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giovedì 19 febbraio 2015

Tierkreis (Zodiac) - Stockhausen by Marco Pavin

Tierkreis, by Karlheinz Stockhausen. Marco Pavin, electric guitar. Massimo Pastore, vibraphone. Tiziano Zanotti, electric bass.


sabato 17 maggio 2014

SOLID BODY SOUL OF STEEL ELECTRIC HEART: Chitarra elettrica e live electronics.



Sabato 24 maggio 2014 alle ore 16 presso il Conservatorio di Musica di Venezia (sala 117 - V piano) si terrà il concerto:
SOLID BODY SOUL OF STEEL ELECTRIC HEART: Chitarra elettrica e live electronics.

Programma:

ITALIA
Fausto Romitelli (1963-2004) 'Trash Tv Dance' (2002) - e.g. {1} [10']
Alessio Mezzaroba (1982) '#3583780' (2011) - e.g {2} + pianoforte {3} + live elctronics {4} [12']
Michele Pozzobon () 'Quasi una elegia' (2014 prima esecuzione) - e.g. {2} +quartetto d'archi {5} [5']
Marino Baratello (1951) '2 Studi' (2014 prima esecuzione) - e.g. {2} [5']
Gianantonio Rossi () 'Introduzione, habanera e finale' (2012) - basso elettrico + loop station [12']

AMERICA - Marco Pavin e.g.
Tim Brady (Canada 1956 ) 'Difference Engine n. 1,2,3' (1995) - e.g.
Eric Chasalow (USA 1955) ‘Scuse Me' (1998) - e.g. + tape
Steve Reich (USA 1936) 'Electric Counterpoint' - e.g. + tape

INCONTRO CON MARCO PAVIN
___________________________________________________________
{1} Carlo Siega, chitarra elettrica
{2} Marco Nicolè, chitarra elettrica
{3} Giovanni Mancuso, pianoforte
{4} Giovanni Sparano, live electronics
{5} Francesco Comisso vl., Erica Fassetta vl., Francesca Levorato vla., Giuseppe Barutti vcl.
{6} Gianantonio Rossi, basso elettrico.

___________________________________________________________

Fausto Romitelli (1963-2004):

Dieci anni fa, a soli 41 anni, e’ morto Fausto Romitelli, compositore viscerale e visionario, scultore di suoni.
Dopo il conservatorio a Milano, allievo di Franco Donatoni, aveva proseguito all’Ircam la sua ricerca sonora, lasciandosi toccare dallo spettralismo francese senza farsi sedurre. Non era un formalista, come d’altronde nessun grande italiano: Scelsi, Berio, Nono, Sciarrino. Amava ibridazioni, distorsioni, saturazioni. Sapeva prendere dalla musica popolare cosi’ come dal rock psichedelico o dal metal. Tra i suoi lavori piu’ belli la video opera An Index of Metals (2003) e il ciclo Professor Bad Trip I, II e III (1998-2000), che esplora le allucinazioni di Henri Michaux quando scriveva sotto mescalina. Per descrivere la sua musica, niente di meglio che le sue parole:

“Al centro del mio comporre c’è l’idea di considerare il suono come una materia in cui sprofondare per forgiarne le caratteristiche fisiche e percettive: grana, spessore, porosità, luminosità, densità, elasticità. Quindi scultura del suono, sintesi strumentale, anamorfosi, trasformazione della morfologia spettrale, deriva costante verso densità insostenibili, distorsione, interferenze, anche grazie al ricorso alle tecnologie elettroacustiche. E sempre maggiore importanza data alle sonorità di derivazione non accademica, al suono sporco e violento di prevalente origine metallica di certa musica rock e techno”.
[http://www.dissonanze.it/fausto-romitelli]

Alessio Mezzaroba (1982):
Ha iniziato lo studio del pianoforte all'età di 11 anni, laureato in Musicologia nel 2006 (Università di Udine), diplomato in Musica Elettronica nel 2012 (Conservatorio di Venezia ). I suoi lavori sono stati presentati in numerosi festival in Europa, tra cui Biennale di Venezia Festival di Musica Contemporanea.
I suoi interessi musicali e creativi sono più collegati con la danza contemporanea e il teatro, così come con la video arte in tempo reale; il mezzo principale per il suo lavoro è l'elaborazione digitale.
Dal 2009 è membro e co-fondatore del gruppo artistico laPeriferia, che promuove e produce opere d'arte multimediali nel nord-est d'Italia, così come un festival di arti performative con sede a Venezia chiamato Schiume, raggiungendo la sua terza edizione nel 2012.

