per un totale di sessanta sezioni concentrate nello spazio claustrofobico di poco più di dieci minuti creando un lavoro molto compatto e denso. Zorn indica che alcune piccole parti possono comportare improvvisazione controllata, ma dall'ascolto è impossibile capire la differenza tra queste parti e quelle più rigorosamente annotate.
Anche se la musica giapponese non viene citata, appare immediatamente chiaro grazie al titolo, ai commenti contenuti nel cd e all’artwork, che questo pezzo ha a che vedere col Giappone: difficile resistere alla tentazione di collegare il titolo all’allusione alle giovani e precoci ragazze giapponesi, al mito della Lolita asiatica sessualmente irraggiungibile.
Credo che questa interpretazione, oltre a essere un po’ affrettata, non tenga conto assolutamente delle note del cd. Forbidden Fruit è accompagnato da una descrizione di una intera pagina e da una foto tratta dal film Kurutta Kajitsu (Frutta Pazza) che mostra una giovane donna giapponese che siede con la sua schiena rivolta alla macchina fotografica mentre due giovani uomini giapponesi la fissano bramosamente. Il film parla di due fratelli che visitano una spiaggia per qualche oscuro e decadente scopo dove incontrano una donna che diviene l'oggetto della loro concupiscenza adolescenziale. Quindi non si tratta del trito cliché dell’uomo anziano che concupisce la giovane, ma una meditazione sul desiderio adolescenziale.
È interessante notare che in Eros plus Massacre, David Desser scrive che le idee contenute Crazed Fruit’s furono una spinta per la rivoluzione sessuale guidata dal regista iconoclasta giapponese, Nagisa Oshima, rappresentando una pietra miliare nella riemersione della sessualità aperta nel Giappone moderno. Ma se Forbidden Fruit è un lavoro raffinato, serio, lussureggiante e bello esteticamente, Torture Garden è l’esatto contrario: provocativo, abrasivo, intenso e volubile ma anche umoristico e free form. Il disco consiste di 42 vignette (o brani/canzoni) che arrivano a circa venticinque minuti di lunghezza complessiva: il più lungo, “Osaka Bondage”, un minuto e quattordici secondi e il più corto, “Hammerhead”, otto secondi netti! Un adesivo sull'album descriveva la musica come “combining free jazz, bebop, R&B, country, funk, rockabilly, surf, metal, hardcore, grindcore—and usually in the same song!” Tutto vero!L'amore di Zorn per la velocità e la musica di Carl Stalling è qui ampiamente documentata, specialmente nel brano “Speedfreaks”. A scanso di equivoci la musica dei Naked City, un quintetto composto da sassofono, basso, batteria, chitarra, e tastiere con ospite il cantante dei Boredoms Yamatsuka Eye, non è fatta di improvvisazioni ma da musica completamente annotata.
Come per Forbidden Fruit, gli aspetti orientalisti sono più legati alle componenti visuali e testuali e meno alle caratteristiche musicali. Occorre visionare ancora un volta l’intero pacchetto (musica, testi, packaging) per poter assumere distintamente alcuni sapori giapponesi. Le foto che illustrano la copertina del disco sono prese direttamente da alcuni film del genere kinbaku (bondage giapponese). L'interno contiene un'illustrazione manga che dipinge un giovane nell’uniforme degli studenti giapponesi che strappa via la pelle dalla faccia di una giovane studentessa leccadole il bulbo oculare esposto. Semplicemente raccapricciante e anche disgustosa.
L'intensità delle immagini si unisce a titoli come fiammiferi di immagini come “Jazz Snot Eat Shit”, “The Ways of Pain”, “Osaka Bondage”, e “Victims of Torture”. E sebbene non tutti i brani rimandino direttamente all’oriente, i temi ricorrenti sembrano essere sempre il dolore, tortura, la degradazione e la morte, citando direttamente anche nel titolo il libro di Mirabeau “Torture Garden” con la differenza che questo era ambientato in Cina, mentre Zorn ha trasferito queste tematiche nel Giappone odierno.
La controversia e le critiche che l’artwork di Torture Garden hanno suscitato negli Stati Uniti (compresa la rottura contrattuale con la casa discografica Nonesuch Records) probabilmente si sarebbero anche rapidamente esaurite se non fosse stato per il saggio intitolato “Postcolonialism on the Make: The Music of John Mellencamp, David Bowie and John Zorn” scritto da Ellie Hisama.
In questo saggio Hisama esamina gli elementi orientalisti di Forbidden Fruit (la fotografia, il titolo, ed il testo) e giunge alla conclusione che Zorn è un “Asiophile extraordinaire.”, dove per “asiofilo” non si tende a indicare “chi ama la cultura asiatica” ma piuttosto un termine negativo con implicazioni “predatrici” simile a quelle di “pedofilo”. Hisama sostiene che “Zorn habitually performs works that are predicated upon [a] troubling gender stereotype about Asian women.”, e che Forbidden Fruit e il disco New Traditions in East Asian Bar Bands sono esempi di una inquietante ossessione sessuale verso donne asiatiche da parte di Zorn stesso (“indicate a disturbing obsession with Asian women’s sexual impact upon him.”).
Lo scandalo mediatico promosso dalla comunità americana asiatica a proposito di Torture Garden fece letteralmente sparire dalla distribuzione questo disco per anni, a tal punto di dover essere stampato solo in Giappone dalla Toy’s Factory e acquistabile a quotazioni vertiginose o ai concerti dello stesso Zorn. Non solo. Furono pubblicati articoli feroci su giornali e periodici AsianWeek, Asian New Yorker, e il Los Angeles Times e Zorn si vide annullare diversi concerti importanti.

