giovedì 15 maggio 2014
Intervista con Ermanno Brignolo di Andrea Aguzzi, terza parte
Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? A volte ho la sensazione che la possibilità di scaricare tutto, qualunque cosa da internet gratis abbia creato una frattura all’interno del desiderio di musica, una sorta di banalizzazione: insomma dov’è la spinta per un musicista a incidere un disco che con pochi euro riesci da solo a registrare e stampare quello che vuoi e chiunque può farlo? Alla fine diventa quasi un gesto quotidiano che si perde in un mare di download dove scegliere diventa impossibile … stiamo entrando in un epoca radicalmente diversa da quella che abbiamo vissuto finora? Come poter scegliere?
Lei si rende conto che, per rispondere a questa domanda, potrei esaurire lo spazio a disposizione sui server che ospitano questa piattaforma? Scherzi a parte – si capiva che era una battuta? – proverò a essere conciso. Innanzitutto io non credo che l’avvento del digitale sia stato la causa scatenante della crisi del mercato discografico: si sono spostate le dinamiche, questo sì, ma eravamo anche arrivati a prezzi folli per prodotti oggettivamente piuttosto scadenti – in molti settori. L’accorciarsi dei tempi di produzione, la necessità di sempre più novità (che di nuovo spesso non avevano niente) e l’incapacità di adattarsi all’avvento di nuovi canali di distribuzione sono fattori che hanno agevolato l’avvento della pirateria, tuttavia è difficile stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina. La prima conseguenza– assai più grave e diffusa della crisi del mercato discografico – del fenomeno della pirateria e della diffusione digitale a basso costo è stata la perdita del concetto di sacrificio: potendo avere tutto gratis e subito, è sparito il senso della conquista, della necessità di guadagnarsi un oggetto, sia esso un disco, un libro o la corretta interpretazione di un brano. Avendo diretto accesso a qualsiasi strumento, è anche esplosa la diffusione di programmi per la produzione audio, pertanto – come lei stesso ha sottolineato – oggi chiunque ha la possibilità di fare un disco con pochissimi euro. Occhio ai risultati, però! L’abbassamento della qualità finale, dettato dalla compressione dei file (.mp3 e altri) e l’accessibilità diretta alla diffusione su canali digitali (gratuiti o meno) ha anche sdoganato il fai-da-te come strumento preferenziale; tuttavia, rimane è tutto da dimostrare – e io ho i miei dubbi… – che bastino un computer e un programma per produrre un disco di qualità... Per venire al discorso della scelta, questa è resa difficilissima dalla mancanza di riferimenti e buoni consiglieri, ruolo che, in passato, era egregiamente svolto dai direttori artistici delle case discografiche: il loro compito consisteva nel selezionare, filtrare le proposte e portare sul mercato quelle che ritenevano più meritevoli di attenzione. Nel momento in cui una casa discografica non solo non investe negli artisti, ma addirittura chiede loro dei soldi per essere pubblicati e distribuiti (taccio, per pietà, delle cifre che mi sono state chieste, ad esempio, da una piccola etichetta indipendente per la pubblicazione del mio ultimo disco, “Platero e io”, poi uscito con dotGuitar), il filtro artistico sparisce, perché da fornitore, l’interprete è diventato cliente della casa discografica, e il cliente – si sa – ha sempre ragione. Ci sono sempre stati artisti meritevoli di attenzione, interpreti eccellenti e mezze tacche, e continuano a esserci; oggi, però, i dischi di questi ultimi si trovano anche nei cataloghi delle major (Jeux intredits per chitarra e orchestra, da Deutsche Grammophon; La catedral per chitarra classica e chitarra elettrica da Sony Classical sono solo due esempi delle perle di questi giganti). Come scegliere, dunque? Non c’è alternativa che costruirsi una formazione solida, fare in modo di avere le idee chiare su ciò che è buono e ciò che invece non lo è (e al diavolo i mezzi termini), imparare a distinguere l’arte dall’aria fritta e, senza dimenticare il proprio sacrosanto gusto personale, indirizzare le proprie scelte secondo la propria cognizione di causa. D’altra parte, canali come Youtube, Spotify, Deezer e SoundCloud consentono di avere rapidissimo accesso a una mole spaventosamente grande di registrazioni: ascoltarle online è gratuito, dopo di che, se ritenute meritevoli, può valere la pena acquistarle, anche per dare un po’ di soddisfazione e di riconoscimento a chi, dentro a quelle registrazioni, ci ha messo un pezzo della propria esistenza.
Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..
Lei mi vuole male! Stilerò due liste, una di chitarra e l’altra no, ma anticipo che oltre a queste ci sarà anche una lista dei desideri. I dischi di chitarra che ritengo imprescindibili sono:
a. Novecento guitar sonatas di Cristiano Porqueddu
b. La registrazione dei sessanta studi di virtuosità e trascendenza di Gilardino ad opera di Angelo Marchese
c. Esacordo italiano di Gianluca Barbero
d. La registrazione di Segovia (1956) della Fantasia-Sonata di Manén e. Les guitares bien temperée del duo Mela Micheli Poi, se c’è posto, anche una copia dell’Andrés Segovia Archive…
Se, invece, esuliamo dalla chitarra, la lista diventa
a. Federico Mompou suonato da Arturo Benedetti Michelangeli
b. J. S. Bach, Messa in si minore diretta da Gardiner
c. Claude Debussy suonato da Gieseking
d. Maurice Ravel, concerto per pianoforte e orchestra suonato da Arturo Benedetti Michelangeli e diretto da Sergiu Chelibidache
e. Frank Martin, Petite symphonie concertante, Concerto per 7 fiati, 6 monologhi, Orchestre de la Suisse romande diretta da Armin Jordan
La lista dei desideri, invece, sarebbe:
a. Christian Saggese interpreta quello che gli pare, ma sarebbe ora che un chitarrista di quella portata registrasse almeno un centinaio di dischi.
b. Non mi farei scappare una serie di dischi con Angelo Gilardino alla direzione di un’orchestra, e non necessariamente alle prese con musica per chitarra…
c. Berliner Philarmoniker interpretano i migliori concerti per chitarra e orchestra del Novecento.
Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?
Decine, parecchie decine. Restringendo il campo a cinque, direi
a. Benjamin Britten – Nocturnal after John Dowland
b. Angelo Gilardino – Sonata n. 2
c. Mario Castelnuovo-Tedesco – Platero y yo
d. Joan Manén – Fantasia Sonata op. A=22
e. Manuel Maria Ponce – Variazioni e fuga sulla Follia
__ continua domani __
venerdì 22 febbraio 2013
Intervista a Sergi Boal, terza parte
mercoledì 12 dicembre 2012
Intervista a Lucio Matarazzo, terza parte
venerdì 28 settembre 2012
Intervista a Geoffrey Morris, terza parte
English Version
Ho veramente apprezzato la sua incisione della musica di chitarra di Aldo Clementi, come le è successo di registrare quelle musiche e come sono i rapporti tra lei e la Mode Records?
Mia moglie stava studiando liuto con Paul Beier in Milano nel 2001 ed io venni su e passai tre mesi con lei in Italia. Io avevo suonato molti lavori de Clementi sia da camera che pezzi per chitarra, ed avevo voluto suonare la sua musica mentre ero in Europa. Gabriele Bonomo aveva ascoltato il mio CD “In Flagranti” e mi aiutò a mettermi in contatto con Aldo ed aiutarmi per farmi commissionare un nuovo lavoro solista. Quando io ritornai ad Australia registrai il pezzo da solista assieme ad altri progetti più commerciali attraverso la Australian Broadcasting Commission. Daryl Buckley di Elision fu di grande aiuto organizzando le incisioni della musica da camera incluso un pezzo che Elision aveva commissionato da Aldo nel 1992 e segnalando l'incisione a Mode Records.