Michele Pozzobon (1955)
laureato in lettere a Venezia, si è successivamente diplomato
al Conservatorio “Cesare Pollini” di Padova in Musica Corale e Direzione
di Coro e in Composizione con il massimo dei voti.
È autore di brani vocali, cameristici e sinfonici; dirige complessi vocali rivolgendosi
al repertorio antico, rinascimentale e contemporaneo. 
Ha dedicato numerosi suoi scritti al fondo musicale della Biblioteca Capitolare
di Treviso e alla figura di Giovanni Nasco. Con David Bryant ha dato alle stampe
il volume “Musica devozione città” (Fondazione Benetton, TV 1995); per la Provincia di Treviso ha pubblicato il saggio
“Teofilo Folengo e Giovanni Nasco: il latino maccheronico in musica” (Provincia di Treviso, TV 2006).
E’ insegnante di Musica sacra presso lo Studio Teologico del Seminario di Treviso.


Marino Baratello (1951)
Compositore veneziano; agli studi artistici ha affiancato quelli musicali frequentando - negli anni settanta - le classi di Giuseppe Sinopoli ed Ernesto Rubin de Cervin presso il Conservatorio di Venezia.
Ha debuttato alla Biennale di Venezia nel 1979 partecipando da allora a molte delle principali manifestazioni svoltesi in Italia e all’estero.
Attività recente: è stato invitato due volte in Giappone nel 2005, dove ha diretto un concerto monografico di sue musiche presso il Teatro Denki Bunka Kaikan nell’ambito dell’Expo Aichi di Nagoia e un secondo concerto presso il Teatro Oji Hall a Ginza, Tokio; nell’autunno 2006 è stato compositore residente presso il Montalvo Arts Center a S. Francisco, in California; nel 2007 ha diretto altri due concerti in Giappone alla
Suntory Hall a Tokio e alla Munetsugu Hall di Nagoia in un programma di musiche sue e di altri autori. Il ciclo pianistico “Divina Commedia; Cerchio VIII: Malebolge è stato presentato in prima esecuzione assoluta alla Biennale Musica di Venezia 2009.

Gianantonio Rossi (1977)
Diplomato in chitarra col massimo dei voti presso il Conservatorio “B. Marcello” di Venezia, ha inoltre seguito corsi di chitarra e Masterclasses di varii eccellenti insegnanti, tra cui Florindo Baldissera, Arturo Tallini, Giuseppe Pepicelli, Laura Mondiello e Oscar Ghiglia. Attualmente frequenta, presso il Conservatorio di Venezia, il corso di Composizione Tradizionale sotto la guida del M° Riccardo Vaglini; ha inoltre frequentato nel 2010 e nel 2011 il Master di Composizione organizzato a Camino al Tagliamento (UD) dall' Associazione Kairòs, tenuto dal M° Vaglini. Ha in attivo parecchie composizioni (Quintetto Caminese per quartetto d'archi e pianoforte, 4 Piccoli Pezzi per Chitarra, Tombeau per chitarra, Out of Sight, in Heaven per arpa), partiture pubblicate dalla casa editrice ARS PUBLICA.
Ha ottenuto il 2° posto ex-aequo al II Concorso di Composizione per Chitarra "Goffredo Petrassi" con il pezzo Concitato e Passacaglia, eseguita in occasione della II Edizione GuitFest, presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma; tale partitura è stata pubblicata dalla Casa editrice SconfinArte.
Collabora con il “Collettivo Rituale” diretto dal M° Riccardo Vaglini, gruppo musicale che prevede lo studio e la realizzazione di composizioni, lavori costitutivi di un repertorio significativo della produzione musicale d’Avanguardia dell’ultimo Cinquantennio: composizioni di Giuseppe Chiari, Giancarlo Cardini, Yoko Ono, Louis Andriessen, Tom Nicholson e Andrew Byrne, Charles Amirkhanian, Giuseppe Chiari, Paolo Castaldi. Con tale gruppo, si è esibito in varie occasioni, tra cui a Pistoia, a Firenze; e a Venezia in occasione della Biennale di Musica Contemporanea 2011.