non è mica finita qui .. a presto per la seconda parte

venerdì 10 febbraio 2012

Kristallnacht di John Zorn, quarta parte


Il disco

Dicevamo disco amato dai fan della prima ora di Zorn, disco di grande interesse musicale ed ideologico, pietra angolare che porterà nel giro di qualche anno allo sviluppo dell’immenso canzoniere Masada, poi replicato nel Nuovo Millennio con il successivo Book Of Angels, imperniati sul rinnovamento e l’attualizzazione della musica klezmer.
Ma “Kristallnacht” non è Masada, diversi i musicisti impiegati, diversi i suoni, diverso il contesto. Zorn crea cinema per le orecchie, fotografie sonore: un lungo piano sequenza della notte fra il 9 ed il 10 novembre 1938, poche ore che impressero una svolta alla storia, dove non vi è salvazione, né redenzione: la storia non l’ha portata con sé, in dono, assieme alle macerie ed alle vite distrutte. E come tale nella sua cruda realtà mostra una musica giocata sui contrasti, dilaniata dai rumorismi, in grado di lasciare un marchio indelebile per chi la ascolta.
L’ascolto non è assolutamente facile, ma penso che questo sia uno di quei lavori imprescindibili per chi voglia avvicinarsi all’universo di Zorn. Oltre il virtuosismo a cui i musicisti di Zorn ci hanno abituati, aldilà del sentimento e dell’avanguardia, lontano anni luce dall’easy listening di album come The Dreamers e The Gift, questo lavoro colpisce come arte, come shock, come esperienza, come potenza e espressività fotografica che emana da ogni singolo passaggio.
Gli strumenti, le musiche, i suoni, i rumori non cedono un millimetro, un solo grammo della ferocia insensata che animava le anime delle alte cariche naziste: la musica esprime un dramma corporeo, concreto, devastante. La tromba secca, lancinante, disperata che toglie il velo a “Shtetl (Ghetto Life)”, le registrazioni radio, a sollevare la nazione in propria difesa (“Republiken, Fallen!”), l’inutile dolce nenia mitteleuropea in sfumare, unica traccia di melodia all’interno di un blocco cupo, ossessivo, claustrofobico, violento, senza speranza, come senza speranza fu la storia stessa.
“Gahelet (Embers)” è silenzio ambientale, appena percorso da scosse ed archetti, l’omertà che il mondo osservò nei confronti del massacro, una contrapposizione traumatizzante ed estrema verso il free jazz compulsivo e nevrastenico di “Tikkun (Rectification)” e le aggressioni industrial di una pesantissima “Barzel (Iron Fist)”, litanie e versetti salmodiati ridotti in brandelli all'interno di un coacervo di brutture noise, dove ogni tonfo, ogni gemere è il pugno ponderoso delle percosse, dei supplizi. Un disordine cavalcato dalla sei corde di Ribot in “Gariin (Nucleus - The New Settlement)”, inferno no wave no future, altro che punk del 1977, che suona, agghiacciante e vaticinante, alla stregua del disastro che fu, e che si ricompone solamente a tratti su “Tzfia (Looking Ahead)”, febbricitante spaccato di tensione e desolazione per elettronica, violino e chitarra.
Chiudono le urla e i rumori di “Never Again”. Mai più, mai più. Basta parole e discorsi da doppiopetto. Basta immagini, basta strumenti, basta musica, solo rumore, feroce, un suono bianco che taglia la bocca, dodici minuti di raggelante realtà: i vetri dei negozi che passano in frantumi, le urla della gente che gioisce dello scempio, del dolore inferto agli altri. Il sangue del capro espiatorio che viene immolato e il giubilo di chi agisce. Cocci che volano e si schiantano come le vite che rappresentano, raramente contrastati da pochi momenti di tenue melodia, rapidi attimi di sollievo in un maelestrum di dolore, coperti da una coltre di feedback sparge sale sulle ferite e rammenta l'intrinseca sofferenza della condizione ebraica.