Aldo è un compositore eccezionale e un fantastico 'pensatore' musicale. Condivido molte delle sue visioni sulla musica moderna. Per chi fosse interessato presto uscirà un mio articolo sulla sua musica su Contemporary Music Review.
Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
Non penso che corriamo veramente qualche rischio di una “globalizzazione artistica” nel nostro campo perché è già da tempo al di fuori della corrente della musica popolare. In certi casi essere quasi irrilevanti o meglio ancora nascosti all’attenzione del pubblico musicale permette una certa libertà di direzione, di interpretazione ecc. Tra le cose positive Internet ha di fatto reso la comunicazione facilissima e questo è fondamentale nello scambio di idee così come per l'istruzione. Crescere a Melbourne vuole dire che molto raramente ho avuto la possibilità di vedere dal vivo artisti di fama ma ora io posso invitare i miei studenti a sentire e vedere i grandi musicisti su Youtube.
Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?
Per quanto riguarda la programmazione dei miei recitals io apprezzo molto l'idea di mescolare tra loro ere musicali diverse perché qui in Australia il pubblico che segue gli eventi della nuova musica è molto diminuito per quanto riguarda la musica contemporanea “annotata” mentre è cresciuto molto per quanto riguarda la musica improvvisata. Io penso che un artista con un programma molto accurato posso illuminare la continuità musicale della quale parlava Berio. Gli elementi di “disturbo” rispetto al canone musicale classico possono essere le aree più eccitanti da esplorare ma questo richiede una perfetta padronanza tecnica, la conoscenza della loro storia musicale e l'abilità di essere trasversali al repertorio in un modo che mai prima era stato richiesto agli esecutori.
Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi?
Gli mp3 potrebbero essere una buona cosa ma io amo ancora il vecchio formato sia per le informazioni contentute nelle note allegate sia per l'aspetto artistico della confezione del disco. Capisco tuttavia le questioni legate allo scarico illegale e che sa quale sarà il risultato di questo nel lungo termine.
continua domani
giovedì 19 aprile 2012
L’Orientalismo in John Zorn: Forbidden Fruit, Torture Garden, Ganryu Island, Filmworks VII e New Traditions in East Asian Bar Bands Prima Parte (3)

giovedì 9 febbraio 2012
Kristallnacht di John Zorn, terza parte

L’ebraismo
giovedì 26 gennaio 2012
John Zorn, Morricone e The Big Gundown, terza parte

giovedì 5 gennaio 2012
Zorn e il Rumore, una indiretta risposta ad Attali, al Postmodernismo e a Cage, terza parte

venerdì 30 dicembre 2011
Intervista a Bruskers di Carlo Siega, terza parte

9) Mi piacerebbe ora fare qualche passo indietro rispetto a quanto si è discusso prima: voi affrontate un repertorio che avete deciso, in un certo senso, di “ri-scrivere”. Ma che rapporto hanno i vostri arrangiamenti con la componente non-scritta? Mi spiego meglio: rielaborate i brani “solo” con “nuove” note oppure c’è anche un margine di “improvvisazione” in ciò che eseguite?
E: Entrambe le cose. Spesso i temi vengono rielaborati partendo proprio dall’improvvisazione. Alcuni fraseggi che crediamo possano essere efficaci li fissiamo e li riproponiamo quasi sempre uguali. In concerto però c’è sempre spazio all’improvvisazione, c’è sempre qualcosa che rimane indefinito e si concretizza durante il concerto. Anche le sezioni improvvisative vere e proprie all’interno dei brani sono state “assemblate” dopo tantissime versioni, prove, registrazioni ed hanno acquisito prima delle riprese del disco una forma pressoché definitiva. Durante il concerto l’approccio cambia, alcuni fraseggi preferiamo mantenerli, altre volte ci si lascia andare con più libertà e senza pensarci troppo.
M: In un certo senso, almeno nella fase iniziale, l’intera rilettura del brano è un’improvvisazione. Le melodie vengono spesso riviste in una differente chiave ritmica oppure subiscono un processo di “potatura” (..come negli alberi) per farle rinvigorire o adattarle al nuovo contesto. Identico destino riguarda la sezione armonica di accompagnamento. Il tutto accade senza un preciso schema predeterminato, in modo del tutto simile all’improvvisazione.