Tim Brady (1956)
Timothy Wesley John Brady è un compositore canadese , chitarrista elettrico , improvvisatore, produttore di concerti e produttore discografico . Lavora nel campo della musica classica contemporanea , musica sperimentale , le sue composizioni utilizzano una varietà di stili dal serialismo al minimalismo e spesso incorporano strumenti moderni come chitarre elettriche e altri strumenti elettroacustici. La sua musica è caratterizzata da una sintesi di linguaggi musicali, avendo sviluppato la capacità di utilizzare elementi di molti stili musicali, pur mantenendo un forte senso di espressione personale. Egli è internazionalmente riconosciuto come uno di principali nuovi chitarristi del mondo di musica sperimentale ( 1997 , Guitar Player : "Uno dei 30 chitarristi più importanti per il futuro dello strumento"), e negli ultimi anni si è guadagnato una solida reputazione come uno dei principali compositori canadesi. [http://www.timbrady.ca]

Eric Chasalow (1955)
è un compositore statunitense di musica acustica ed elettronica. È docente di Composizione presso la Brandeis University e Direttore del TRAVI, la Brandeis Electro-Acoustic Music Studio. Ha conseguito il DMA dalla Columbia University dove il suo insegnante principale era Mario Davidovsky e dove ha studiato flauto con Harvey Sollberger . Ha conseguito riconoscimenti, tra gli altri, la Fondazione John Simon Guggenheim , National Endowment for the Arts, Fromm Foundation presso la Harvard University , New York Foundation for the Arts, e la American Academy of Arts and Letters , con particolare riconoscimento per le sue opere che combinano improvvisazione con suoni elettronici. La sua musica è pubblicata da G. Schirmer, McGinnis & Marx (New York) e Edizione Bim (Bulle, Svizzera) e appare su CD da New World Records, ICMC. [http://en.wikipedia.org/wiki/Eric_Chasalow]

Steve Reich (1936)
È considerato uno dei compositori di maggiore spicco del panorama musicale statunitense. La sua musica, più che affidata all'alea e all'improvvisazione, è caratterizzata da un costante interesse per l'elemento ritmico, spesso continuo e ininterrotto. Fra i maggiori rappresentanti del minimalismo musicale, nel corso degli anni la sua ricerca si è aperta a uno sperimentalismo colto e in continua evoluzione, andando a esplorare le più diverse tradizioni musicali, da quella africana alla cantilazione ebraica, con costante attenzione per le tecniche compositive e esecutive. Nel 2006 ha ricevuto il Praemium Imperiale per la musica. [http://www.treccani.it/enciclopedia/steve-reich/ - www.stevereich.com]

Marco Pavin (1962)
Terminato gli studi diplomandosi in chitarra classica nel 1987, Pavin imbocca la strada legata al repertorio contemporaneo. nel 1989 entra a far parte del gruppo di avanguardia musicale INTERENSEMBLE di Padova con il quale ha una ventennale collaborazione. Da diversi anni si dedica prevalentemente alla chitarra elettrica e al suo utilizzo nella musica "colta", cercando un punto di incontro con altre realtà come jazz contemporaneo e rock.L'improvvisazione, parte fondamentale del suo linguaggio musicale, trova spesso spazio nelle sue programmazioni concertistiche, dove la chitarra elettrica solista si coniuga con una nutrita effettistica, live electronics e anche con l'uso del MIDI e di basi realizzate con il computer. Come solista e in varie formazioni ha tenuto concerti in tutta Italia, in Francia, Germania, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Croazia, Grecia, Romania, Egitto e 4 tour negli USA. Ha partecipato a importanti festival internazionali di musica contemporanea ed effettuato registrazioni per la RAI e diverse radio-televisioni estere. Con l'Interensemble ha realizzato 7 CD in svariati contesti che vanno dal minimalismo a Astor Piazzolla.
Nel 2001 l'uscita del suo primo CD come solista, "Electric Dream", interamente dedicato alla chitarra elettrica contemporanea e in cui è impegnato anche come compositore. Tra i brani una versione completamente elettrica del noto "Electric Counterpoint" di Steve Reich. Il CD è stato trasmesso radiofonicamente a Londra, in U.S.A. (Oberlin-OHIO) e in Australia (Perth).