venerdì 27 gennaio 2012

John Zorn, Morricone e The Big Gundown, quarta parte



Performance. La scelta dei musicisti è da sempre un fattore cruciale per il successo delle musiche di Zorn: sono i musicisti impiegati che determinano il suono che prenderanno le musiche da lui composte o riarrangiate.
In ciascuna performance, che si tratti di suonare blocchi di noise cacofonico, libere improvvisazioni, temi di film dell’orrore, bucoliche melodie popolari giapponesi, linee di jazz bebop, richiami per anatra o chitarre di metallo che ruggiscono a tutto hardcore. Nel libretto che accompagna il cd c’è una frase: “The effect is like watching a chameleon race through a paint box.”, meravigliosa.
"That style of improvisation is a true American hybrid music, like rock was a hybrid music," dice lo stesso Zorn nel libretto della prima edizione del cd. "No generation of composers has been exposed to as much different music as we have, thanks to the technology of recording and the resulting boom in the quantity of music available."
La musica di Zorn può essere etichettata come “citazionista”, lui stesso è un grande collezionista di dischi (in un intervista risalente ai tempi di Spillane parlava di possedere circa 14.000 dischi di vinile e esistono numerose foto che lo ritraggono sullo sfondo di pareti coperte da dischi) e sicuramente il suo particolare stile riflette questo immensa quantità di ascolti: "Twenty or thirty years ago you had to bend over backward to find a record from Bali,today, media's gone nuts. We're just trying to incorporate all these different elements that are available to us."
Da qui la necessità di un gruppo di musicisti perfettamente coeso e in grado di interpretare al meglio le notazioni di Zorn, tutti presentano fondamentalmente le medesime caratteristiche: eccellenti capacità tecniche, una dedizione totale per la musica, una “naturale” predisposizione per l’improvvisazione, marcata personalità artistica, eccellente capacità di lavorare in gruppo, un approccio non convenzionale agli strumenti tradizionali.
L’effetto è quello di poter aggiungere nuovi colori alla già estesa tavolozza a disposizioni di Zorn. In quell’occasione poi Zorn incassò anche i “dividendi” maturati con i lavori dedicati a Weill e a Monk: la possibilità di avere a disposizione uno studio di registrazione di prim’ordine in cui poter sperimentare a piacere: "I got to spend time in a good studio, and it was a pleasure, that process of getting everything so perfect, being able to overdub even in the improvisation, we could layer the sound."
Questo gli permise anche di poter sfruttare al meglio le già notevoli capacità dei musicisti coinvolti: "I realized, here were all these incredible musicians I'd been working with, and I'd been using onetenth of their capabilities by restricting the music to whatever was happening in that one hour the tape was rolling."
Il cast dei musicisti coinvolti per The Big Gundown è semplicemente impressionante e rappresentava all’epoca (e anche oggi) il meglio dell’ala più avventurosa della nutrita comunità musicale di New York:"I wanted each track to be very different and one of the things that made that possible was the people that play on the record,".
Molti di loro collaboravano con Zorn già da diversi anni e a loro volta erano compositori e band leader: la violinista Polly Bradfield, il batterista Mark Miller e il tastierista Wayne Horvitz probabilmente potevano vantare la maggiore “anzianità di servizio”, ma anche gli altri tra cui Anthony Coleman [tastiere], Christian Marclay [giradischi], Carol Emanuel [arpa], Bobby Previte [batteria], David Weinstein [tastiere], Bob James [nastri magnetici], Michihiro Sato [Tsugaru shamisen], Guy Klucevsek [fisarmonica], Jim Staley [trombone], Luli Shioi [voce], and Vicki Bodner [oboe] avevano già lavorato con lui.
Una delle caratteristiche della musica di Morricone era l’uso particolare della chitarra elettrica nelle colonne sonore per gli spaghetti western degli anni ’60. The Big Gundown schiera sei tra i più quotati chitarristi d’avanguardia: Bill Frisell, Fred Frith, Jody Harris, Arto Lindsay, Robert Quine, e Vernon Reid. Memorabili le loro interpretazioni nei remake di "Milano Odea," "Once Upon a Time in the West," e "Metamorfosi" conferendo una dose di drammaticità e di sana nevrosi newyorkese alle già “cariche” musiche del maestro italiano.
Gli altri musicisti sono il batterista Anton Fier dei Golden Palominos; la cantante Diamanda Galas; Ned Rothenberg [ocarina, shakuhachi and Jew's harp]; Shelley Hirsch [voce]; Melvin Gibbs [basso elettrico]; Tim Berne [sassofono] e l’ensemble di batucada brasiliano presente nella title track.
Stupisce, ma si rivela perfettamente azzeccata come scelta, la presenza del leggendario tastierista proveniente dalla Blue Note Big John Patton che suona il suo organo hammond in "Erotico," e la sublime armonica a bocca di Toots Thielmans che “recita” un cammeo in "Poverty," dalla colonna sonora di C’era una Volta in America.
La ristampa per l’anniversario dei quindici anni è stata poi impreziosita di ben sei tracce in più, tra cui vale la pena di citare una stupenda versione di "The Sicilian Clan", meno sconvolgente ma non meno affascinante di quella che comparirà sul mitico Naked City qualche anno più tardi.
Zorn distrugge, ricostruisce, ci mette dentro di tutto, musica sperimentale, classica, bebop, folk giapponese, rock, country, jazz, creando come al suo solito una musica che ha la propria forza nella massima libertà d'espressione, priva d'ogni limite ed etichetta, una musica dove non ci sono né vincitori, né vinti ma soltanto "Suono" creato dalla più pura disciplina artistica, madre dell'improvvisazione. Un disco eccezionale, imprescindibile per chiunque voglia accostarsi alla musica di Zorn, mi permetto di chiudere con il commento (scritto) di Morricone, una simile dichiarazione vale più di mille recensioni o saggi sull’argomento.

"This is a record that has fresh, good and intelligent ideas. It is a realization on a high level, a work done by a maestro with great science-fantasy and creativity. At limes my works have been varied from but it doesn't change anything because the pieces are still recognizable. My ideas have been realized not in a passive manner, but in an active manner which has recreated and re-invented what I have done previously for films. Many people have done versions of my pieces, but no one has done them like this. "
- Ennio Morricone

venerdì 6 gennaio 2012

Zorn e il Rumore, una indiretta risposta ad Attali, al Postmodernismo e a Cage, quarta parte


Ma mentre lo Schoenberg di Adorno e il Cage di Attali sfidano la ripetizione inerente alla mercificazione e alle forme di controllo sociale, Zorn adotta questa ripetizione, spostandosi dal rumore “per se” a quello che lui chiama il suo metodo di composizione per “blocchi”:

I think it's an important thing for a musician to have an overview, something that remains consistent throughout your whole life. You have one basic idea, one basic way of looking at the world, one basic way of putting music together.
I developed mine very early on--the idea of working with blocks. At first maybe the blocks were more like just blocks of sound . . . noisy improvisational statements, but eventually it came back to using genre as musical notes and moving these blocks of genre around.
(Io penso che sia una cosa importante per un musicista avere una panoramica, qualche cosa a cui rimane coerente per tutta la sua vita. Avere un'idea di base, un modo di base di guardare al mondo, un modo di base di mettere insieme musica.
Io ho sviluppato il mio molto tempo fa, l'idea di lavorare con blocchi. All’inizio forse i blocchi erano più o meno solo blocchi di suono. . . asserzioni di improvisazioni chiassose, ma successivamente ho cominciato ad usare i generi come note musicali e spostando questi blocchi di generi.)
"Zorn on Zorn." [Advertisement] Downbeat 59.3 (March 1992), 23.

Il rumore di Zorn si manifesta in due distinte forme contigue: l'improvvisazione e l'imitazione, il creativo ed il derivativo, il caotico e la parodia. E’ il secondo di questi aspetti del rumore, che emerge particolarmente in pezzi composti con blocchi di generi musicali, un metodo ha interessato in modo crescente la sua carriera compositiva.