10) Come potrebbero riassumere Eugenio Polacchini e Matteo Minozzi, in pochissime battute, il proprio personale concetto di “improvvisazione musicale”?
M: Nella mia esperienza chitarristica l’improvvisazione ha sempre avuto un ruolo fondamentale e tuttora lo mantiene. Parallelamente al percorso classico ho affiancato, dopo i 14 anni, lo studio dello strumento elettrico con conseguenti stravolgimenti del mio approccio alla chitarra. Poco ci è voluto a far sì che l’armonia moderna avesse il sopravvento. Lo studio del genere blues, jazz o rock comporta l’approfondimento dell’improvvisazione, dato che spesso la chitarra elettrica riveste il ruolo di strumento solista e il momento dell’assolo chitarristico è parte imprescindibile di tali contesti musicali. Personalmente lascio sempre momenti di improvvisazione durante un brano o comunque all’interno di un concerto. Generalmente mi capita di affezionarmi a determinati fraseggi e di incominciare o terminare con quelli il momento di assolo: la fase intermedia è lasciata alla fantasia. Questo permette di non avere un numero prefissato di battute su cui poter improvvisare, ma di proseguire fintanto che la creatività mi assiste: il “riff conosciuto” richiama l’attenzione del mio collega e gli fa capire che è terminato il mio momento solistico e adesso è il suo turno.
Questa considerazione rappresenta il concetto tipico di improvvisazione, ovvero la presenza di uno strumento solista e di uno strumento di accompagnamento.
Considero peraltro improvvisazione anche il potersi prendere qualche licenza ritmico-melodica durante l’esecuzione delle parti già scritte: un po’ come creare una “variazione” in tempo reale, somigliante di più all’idea di improvvisazione tipica della musica classica. Il limite, in questo caso, è legato al fatto di non stravolgere troppo l’idea iniziale per non trarre in inganno il mio povero collega.. capita talvolta che mi si rimproveri dicendo : “.. accidenti, non capivo più cosa tu stessi suonando”. Certe volte mi prendo un po’ troppa libertà…
E: Sensazione, intenzione, divertimento. L’improvvisazione non ti lascia momenti in cui riposarti, devi stare concentrato, devi stare vigile, devi respirare per suonare sciolto e spontaneo ma non ti lascia fiato se vuoi che la tua intenzione si trasmetta pienamente al pubblico.
Abbiamo parlato di album, di concerti e di “endorserment”... Quindi viene da domandarsi: quanto è importante il marketing in un mestiere (perché di questo si parla) come quello del musicista?
M: Nel mercato musicale attuale il “sapersi vendere” nella maniera migliore è un requisito fondamentale. Conoscere i canali corretti di promozione è basilare: mai come ora la sola “bravura o perizia musicale” risulta insufficiente per poter vivere facendo questo mestiere. Se una volta era necessario conoscere le “persone giuste” per diventare una proposta musicale credibile, adesso, oltre probabilmente a questo, bisogna saper convivere con gli attuali mezzi di comunicazione. Se da un lato il facile accesso all’esposizione mediatica, attraverso gli attuali social-network, permette a tutti di avere una chance di celebrità, è indubbio il fatto che il sovraffollamento genera confusione e di conseguenza una minore attenzione e pazienza da parte degli utenti: devi essere in grado di stupire il pubblico alla prima occasione, altrimenti sei fregato. Per questa ragione escono vincenti spesso personaggi che sono più vicini a fenomeni da baraccone che altro.
E: Purtroppo è molto importante. Dico purtroppo perché il marketing, se studiato a dovere, toglie tantissimo tempo a quella che dovrebbe essere la principale attività di un musicista o comunque di un artista: lavorare con la propria creatività. C’è però da arrendersi all’evidenza: senza promozione è difficile arrivare da qualche parte e far diventare così la propria passione un vero e proprio lavoro, non intesa quindi come semplice integrazione ad altre attività professionali. Non è impossibile ma credo molto difficile.