giovedì 14 ottobre 2010

Concerto di Marco Pavin Sabato 16 ottobre


Sabato 16 ottobre 2010
Porta Savonarola - Padova
Inaugurazione
Installazione “L’ultima volta che ho pianto…” e “la via del sale”

ideata da Pia Camporese e con il contributo di altri artisti

ore 17.30: concerto del chitarrista Marco Pavin
chitarra elettrica contemporanea
Musiche di Tim Brady e Steve Reich
ingresso libero

sabato 26 giugno 2010

Virtual Melodies



Recensione di Electric Dream di Marco Pavin, 2001


Credo che stia accadendo qualcosa di assolutamente interessante nel campo della musica contemporanea: i compositori classici, provenienti dal mondo delle accademie, stanno riavvicinandosi alla musica popolare.
La cosa in se non dovrebbe in realtà sorprendere, in quanto anche nei tempi passati la musica “alta” ha sempre cercato nuove idee e soluzioni nel calderone della musica popolare, utilizzandola come una fonte di idee e di soluzioni inesauribili da distillare e da adattare per creare la nuova musica classica. Questo collegamento però era andato in crisi nel novecento, i compositori (e gli artisti in generale) avevano considerato l’arte come un elemento di rottura con la società, scollegandosi da ciò che ci poteva essere di “basso” e di popolare, arrivando addirittura ad affrancarsi dal rapporto e dal consenso/dissenso del pubblico.
Perché dico questo? Perché da diverso tempo sto notando da parte di questi compositori un interesse crescente verso uno strumento che da più di cinquant’anni sta segnando il corso e il destino della “popular music”: sto ovviamente parlando della chitarra elettrica, strumento rock per eccellenza nonché perfetto sinonimo di rumore, ribellione e quanto vi possa essere di più lontano dall’idea di accademia e di Conservatorio. Perfetto esempio di questo nuovo interesse per uno strumento e una musica popolare da cui attingere per generare nuove forme di musica e arte contemporanea è questo cd, Electric Dream, del chitarrista padovano Marco Pavin. Il titolo, quasi azzeccato, io parlerei più che di un sogno elettrico di un “corpo elettrico” vista la forte valenza fisica del suono che ospita, rimanda immediatamente al suono elettrico, sono cinque composizioni, quasi una vera e propria monografia dei brani disponibili per questo repertorio, che vanno dall’ormai “classico” Electric Counterpoint” di Steve Reich (di cui abbiamo già parlato nel blog), alla quasi texture sonora ambientale del secondo brano “Virtual Melodies” di Michele Biasiutti , alla dedica a Jimi Hendrix “J…X” di Lucio Garan, alla bellissima, hendrixiana e potente “’Scuse me” di Eric Chasalow, fino alla “Electric Dream” conclusiva dello Stesso Pavin.
Un disco che sicuramente merita di stare in discoteca a fianco di Electric Guitar Solo di Mauro Franceschi, a The Stroke that kills di Seth Josel, a “John Somebody” di Scott Johnson, Playing Guitar: Symphony #1 di Tim Brady e a Electric Counterpoint/Different Trains di Steve Reich.
Bellissimo, ne voglio ancora! Sono davvero felice di vedere e ascoltare come la chitarra cosmica Jimi Hendrix si stia facendo, faticosamente ma inesorabilmente, largo oltre il pantheon del rock.

Empedole70

venerdì 25 giugno 2010

Marco Pavin plays Zappa

Intervista a Marco Pavin, quarta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?


Penso molto. Ma non chiedetelo a me… Sono un pessimo manager in questo senso!

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi? Le faccio questa domanda anche il relazione al fatto che lei ha realizzato diversi dischi .. oltre a Electric Dream che dischi ha realizzato e come viene curata la loro distribuzione?


Per quanto riguarda la distribuzione dei miei dischi, vale la risposta precedente!
Quanto agli mp3 e ai nuovi supporti digitali, io vengo da una generazione di ragazzi cresciuti con gli LP, sognati e, dopo mesi di risparmi, finalmente acquistati… Ma non posso che vedere con favore il progresso tecnologico. E’ vero che esiste il rischio di accumulare molto e ascoltare poco approfonditamente, ma io vedo soprattutto l’aspetto positivo della accessibilità di tutta la musica a livello universale. Le possibilità sono immense; dipende come sempre da ognuno di noi come utilizzarle.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?


Ascolto veramente di tutto. Dal canto gregoriano all’hard rock.
Cinque dischi? Rispondo con un buon margine di errore! Bach: l’arte della fuga, Beethoven: nona sinfonia, Ligeti: composizioni corali, Coltrane: A Love Supreme, Zappa: Hot Rats.


Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?


Electric Counterpoint di Steve Reich, Difference Engine di Tim Brady; per la classica: Fuga 1000 di Bach e 12 studi di Villa-Lobos. Il quinto spartito, beh …. è quello che sto studiando oggi!

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?


Credete in quello che state facendo! Guardatevi dentro e cercate la vostra vera strada, imparate dai grandi ma non limitatevi a volerli imitare.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?