Il concetto di genere è stato spesso inteso come un anatema verso la pratica estetica post modernista, particolarmente verso le sue manifestazioni post-strutturaliste: la scomparsa delle barriere tra i generi ha, dopo tutto, rappresentato una preoccupazione eminente per molti scrittori contemporanei, pittori e musicisti. Ma questa scomparsa rende il concetto di genericità ancora più rilevante, da quando il “genere stesso” è situato al punto di partenza per questa pratica così negativa nei suoi confronti, in un certo senso è come se il Postmoderno tentasse di definire ciò che rifiuta per definizione, appropriandosi indiscriminatamente di altri generi, senza distinguere tra colto e popolare.
Un esempio di chiave di tale appropriazione è John Cage, non il Cage di _4'33 " ma il Cage di Roaratorio il suo "dramma"per radio.

La "composizione" di Cage è un collage di suono su sedici piste, basato su una versione del Finnegans Wake di James Joyce elaborato da Cage attraverso una serie di operazioni casuali. Nel tentativo di liberare se stesso, come lui stesso afferma in un'intervista pubblicata con la partitura del pezzo, dalla melodia, dall'armonia, dal contrappunto e da qualsiasi teoria musicale, Cage crea una musica che suoni libera dalla musica codificata e istituzionalizzata,
Cage mescola insieme suoni ambientali, musica tradizionale irlandese, effetti sonori che variano da campane e tuoni, risate e dialoghi. Il prodotto finito è un panorama di suoni decentrati e di attività umana senza sosta e in continuo cambiamento.
Spillane di Zorn, come Roaratorio di Cage, è un collage di generi, anch’esso basato su un testo derivato dai romanzi gialli di Mike hammer; il contrasto tra le due composizioni non solo indica l'estetica divergente dei compositori, ma anche le loro opposte posizioni politiche. Dove Cage, per esempio, si appropria e trasforma un testo piuttosto esclusivo e "difficile" di James Joyce, Zorn usa una parodia di cut and paste di gialli pulp fiction come base per il suo lavoro.
Il lavoro di Cage comincia in modo leggero, con la voce che sembra un canto liturgico a bassa voce, il pezzo di Zorn comincia con un grido che trasmette pura angoscia e paura. Dove i rumori disposti da Cage si fondono in un soundscape cangiante e ipnotico, i blocchi di Zorn sbattono l’uno contro l'un l'altro e minacciando di rompersi da un momento all’altro, mentre ciascuno dei musicista suona la sua parte di “lick” e parodie musicali, in combinazione o in opposizione agli altri. Il pezzo di Cage è sincrono, profondo, e, considerando anche la mescolanza di suoni in continuo cambiamento, estesamente statico; Il lavoro di Zorn, da contrasto è lineare, immediato ed estremamente dinamico. La musica di Zorn è allacciata in modo mimetico al suo "soggetto": noi viaggiamo attraverso il soundscape sonoro nella mente di Mike Hammer. Cage rifiuta l’insieme di collegamenti mimetici preferendo non aggiungere effetti sonori adatti alla prosa di Joyce, ma provocando un senso dell'armonia attraverso la produzione di "strati simultanei di suono e significati"

Cage vuole dispensare suoni musicali addomesticati, a favore di un nuovo e sintetico "campo" dell'attività musicale Zorn è perfettamente disposto a mantenere le strutture di una colonna sonora, ma agisce cercando un’azione di disturbo musicale. Cage è per una politica di esclusione e di abbandono, la sua musica che richiede una partecipazione testarda cosa che l'ascoltatore impaziente, saturo e viziato dai media non è spesso disposto a dare. Zorn, d'altra parte offre la sembianza di quel conforto, simulato attraverso gli attributi della cultura popolare per confrontare ed impegnare quel stesso ascoltatore nei trenta secondi di attenzione, così programmati dalla pubblicità televisiva, nei suoi blocchi di suono da trenta secondi. Cage sta in piedi da solo a distanza dal suo pubblico, ad un piuttosto distanza elitaria, Zorn lo tormenta svergognatamente con continue connessioni subliminali al mondo dei media e del trash della cultura di massa. Se il postmoderno si configura come un successore debole alla gloria vigorosa del modernismo letterario, a causa dell’erosione della sostanza vitale dell’artista provocata dalla società di massa, a sua volta la preferenza di Cage per Joyce, e di Zorn per Michael Spillane, suggestivamente riproduce quella fessura tra le pratiche artistiche moderniste e post-moderniste.



sabato 31 dicembre 2011

Intervista a Bruskers di Carlo Siega, quarta parte


  1. Come vedete questo fenomeno ormai sempre più in continua ascesa (e sotto un certo aspetto anche un po’ invadente) del supporto musicale digitale dell’mp3? E della conseguente circolazione libera del materiale musicale?...

M: Io faccio parte di quella generazione nata con la musicassetta.. i CD in circolazione erano pochi e costavano troppo. A suo tempo la ricerca di un artista o di un gruppo era cosa seria e richiedeva tempo: quando conquistavi l’ambito nastro te lo ascoltavi fino a quando non l’avevi consumato. Questo però permetteva di conoscere ogni singolo brano alla perfezione, di cogliere i dettagli e di appassionarsi alla musica del proprio beniamino cercando anche tutte le informazioni che riguardavano l’artista in questione. Oggigiorno i ragazzi hanno accesso alla musica in maniera estremamente facilitata: l’aspetto positivo è però vanificato dalla mancanza di un limite, ovvero l’eccesso di informazione porta all’annullamento dell’informazione stessa. Mi spiego meglio. Capita spesso che i miei allievi a lezione arrivino con il lettore mp3 stracolmo di canzoni (e parlo di centinaia e centinaia); alla mia domanda su qual è il loro criterio di scelta della musica che ascoltano mi sento spesso rispondere: “.. a caso!”. La facile reperibilità di musica ha annullato la capacità di possedere spirito critico nella selezione della stessa. Quando un teenager afferma di ascoltare musicalmente di tutto è la verità, l’inconveniente è che non si ricorda nulla di quello che ha ascoltato.

Il mercato musicale del futuro sarà indubbiamente digitale e la diffusione via internet diventerà sempre più importante: il formato fisico sarà destinato a sparire. Io stesso ho constatato la reale comodità di convertire in mp3 i miei cd e ascoltarli, mediante la chiavetta usb, durante i viaggi in macchina: è molto facile di doversi portare dietro pacchetti di dischi che inevitabilmente si disperdono all’interno dell’automobile (..almeno nel mio caso).