Attualmente ho in mente più che altro progetti solistici. Sto ultimando il mio secondo CD di chitarra elettrica sola. Attualmente mi interessa proporre brani, sia su disco che dal vivo, senza l’uso di basi ma con l’intervento in diretta del live-electronics. Per quanto riguarda la musica in ensemble, vorrei sviluppare un progetto sulle musiche di Frank Zappa; è una cosa che ho in mente da tempo, ma finora non ho incontrato i musicisti adatti, anche perché non è facile. Mi piace suonare con musicisti appassionati che, come me, intendano dedicare il tempo che serve per approfondire un determinato progetto e detestano la superficialità.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?


Fare musica, come fare matematica, è un’attività propria della mente umana. E’ la parte positiva dell’essere umano. L’uomo è capace di uccidere e di distruggere il proprio ambiente e se stesso, animato dal desiderio di sopraffazione. Ma è anche animato da quella misteriosa spinta alla curiosità e alla ricerca, che lo ha portato appunto a inventare dal nulla discipline come la musica e la matematica, che non hanno nessun tornaconto, nell’accezione mercantilistica di oggi.
La musica è in grado di agire direttamente sul cuore dell’uomo, indipendentemente dalla sua provenienza etnica o sociale. Nella musica l’uomo ritrova il suo essere primordiale, tutte le barriere che siamo riusciti a costruire vengono eliminate. Chi fa musica ha in questo senso una grande responsabilità nei confronti del mondo. Per questo lo deve fare nel migliore dei modi, mettendoci dentro tanta passione e competenza.
Una società permeata di arte e in particolare di musica è più bella, più tollerante e più creativa.
Mi rendo conto che sono concetti difficili da far passare al giorno d’oggi. Pensiamo ad esempio all’assenza totale dello studio della musica su gran parte del percorso scolastico in Italia.

giovedì 24 giugno 2010

Scuse Me - Marco Pavin

Intervista a Marco Pavin, terza parte



Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?



Non seguo molto queste disquisizioni filosofiche…

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

L’improvvisazione è da sempre mia compagna di viaggio. Avere l’abitudine ad improvvisare apre nuove strade, sia a livello compositivo che a livello interpretativo. Ai tempi di Bach era perfettamente normale che un musicista sapesse improvvisare. Oggi purtroppo, nei conservatori di musica, si esaspera il lato tecnico-esecutivo, tralasciando completamente l’improvvisazione, che dovrebbe invece essere uno dei temi fondamentali nella formazione di un musicista, sia esso un futuro concertista o un futuro insegnante. Sapere improvvisare, ma anche arrangiare, stimola moltissimo la creatività di un musicista, anche se classico. Devo dire però che, con la recente riforma dei nostri conservatori, qualcosa si sta muovendo in questo senso.

Nel 1968 Derek Bailey chiese a Steve Lacy di definire in 15 secondi la differenza tra improvvisazione e composizione, la risposta fu “In 15 secondi la diferenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione uno ha tutto il tempo di decidere che cosa dire in 15 secondi, mentre nell’improvvisazione uno ha 15 secondi” .. la risposta di Lacy era troppo ironica o corrisponde a verità?


No, non era una risposta ironica! Le cose stanno proprio così. L’improvvisatore è in realtà un compositore estemporaneo. Ma esiste una differenza tra le due cose; infatti non mancano grandi improvvisatori che anche “compongono” in senso classico, mentre vi sono altri che non lo fanno assolutamente. A mio parere gli improvvisatori veramente creativi sono anche quelli che hanno la curiosità e la capacità di comporre “a mente fredda”, mentre quelli che non lo fanno sono spesso solo degli esperti in tecnica dell’improvvisazione, insomma non ci mettono molto di proprio. Parimenti esistono compositori classici che applicano semplicemente le loro conoscenze formali, e non compongono nulla di interessante.

Qual è il ruolo dell’Errore nella sua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...



E’ una domanda molto interessante. Potrei partire dalla teoria darwiniana dell’evoluzione… è appunto l’errore che porta alla generazione di nuovi organismi e, in definitiva all’evoluzione. Voglio dire che l’errore, anche se la gran parte delle volte è un errore e basta, è necessario al cambiamento, anche al cambiamento in positivo. Il giovane Stravinsky si divertiva a “storpiare” gli esercizi che gli davano da studiare, cambiando alcune note con altre che gli piacevano di più. Thelonious Monk metteva dentro un sacco di note che Miles Davis definiva “sbagliate”. Il grande Miles ha dovuto poi ricredersi affermando che “non esistono note sbagliate”.
Un buon improvvisatore, come un buon compositore, riesce a dare un senso a qualunque nota, anche a quella nata per caso o per errore. E magari è proprio quella che ha fatto da stimolo per nuove idee…


- parte prima
- parte seconda
- parte terza
- parte quarta

mercoledì 23 giugno 2010

Electric Counterpoint II & III

Intervista a Marco Pavin, seconda parte



Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?



Direi di sì, se è vera sperimentazione! In realtà quella che noi chiamiamo “sperimentazione” spesso è rielaborazione di concetti già proposti in precedenza e sedimentati, anche a livello inconscio. Spesso è solo scopiazzatura, talvolta semplicemente spazzatura… Ma va bene così, c’è bisogno anche di quella! Le cose sono sempre andate in questo modo: i creatori nell’arte e nella musica sono veramente pochi…

Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Elena Càsoli, Arturo Talini, Maurizio Grandinetti, Marco Cappelli e David Tanenbaum, David Starobin, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali?



Fermo restando che esistono anche degli ottimi polistrumentisti, distinguerei subito tra chitarra classica ed elettrica.
Se ci riferiamo alla chitarra classica, più che di scena musicale, alludendo a quanto dicevo sopra, parlerei piuttosto di una necessità. Non si può continuare a proporre programmi solistici con prevalenza di trascrizioni e composizioni minori dell’800. Giuliani, per quanto geniale, non è paragonabile a Beethoven, e Beethoven non ha scritto per chitarra. La letteratura per chitarra è soprattutto quella moderna e contemporanea e non la si può ignorare.
Se ci riferiamo alla chitarra elettrica, i tempi sono maturi per poter parlare di scena musicale. Qui in Europa, di solito coloro che si dedicano alla chitarra elettrica contemporanea provengono da studi classici, ma non sempre conoscono a dovere la tecnica e le possibilità dello strumento. Ho l’impressione che molti dei chitarristi classici che prendono in mano la chitarra elettrica per suonare musica contemporanea lo facciano per seguire una moda o per sembrare “trasgressivi”. Io penso che la chitarra elettrica sia uno strumento musicale come tutti gli altri, che bisogna conoscere a fondo. Basta guardarsi intorno per scoprire che esistono i veri specialisti, magari nel sottobosco “underground”, lontano dai riflettori dei circoli accademici.
In Nordamerica invece ho conosciuto ottimi chitarristi elettrici “colti” che provengono dal rock o dal jazz. Mi spiego meglio: conoscere anche la chitarra classica è di per sé un arricchimento e non certo un male. Però la chitarra elettrica per essere suonata bene richiede a mio avviso un certo background che non può prescindere da elementi quali jazz, rock, improvvisazione. Richiede inoltre una approfondita conoscenza delle tecniche esecutive, nonché delle tecniche legate all’amplificazione e al processamento del suono.
Quali specialisti della chitarra elettrica contemporanea, posso aggiungere i nomi di Mauro Franceschi e Seth Josel in Europa. Di Kevin Gallagher (che suona molto bene anche la classica) e Marco Oppedisano a New York, e naturalmente Steven McKay.

Parlando di compositori innovativi, che ne pensa di John Zorn, dei suoi studi Book of Heads e della scena musicale downtown newyorkese così pronta ad appropriarsi e a ricodificare di qualunque linguaggio musicale, dall’improvvisazione, al jazz, alla contemporanea, al noise, alla musica per cartoni animati?



Indubbiamente sono una pietra miliare, sia per l’esplorazione delle possibilità tecnico-espressive della chitarra elettrica, sia per l’esplorazione, senza alcun confine e preclusione, dei linguaggi musicali contemporanei. In un certo senso Zorn in questi studi è un Frank Zappa della chitarra elettrica contemporanea.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione temporale” musicale?

Più che di rischio parlerei di un senso di liberazione! Per me la globalizzazione temporale è un elemento di stimolo e di continua ricerca. Vedo ad esempio molte analogie tra musica rinascimentale e rock, oppure tra musica medioevale e jazz modale. Molte sono le rivisitazioni al giorno d’oggi, e questo è un modo per far rivivere la musica. Non mi piace pensare all’evoluzione della musica su base temporale, e non è detto che tutto sia progresso. Ad esempio la scoperta della tonalità ha portato allo sviluppo di tutta la musica occidentale e ha fatto raggiungere livelli sublimi alla musica classica, ma in un certo senso ha anche posto dei paletti per un lunghissimo periodo.


- parte prima
- parte seconda
- parte terza
- parte quarta

martedì 22 giugno 2010

Electric Counterpoint I

Intervista a Marco Pavin, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato? Qual è il suo background musicale?