Quindi l’unica speranza, almeno nel caso delle nuove generazioni, è che rimanga uno spirito critico nella scelta della musica per evitare di essere sommersi e “normalizzati” ai canoni del business del mercato musicale. Insomma il rischio è che l’utente sia semplicemente spettatore e non protagonista della propria scelta musicale.

E.: Come molte cose, se utilizzata bene e in tutte le sue potenzialità, l’ascesa del supporto digitale dell’mp3 non può essere che un fatto positivo. Certamente manca l’aspetto più “romantico” del cd fisico, dell’apertura della confezione, del booklet da sfogliare ecc, ma il cd in formato digitale dà l’opportunità al pubblico di acquistare musica ad un prezzo mediamente vantaggioso, e all’artista di farsi conoscere ad un pubblico infinitamente più vasto di quello semplicemente locale o nazionale. I contro li sappiamo tutti: la pirateria è il pane quotidiano per milioni di persone. Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro. Se vogliamo trovarci un aspetto positivo a quest’ultimo argomento da un lato c’è sempre da considerare l’eventuale vantaggio che può trarre un artista sconosciuto nell’essere “scaricato” illegalmente migliaia e migliaia di volte (che può avvenire se il suo progetto musicale risulta valido): aumentando a dismisura la propria popolarità può aprirsi maggiori possibilità dal punto di vista concertistico.

  1. Prima di concludere mi piacerebbe risolvere una questione che a me resta ancora oscura... Come mai “Bruskers”?

E: Come ho scritto qualche risposta fa il nostro percorso è nato quasi per scherzo con la partecipazione ad un festival di “Buskers”. Il caso ha voluto che il mio maestro che mi ha portato fino al diploma e che è stato per un periodo anche insegnante di Matteo si chiami proprio Bruschi Mauro. Per rendergli omaggio, dal momento che ha contribuito in maniera determinante alla nostra formazione musicale, abbiamo così unito, ancora quasi casualmente, i due nomi creando questo “Bruskers” che tutt’ora conserviamo!

  1. Quali saranno i vostri impegni futuri come duo e quali in veste di solistica o in altra formazione?

E.: Semplicemente cercheremo di far ascoltare il più possibile questo nuovo lavoro, e di promuoverlo soprattutto all’estero. Quello che verrà lo vedremo!

Il prossimo impegno in duo è il 17 Dicembre al Teatro Comunale di Carpi (MO). Per l’anno nuovo stiamo cercando di organizzare un po’ di date in giro tra il nord e il centro Italia soprattutto. E speriamo davvero che il nostro nuovo cd ci possa dare una mano a fare il più concerti possibile, perché è in quel momento che crediamo di essere più efficaci.

Per quanto mi riguarda le altre formazioni in cui suono: la Lybra Guitar Orchestra, un quintetto jazz-fusion e un duo con un flautista, sono altre attività che mantengo ma che sono un po’ più collaterali. Mi capita di fare concerti con queste formule ma quello a cui mi dedico principalmente è il duo di cui si parla in questa intervista.

Dal punto di vista solistico sto approfondendo parte del repertorio chitarristico del ‘900, che amo molto. L’ultimo pezzo a cui ho lavorato è il Capriccio Diabolico di Mario Castelnuovo-Tedesco, compositore davvero geniale.

M: Il principale obiettivo è quello di promuovere “Addition” sia dal punto di vista commerciale ma anche portando in giro dove sarà possibile lo spettacolo. Al momento riscontriamo alcune difficoltà in Italia.. stiamo decisamente puntando al mercato estero dove paradossalmente spesso riceviamo feedback migliori. Riguardo altri progetti la “Lybra Guitar Orchestra” rimane una realtà che porta molte soddisfazioni.. per velleità solistiche o altro non c’è tempo: i Bruskers richiedono un impegno totale!!

  1. Ultima battuta (ormai diventata tradizione per il Blog): quali sono i vostri 5 cd da portare nell’ormai famosissima isola deserta?

E.: Premetto: non rispetterò molto le regole della domanda!

1 - Mike Stern: Play (un cd e un chitarrista che ha cambiato la mia concezione musicale..impressionante dal vivo)

2 - Tommy Emmanuel: Only (artista da vedere assolutamente in concerto!)

3 – Tutte le sinfonie di Beethoven, anche se non ci stanno in un cd (facciamo un dvd stavolta!)

4 – Un cd contenente il Concerto n°1 per violino e orchestra di Tchaikovsky, lo trovo semplicemente geniale, gli interpreti bravi sono molteplici, non indico un disco in particolare, mi riferisco più all’aspetto compositivo

5 - Prima di approdare in un’isola deserta spero di avere ancora tanta musica da ascoltare, per cui conto di trovarlo “strada facendo”

M: Il mio è un mix un po’ eterogeneo.. ma guardando la mia dispensa dischi sono quelli che affettivamente non potrei lasciare lì a prendere polvere.

1) “Concerti Brandeburghesi” – Johann Sebastian Bach.

Bach è il mio autore classico preferito fin da bambino.. i concerti Brandeburghesi mi mettono allegria: in macchina quando è primavera non possono mancare nel repertorio.

2) “The Wall” – Pink Floyd.

Tuttora adoro i Pink : a 14 anni hanno rappresentato il mio primo vero concerto dal vivo .. all’arena di Verona … emozione indescrivibile!!

3) “Surfing with the Alien” – Joe Satriani

Il maestro della chitarra elettrica.. poi da quando ha perso i capelli mi è ancora più simpatico perché mi assomiglia.

4) “Basquiat. colonna sonora”

Un film molto bello con una colonna sonora coi fiocchi: contiene alcune canzoni semplicemente struggenti quali “Summer in Siam”, “Hallelujah” e soprattutto “Last song I’ll ever Sing”

5) “Best of Depeche Mode”

I signori della musica elettronica: hanno saputo evolversi rimanendo al passo con i tempi senza diventare banali.. e concertisti formidabil

giovedì 30 giugno 2011

Intervista a Sergio Sorrentino per AlchEmistica, quarta parte


Approfondiamo un po’ il discorso sull’improvvisazione, tema a me molto caro: Derek Bailey era alla disperata ricerca di una improvvisazione non “idiomatica”, di un qualcosa assolutamente lontano da qualsiasi altro linguaggio o base musicale esistente; alla fine anche il suo modo di improvvisare è diventato un marchio di fabbrica, il suo stile… come definiresti il tuo stile?

Il mio stile è onnivoro, ma altamente influenzato dalla musica d'arte contemporanea. Quando improvviso cerco sempre l'unità formale, la permutazione degli elementi che scelgo man mano per le mie improvvisazioni. Non che prepari a tavolino la performance, questo no, ma cerco sempre di ispirarmi a qualcosa (un suono, una suggestione poetica, grafica), per dare contenuto alla mia musica. Questo contenuto, se vogliamo è assolutamente “non idiomatico” in quanto non si riferisce ad uno stile in particolare. Sono affascinato dall'estetica della dicotomia, degli opposti. Mi piace unire Maderna al blues, Bailey ai modi popolari, gli accordi jazz alle decostruzione intervallare alla Webern, la sperimentazione elettroacustica alla chitarra metal.
In qualità di chitarrista sperimentale, i miei musicisti preferiti (oltre ai compositori d'avanguardia) sono Ambarchi, Frith, Bailey, Russell, Mota, Zorn, Stevens, Stangl, Rowe.
Ma cerco assolutamente di avere una mia voce, unica. Questa ricerca è per me la cosa fondamentale.

Nel 1968 Derek Bailey chiese a Steve Lacy di definire in 15 secondi la differenza tra improvvisazione e composizione. La risposta fu “In 15 secondi la differenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione uno ha tutto il tempo di decidere che cosa dire in 15 secondi, mentre nell’improvvisazione uno ha 15 secondi” .. la risposta di Lacy era troppo ironica o corrisponde a verità?

Lacy era un genio (come Bailey, del resto). E come tutti i geni aveva il dono della sintesi e della pregnanza. Non poteva descrivere meglio l'essenza dell'improvvisare, atto filosofico, prima che musicale.
L'improvvisazione è l'atto del subito, dell'hic et nunc. E' la celebrazione della libertà creativa, contro tutti i dogmatismi e i paletti accademici.

Nel corso della tua ultima intervista avevi diversi progetti in corso e cantieri aperti .. come sta procedendo al tua carriera e, più in generale, come vedi la situazione che stiamo attraversando, secondo te la crisi attuale come sta influendo e influirà sulla musica, non solo in termini economici ma anche stilistici, la cupa e depressa New York della fine anni ’70 riuscì in quei brutti periodi a generare musiche innovative che ancora adesso ci stanno influenzando .. come stanno reagendo gli artisti a questi anni difficili?

A breve usciranno diversi progetti discografici solistici, sia con la chitarra classica che con l'elettrica. Uscirà inoltre il primo disco con il Trio Sorrentino-Telandro-Sigurtà. Di Sigurtà ho parlato già in precedenza ma mi preme dire qualcosa anche su Simone Telandro. E' un musicista formidabile, attento ai particolari, instancabile studioso dello strumento. Ascoltando la sua tromba viene voglia subito di prendere carta e penna e comporre qualcosa per lo strumento.
Suonare e creare musica con loro è un vero privilegio.

Usciranno articoli, saggi e registrazioni per importanti case editrici ed alcune riviste specializzate; le edizioni Rugginenti pubblicheranno presto la partitura del mio “De Citharae Natura” per chitarra sola.
Ma più che altro sono preso da varie situazioni concertistiche, tra le altre, a Lagonegro, della quale ti parlavo prima, a Brescia dove in ottobre terrò un concerto ed una master class all'Accademia della Chitarra (dove eseguirò, tra le altre cose, la Sequenza di Berio), e tornerò in Lussemburgo per un giro di concerti.

La mia carriera procede nel segno della curiosità, dell'approcciarsi a mondi inesplorati, della coerenza ispirativa. Non cedo a facili operazioni commerciali, la mia musica deve essere sempre sincera e provenire dal profondo.
Ricevo continui apprezzamenti dal pubblico e da importanti interpreti e compositori. Ciò mi dice che la strada è quella giusta.

Per quanto riguarda la crisi, beh, la New York degli anni Settanta è un valido esempio di come si possa creare della buona musica, lontana da logiche commerciali, anche con pochi mezzi.
L'ideale è non scoraggiarsi e fare sempre le cose che più ci piacciono. Entusiasmarsi (senza cullarsi troppo) di fronte a complimenti anche importanti, e non piangersi addosso dinanzi a stroncature.
La musica deve essere la nostra vita, altrimenti noi musicisti non siamo credibili. Il canale per promuovere la nostra musica bene o male si trova, basta crederci e lavorare sodo.
E' quello che sto facendo...

venerdì 24 giugno 2011

Intervista a Dora Filippone, quarta parte


Lei attualmente titolare della cattedra di chitarra presso il Conservatorio "A.Vivaldi" di Alessandria, com’è la situazione nel mondo del Conservatorio dopo la riforma?