Anche la risposta è classica…Da bambino avevo un amico che sapeva fare qualche accordo con la chitarra, ne rimasi affascinato e per la promozione chiesi ai miei genitori di regalarmene una: costava 12.000 lire… Ritengo non sia stata una cosa casuale. La chitarra è il mio strumento e non vorrei suonare altro. Per me l’amore per chitarra classica ed elettrica è stato parallelo. Ho compiuto gli studi classici ma ho sempre suonato anche l’elettrica per conto mio. In questo senso mi potrei definire un polistrumentista, ma delle 6 corde.
Il mio primo approccio musicale è stato con il jazz. In casa c’erano diversi dischi di be-bop (Charlie Parker soprattutto). Successivamente ho scoperto la musica classica.
Il mio background musicale? Ascolto veramente di tutto. Mi interessano tutte le novità, ma nutro uguale interesse anche per la musica antica, e vedo spesso affinità tra quest’ultima e l’avanguardia musicale. Un posto di rilievo lo occupano Jazz e improvvisazione. Ultimamente anche il rock.


Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosci maggiormente? Il suo disco Electric Dream guarda palesemente verso forme musicali di stampo americano e newyorkese, in particolare verso il minimalismo …


Compiendo i miei studi al conservatorio, ed essendo la chitarra uno strumento molto proiettato verso il repertorio moderno e contemporaneo, non mi è stato difficile avvicinarmi alle correnti di avanguardia, che poi ho approfondito per conto mio. Nella musica e nell’arte in generale sono sempre stato attratto dalla modernità e dalla novità, forse anche grazie al background di studi scientifici che ho alle spalle. Ho esplorato in tutti questi anni diverse correnti stilistiche, e mi è difficile stabilire in quali mi riconosco. Posso senz’altro dire che la musica di Ligeti (che non ha scritto per chitarra) è per me un riferimento, ed ha in effetti a modo suo un approccio “minimale”. Per quanto riguarda il minimalismo americano, mi interessano sia l’approccio di Reich che quello di Glass, totalmente differenti. Non è un caso che un chitarrista elettrico di musica contemporanea guardi a occidente… negli Stati Uniti la chitarra elettrica ha avuto da sempre un ruolo di primo piano, e così è stato anche in ambito colto. Lì da molti anni è normale includere questo strumento negli organici di musica “seria”, mentre qui in Italia c’è ancora chi vede la cosa con diffidenza o storce il naso…

So che lei ha suonato con due compositori come Scott Johnson e Tim Brady, molto attenti alla presenza della chitarra elettrica nelle loro musiche e loro stessi chitarristi, come si è trovato con questi due musicisti?


Scott Johnson è un buon amico e condivide con me anche la passione per la montagna… Ci siamo visti diverse volte a New York, e nel 2008 a Padova abbiamo suonato in anteprima il suo pezzo per due chitarre elettriche Bowery Haunt, presente nel nuovo disco di Scott. E’ un compositore eccellente. Precursore di un certo tipo di minimalismo basato sull’imitazione della parola umana, ha in seguito sviluppato un linguaggio tutto suo, lontano da qualsiasi tipo di codifica accademica ma pur estremamente colto, risente molto del rock e trae spunti addirittura da semplice musica commerciale! Mi ricorda a volte Frank Zappa, altro mio grande amore.
Sono in costante contatto con Tim Brady, anche se non ho ancora avuto ancora modo di incontrarlo personalmente. Essendo anche un grande performer, le sue composizioni suonano stupendamente sulla chitarra elettrica. Ha scritto pagine veramente superbe e geniali, soprattutto ammiro le sue composizioni per chitarra sola. Eseguo regolarmente nei miei concerti suoi pezzi, che compariranno anche nel mio prossimo CD.
Scott e Tim hanno anche in comune due grandi qualità, che sono la semplicità e la modestia.

In Storia del Tango su Evaristo Carriego Borges parla della natura rissosa del tango con queste parole “..io direi che il tango e la milonga esprimono in maniera immediata qualcosa che molte volte i poeti hanno voluto dire con parole: la convinzione che combattere possa essere una festa…” al di là del gioco poetico nascosto nelle parole di Borges, lei come sente il Tango? Che rapporto ha con le musiche di Astor Piazzolla?


Borges mi piace molto ma in questo caso fatico a seguirlo. Da sempre amo il nuovo tango argentino di Piazzolla e lo suono anche spesso. Ho avuto modo di approfondirlo con il chitarrista uruguayano Betho Davezac. E’ un genere musicale che sento molto mio. Per quanto mi riguarda, la musica di Piazzolla non ha molto di “festoso”; esprime piuttosto un sentimento di angoscia e rassegnazione, ma anche di lucida coscienza. Nel tango argentino vedo l’uomo che, solo con se stesso, fa i conti con il significato della propria esistenza.

Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Come chitarrista lei quanto ritiene ci sia di veritiero ancora nella frase di Berlioz?


Berlioz aveva ragione, perché la chitarra è uno strumento veramente complesso! Anni fa ho avuto modo di parlare con il grande compositore ungherese Ferenc Farkas, il quale mi disse che, per comporre la sua Sonata per chitarra, aveva dovuto noleggiarne una e provare fisicamente su di essa le posizioni! Per non parlare poi delle infinite sfumature timbriche… il tutto elevato al quadrato se si parla di chitarra elettrica.
Bisogna riconoscere che dal ‘900 in poi le cose sono cambiate e molti grandi compositori hanno scritto per chitarra. Attualmente il pericolo potrebbe essere proprio quello di relegarla, cosa che in parte succede, al limbo degli affezionati delle 6 corde, cioè musica scritta da chitarristi per suonare bene sulla chitarra ed essere a sua volta ascoltata da chitarrofili. Pensiamo ai ripetitivi programmi da concerto di molti chitarristi classici… E’ necessario invece che la chitarra, anche quella elettrica, entri finalmente nel DNA dei compositori colti. Ma soprattutto che la “musica” entri nel DNA dei chitarristi.

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lunedì 21 giugno 2010

Marco Pavin: Biografia


Marco Pavin nasce a Padova nel 1962.
Inizia a suonare la chitarra all'eta' di 11 anni e presto si indirizza verso lo studio della chitarra classica; si diploma al Conservatorio "Pollini" di Padova nel 1987 e contemporaneamente consegue la laurea in fisica e studia chitarra elettrica e improvvisazione.
Segue corsi di perfezionamento in Italia e Francia con Betho Davezac e David Russell.
Come chitarrista classico si è affermato in diversi concorsi e selezioni nazionali, ottenendo nel 1991 il primo premio al concorso "Città di Genova" nella categoria duo (con flauto) e nel 1992 il primo premio assoluto nella categoria solisti al concorso "Riviera dei fiori" di Alassio.
Dal 1987 svolge attività concertistica come solista di chitarra classica, in formazioni cameristiche (duo di chitarre, duo con flauto, ecc.) e anche con orchestra, ottenendo fin dall'esordio positive valutazioni da parte della stampa.
Da sempre predilige il repertorio contemporaneo di cui è divenuto uno specialista; non a caso nel 1989 entra a far parte del gruppo INTERENSEMBLE con il quale ha importanti esperienze che vanno da Stravinsky alle nuove frontiere della musica d'oggi, inclusa la computer-music.
Come solista e in varie formazioni ha tenuto concerti in tutta Italia, in Francia, Germania, Belgio, Polonia, Cecoslovacchia, Croazia, Grecia, Romania, Egitto e 4 tour negli USA. Ha partecipato a importanti festival internazionali di musica contemporanea ed effettuato registrazioni per la RAI e diverse radio-televisioni estere.
Ha suonato anche in formazioni jazz e fusion (Slang, Renewal Quartet).
Da diversi anni si dedica prevalentemente alla chitarra elettrica e al suo utilizzo nella musica "colta", cercando un punto di incontro con altre realtà come jazz contemporaneo e rock. Nel 1995 suona a Bologna in uno dei primi contesti in cui la chitarra elettrica figura da strumento solista con orchestra, sotto la direzione di Arturo Tamayo e davanti a 3000 persone.
L'improvvisazione, parte fondamentale del suo linguaggio musicale, trova spesso spazio nelle sue programmazioni concertistiche, dove la chitarra elettrica solista si coniuga con una nutrita effettistica, live electronics e anche con l'uso del MIDI e di basi realizzate con il computer.
Con l'Interensemble ha realizzato 7 CD in svariati contesti che vanno dal minimalismo a Astor Piazzolla.
Nel 2001 l'uscita del suo primo CD come solista, "Electric Dream", interamente dedicato alla chitarra elettrica contemporanea e in cui è impegnato anche come compositore. Tra i brani una versione completamente elettrica del noto "Electric Counterpoint" di Steve Reich. Il CD è stato trasmesso radiofonicamente a Londra, in U.S.A. (Oberlin-OHIO) e in Australia (Perth).