Disatrosa e con possibilità di peggioramento e questo non è pessimismo. Avevamo il Conservatorio rispetto a tutta l'Europa, che era una scuola straordinaria. Ci si poteva diplomare in musica anche da privatisti, era riconosciuto il talento a prescindere dall'età, ora tutto questo è stato distrutto e non c'è più alcuna differenza tra un Conservatorio e un qualsiasi Istituto Musicale o Scuola privata. Per poter avere un titolo musicale, cioè un'identità socialmente riconosciuta, bisogna entrare nei trienni e nei bienni. Che motivazione ha un ragazzino a venire ora in Conservatorio per fare quello che , può benissimo andare a fare sotto casa sua. Non sono un' accademica, ma non si può pensare di eliminare qualsiasi forma di strutturazione di un percorso di studio: e come se tutte le scuole, elementari, medie, licei togliessero qualsiasi certificazione del percorso effettuato ed il primo titolo che si consegue come studente è la laurea di primo livello perché diversamente non hai in mano niente. Nessun studente è costretto a fare le scuole fino alla laurea, ma può decidere di fermarsi ad un certo punto del percorso e dire sono arrivato fino a lì. Per il momento si va sulla falsa riga di come era prima ma mentre prima tu avevi in mano un titolo di studio, ora non solo non c'è l'hai ma sei costretto ad aspettare fino a 18 anni per entrare in un triennio musicale. A tutt'oggi non esistono ancora i licei musicali, dico licei musicali non falsi licei musicali cioè classici o quant'altro con sezioni dove i musicisti sono ammassati come fossero una rara specie animale. Non è mai esistito un vero progetto di riforma (se poi era così necessaria?!) che si occupasse in primis della delocalizzazione degli studi musicali e poi caso mai dell'Università .

Sappiamo tutti che la cultura in Italia è il fanalino di coda della società, con questa bella riforma è stata fatta tabula rasa e non te lo dico da reazionaria ma da musicista antidogmatica. Questa è la riforma più inutile e vanagloriosa che sia stata pensata: già l'Università è caduta nel caos totale e stiamo parlando di Istituzioni organizzate da secoli, pensa aver voluto forzare il Conservatorio ed imbrigliare tutto in crediti, debiti, dimenticando appositamente "talento" "vocazione" "arte". Non ho mai visto persone così poco "colte" incoronarsi dottori "honoris causa". Questa demagogia non può essere vincente perché non si entra in un comparto Universitario dal portone di servizio. Così assisteremo al declassamento della maggior parte dei Conservatori, in questo momento tutti cercano di gonfiare i numeri pur di dimostrare di avere più allievi del Conservatorio vicino ai trienni e ai bienni, perché è la guerra dei numeri quella che si sta facendo e tutti rimarranno a bocca asciutta perché verranno creati solo 4 o 5 cinque Conservatori Superiori in tutta Italia ( non so come si chiameranno aspettiamo che la Burocrazia partorisca l'ultimo nato) che rilasceranno l'agognata Laurea e ci sentiremo tutti più Europei e soprattutto più bravi!





Recentemente lei ha curato il convegno dedicato al liutaio Pietro Gallinotti, storico liutaio di Solero, come è andata questa lodevole iniziativa? Gallinotti è stato uno dei decani della liuteria chitarristica italiana …

L'omaggio a Gallinotti era doveroso non solo per la sua fama internazionale ma perché il Conservatorio di Alessandria data la vicinanza geografica a Solero, non poteva non essere l'Ente per eccellenza da coinvolgere con le sue ben tre cattedre di chitarra, la cattedra di chitarra jazz e i corsi di propedeutica musicale in cui la chitarra nuovamente è uno tra gli strumenti più richiesti. Il territorio alessandrino e astigiano sono sempre stati molto prolifici sia musicalmente che artigianalmente e nell'intento di rilanciare anche una professione -quella del liutaio- che non può scomparire, si sta cercando di mettere in moto un progetto che rivaluti anche il territorio sotto il profilo della ri-coltivazione e conseguente uso dei legni locali, con cui si facevano anticamente gli strumenti musicali.

Invitata da Giacomo Parimbelli che per primo ha contattato il Comune di Solero per la realizzazione di un CD di cui è l'esecutore con chitarre Gallinotti e con musiche di compositori del primo novecento italiano, insieme al liutaio Mario Grimaldi che opera anche in provincia di Alessandria, attento studioso della liuteria gallinottiana, abbiamo costruito una giornata indimenticabile: una maratone musicale e una preziosa esposizione di strumenti -chitarre e violini- per illustrare i cambiamenti dei modelli di riferimento man mano che Pietro Gallinotti produceva i suoi strumenti. Non è mancato nulla: abbiamo anche suonato brani jazz su una rarissima e preziosa chitarra jazz costruita da Gallinotti a dimostrazione che non solo era liutaio, ma anche fine intenditore di musica senza inutili barrire tra i generi musicali. Abbiamo avuto preziose testimonianze dal vivo - ha suonato anche il figlio Carlo Gallinotti- e rari documenti quali filmati e registrazioni televisive. A questo omaggio ha preso anche parte la classe del Conservatorio di Ginevra di Alessio Nebiolo col quale collaboro da diversi anni, anche perché Ginevra è stata la prima città che ha consacrato Gallinotti come liutaio, premiando i suoi strumenti nella prestigiosa Esposizione musicale del 1927. I prossimi passi saranno quelli di riuscire a creare a Solero un museo dedicato a Pietro Gallinotti, museo che non deve solo essere l'omaggio ad un grande liutaio nato e vissuto lì, ma che deve essere vivo non solo con la scontata programmazione di concerti e convegni, ma con l'attenzione a non diventare un luogo morto ma annodare saldamente ad esso il territorio per rilanciare oggi più che mai una professione e la preziosa figura del "liutaio".

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi? Le faccio questa domanda anche il relazione al fatto che lei ha realizzato diversi dischi .. come viene curata la loro distribuzione?

Non solo i dischi ma anche il mondo legato al cartaceo (giornali e libri) sono destinati a scomparire o a trovare una forma diversa dall'attuale. I dischi in generale, quelli con grandi interpreti o grandi orchestre costano troppo e non è il prezzo basso che diffonde quelli di "massa". La musica classica non accetta di reinventarsi nel senso che nel campo della musica leggera hanno capito subito che bisognava personalizzare il prodotto per far sentire il consumatore protagonista. Così ad un costo più basso hanno lanciato sul mercato dei CD con pochi brani scelti dal consumatore che vede così personalizzato il prodotto e che in fin dei conti ama magari una sola canzone di quel cantante o di quel gruppo, che è poi quella che li ha resi famosi. Il consumatore di oggi vuole personalizzare la musica che sente perché è inter-attivo e perché è lo stesso supporto multimediale che lo obbliga a fare ciò. Per il CD vista anche la lunghezza 70' ci vuole tempo e noi siamo ormai abituati a piccoli koctail sonori da pochi minuti a 15/ 20 al massimo che strutturano il nostro vissuto emotivo. E' cambiato profondamente l'atteggiamento dell'ascolto ed è questo uno dei motivi per cui il pubblico diserta ormai sempre più le sale da concerto e si muova solo in circostanze particolari dove il concerto si trasforma in un evento imperdibile. Se il CD ripropone le stesse dinamiche dell'ascolto del concerto è chiaro che entra nello stesso circuito problematico. Inoltre c'è da considerare anche il fascino dell'immaterialità dei supporti, sempre più piccoli e pieni di dati, anzi la sfida è proprio quella di creare supporti minimali inversamente proporzionali alla loro potenza. Non per ritornare al solito leitmotiv ma internet se adoperato bene è uno strumento che non ha rivali. Innanzi tutto è estremamente economico e permette una conoscenza non così superficiale delle cose, permette di orientarsi, di scegliere, di cambiare e poi su questa base si decide se possedere un supporto più raffinato, specifico, completo. Con l'offerta che esiste oggi è anche questione di spazio ed il consumatore medio non è più necessariamente un collezionista, l'accesso ai dati è per tutti. A questo punto acquistare il prodotto è una scelta dettata da altre esigenze, da altri criteri. Ho fatto molti dischi, ognuno con una storia diversa e in momenti storici ben differenti. Ho visto nascere l'industria dei CD e assisto al suo agonizzare: ormai ogni disco se pur in serie e almeno in 1000 copie, è una storia a sè a partire dalla produzione, a seguire la sua distribuzione e la vendita.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?

Ascolto così tanta musica che alla fine nell'isola deserta, come in un film di Antonioni farei finta di caricare un juke-box e rigorosamente a rallentatore ascolterei il "Silenzio" di Cage.

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Quelli che Cage mi ha spedito per poter ascoltare "Il Silenzio" nell'isola deserta.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Sicuramente al momento di non rimanere purtroppo in Italia, i miei allievi si perfezionano all'estero in quanto le struttura pubbliche, intendo i Conservatori superiori sono più organizzati e permettono esperienze musicali di livello. Questo non vuol dire che in Italia nel pubblico non esiste la possibilità di studiare bene, ma è tutto molto frammentario, magari trovi un insegnante fantastico in una disciplina ma gli fa eco assolutamente l'incontrario in un'altra. Ne parlo con cognizione di causa perché ho vinto ben due borse di studio indette dalla Comunità europea: la prima quando non c'erano i trienni e bienni, ma esisteva solo il Conservatorio vecchio ordinamento e la seconda a distanza di 15 anni a riforma partita. Mentre 15 anni fa il problema era solo sotto il profilo formale, non esisteva l'Erasmus per i Conservatori italiani per cui avevo ottenuto lo scambio con un liceo musicale a Gant in Belgio, perché i nostri Conservatori non erano considerati Scuola Superiore per l'Europa ed il divario tra la preparazione che fornivamo noi italiani rispetto ai colleghi europei era notevolmente sbilanciato sotto il profilo strumentale a favore del Conservatorio italiano, l'esperienza fatta con l'ESMUC di Barcellona qualche anno fa ha evidenziato invece la totale inadeguatezza dei conservatori italiani: già solo gli spazi completamente ripensati per il professionismo, questo vuol dire in soldoni circa 90 aule studio prenotabili via internet, dipartimenti organizzati con referenti, uffici, segretarie, biblioteca con 20 postazioni internet e con partiture, DVD, CD a vista consultabili direttamente dallo scaffale, prestito elettronico, studi di registrazione, diversi auditorium, mensa, armadietti deposito borse o strumenti, macchine fotocopiatrici super moderne, continuo…. tutto costruito ex novo dalla città di Barcellona con i migliori architetti. Noi abbiamo Conservatori che esistono da secoli ma dormendo su questo privilegio storico non siamo stati capaci di ripensare gli spazi in modo diverso. Il Conservatorio di Musica di Ginevra col quale la mia classe di chitarra ha uno scambio attivo da anni è in pieno centro in una magnifica sede antica. Lì però non insegnano i 150 insegnanti e non vanno i 3500 allievi: capisci che con questi numeri sarebbe impossibile usare quella sede, infatti si fanno concerti solistici, musica da camera, ecc. La città di Ginevra ha messo a disposizione per il Conservatorio altri edifici per le lezioni e non solo in città ma anche nei comuni della cintura per un totale di 12 sedi. Poi c'è il Conservatorio Superiore che dipende dall'Università e ci sono 350 allievi cioè solo il 10% di 3500; e poi c'è ancora il Conservatorio di musica popolare e poi ci sono le scuole private. Io sto parlando solo di Ginevra città. Questa è l'Europa musicale, qui si parla solo di riforma ma facciamo musica al pari dei latinisti o dei grecisti. Che futuro occupazionale ci può essere di fronte a questi numeri che nessuno sciorina, per non perdere la corona che vuole avere a tutti i costi in testa?

Inoltre sono dati per difetto, ma la crisi della cultura con la quale si riempiono la bocca tutti politici per trovare soluzioni e rimedi è intimamente legata ad un altro dato: l'Italia è uno dei paesi con più fuga di cervelli in Europa circa 45.000 studenti hanno lasciato l'Italia per non fare più ritorno non solo per studiare nei bienni professionali ma per, una volta terminati gli studi, lavorare non sottopagati e malamente. Oggi il pubblico della musica classica è in Italia un pubblico vecchio e non c'è ricambio. Un'intera generazione è mancante e sarà mancante non solo come forza economica ma soprattutto come potenziale pubblico che consuma, che vive di cultura e spettacolo perché è il pubblico colto che mancherà. Questo porterà sempre più disoccupazione in campo artistico e i dati allarmanti sono già sotto gli occhi di tutti.

continua domani