Anche noi credo che dobbiamo imparare tanto riguardo a questo argomento. Un fatto che noto, anche tra altri musicisti è una sorta di “distanza” dal marketing, non perché non ci sia interesse ma perché la vediamo come una sfera completamente scollegata dal proprio ambito professionale: ed è così infatti!! Occorre invece applicarsi quasi quotidianamente nel promuovere il proprio lavoro.
venerdì 2 dicembre 2011
Intervista a Matteo Fiorini - McGuffin Electric terza parte

mercoledì 29 giugno 2011
Intervista a Sergio Sorrentino per AlchEmistica, terza parte

giovedì 23 giugno 2011
Intervista a Dora Filippone, terza parte

So che lei ha suonato assolute di diversi compositori italiani e stranieri Berio, Correggia, Castagnoli, Donatoni, Ferrero, Henze, Maderna, Petrassi, Scelsi, Solbiati .. che ricordi ha di loro, dei loro insegnamenti, della loro poetica musicale?
Come fare a riassumere esperienze così intimamente legate alla frequentazione dei compositori e allo studio delle loro composizioni? Ognuno di loro ha scritto una pagina di storia importante e questo è l'aspetto unico e irripetibile della mia esperienza artistica come esecutrice, legata a questi grandi compositori. Potrei raccontare aneddoti, conversazioni, testimonianze ma per non fare torto a nessuno di loro occorrerebbe uno spazio diverso da quello di una domanda generica. A parte Maderna che ovviamente non ho conosciuto direttamente, quelli che ho incontrato sono state personalità estremamente diverse. I mezzi di comunicazione erano differenti e non esistendo internet, face-book, e via dicendo il pubblico sentiva di più come necessità di dover assistere all'evento musicale, essere presente, per poter dire "io c'ero". Che cosa lo spingeva a spostarsi per assistere al concerto, la curiosità di vedere l'artista ed il suo esecutore dal vivo perché diversamente poteva leggere o guardare tutt'al più qualche fotografia. Oggi con YouTube puoi avere informazioni su un artista o su un particolare evento subito e poi decidere se andare o meno; una volta si leggeva la critica sul giornale di quasi tutti gli eventi musicali oggi ci sono i blog. L'evento è marginale, è più importante essere su YouTube che essere nel mondo "reale" e questo fatto ha notevolmente influito sulle dinamiche di iterazione tra pubblico, compositore ed esecutore. Oggi si vede l'esecutore che suona Scelsi piuttosto che Castagnoli, è l'esecutore che è diventato il protagonista. Trent'anni fa era estremamente diverso, il compositore era il protagonista della scena prima ancora di sentire una nota della sua musica e tu esecutore eri al servizio della sua arte. Per esempio per essere un esecutore di Scelsi dovevi studiare con lui ed avere un'esperienza intensa e totalizzante con la sua poetica. Ricordo le giornate passate con lui nel suo appartamento romano a provare Ko-Tha di cui sono stata la prima esecutrice, tra storie zen, meditazione e racconti biografici. Ricordo l'affetto di Petrassi, la signorilità di Henze, l'esuberanza di Donatoni, la delicata giovinezza di Solbiati, l'eclettica personalità di Ferrero, il surrealismo di Castaldi, la condivisione culturale ed artistica con Correggia, le cene e i pranzi a casa dove ho cucinato per molti di loro tra l'organizzazione di un concerto e l'altro, molti, che anche tu per ragioni di spazio non nomini.
Mi dispiace di quel periodo non aver voluto e potuto fermare più di tanto questi incontri perché era estremamente più complicato e perché era come violare l'intimità di un rapporto. Sarebbe stato artificioso e stonato scattare foto o riprendere con telecamera, cavalletto, ogni momento. Oggi è diventata prassi della vita quotidiana e una nuova forma del comunicare. Rimpiango di non aver avuto a disposizione questa possibilità semplice e immediata legata al vivere comune: mi rimane solo la possibilità di raccontare e scrivere. Le parole sono come pietre che indicano il cammino: questa intervista mi permette di mostrarlo ad un pubblico più vasto di quello che ho avuto finora a disposizione. Grazie.
Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
Se gli estremi si toccano nascono interessanti contaminazioni. Trovo assolutamente affascinante l'idea di globalizzazione musicale intesa non nel senso deteriore del termine, ma come capacità di poter osservare il "globo" dall'alto, da una posizione straordinaria che è quella totalizzante del cosmo in assenza della forza di gravità, che in questo caso paragono all'attrazione fortissima che esercita la cultura di appartenenza su ciascuno di noi. E la cultura di appartenenza può giocare dei brutti scherzi se non riflettiamo su alcuni aspetti che diamo per scontati. Questo aggettivo "globalizzazione" per esempio, che accostiamo a musicale è uno stereotipo del linguaggio odierno che in particolar modo per la musica non funziona. Basta porsi questa semplice domanda: gli stessi suoni significano la stessa cosa per persone diverse in qualunque condizione, tempo luogo e cultura? Evidentemente no, ed è per questo che la musica non è un linguaggio universale. Spesso "universale" viene sostituito dall'aggettivo globalizzante che è più di moda. Ma l'errore di fondo rimane ed è dimostrabile, come propone lo studioso Philip Tagg, con un semplice esperimento Universali in musica e "musica universale" i cui risultati sono pubblicati nel libro Popular Music. Egli riflette sul fatto che mentre è discutibile l'opinione che la musica sia un linguaggio universale, è incontestabile l'affermazione che tutti gli esseri umani sono mortali e che a parte guerre o disastri naturali, in tutte le culture la morte di ogni essere umano è caratterizzata da una qualche forma di rituale. "Se la musica è un "linguaggio universale" - "universale" nel senso di globalmente transculturale e "linguaggio" nel senso di "sistema simbolico" - dovremmo aspettarci che il fenomeno globale della morte dell'uomo dia origine alla stessa musica in tutto il mondo. Dato che le cose non stanno così, lo scopo di questo articolo è trattare la specificità culturale della musica connessa al fenomeno universale della morte e suggerire che la nozione di musica come linguaggio universale è non solo un equivoco, ma anche una affermazione ideologica." Queste riflessioni sono del 1994 e credo che ci sia stata solo una piccola indagine su questo equivoco e "che la musica e la morte sono allo stesso tempo universali e culturalmente specifici e che quindi abbiamo bisogno di chiarire i modi in cui la musica o la morte o entrambi non sono universali". Lo scontro a cui oggi assistiamo tra culture dominanti e altre culture che stanno emergendo pone sempre più il problema infatti sull'inevitabile competizione per il predominio e la sopravvivenza anche in campo culturale. Credo che il musicista di oggi ha il compito di porsi di fronte alla musica "attrezzato", prenda coscienza degli stereotipi culturali in cui bene o male, tutti siamo incappati e che si rimetta in moto azzerando i punti di vista che finora hanno sorretto l'impalcatura della nostra cultura dominante e che con umiltà e collaborazione voglia sperimentare nuovi approcci in questo universo sonoro così vasto e ricco.
Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?
E' inutile dire che sono pienamente in accordo con la riflessione di Nono, ma sposterei la domanda su un altro piano: il problema non è sul fatto se la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare, è necessario riformulare il quesito e soffermarsi a mio avviso sui meccanismi che stanno alla base della comunicazione umana in generale, ed in particolare quella musicale. Nell'opera d'arte le implicazioni filosofiche, estetiche, semiologiche, ecc sono molteplici e mutevoli a seconda del periodo storico. In generale esiste poca riflessione su questi principi generali propri della semiologia che brilla per l'assenza nei programmi dei Conservatori. Confusa spesso con la Semiografia, la semiologia è una disciplina in grado di chiarire i meccanismi della comunicazione. Molte volte un esecutore arriva ad intuire qualcosa in modo empirico e questo è il limite, che può essere superato solo se si riconosce che la cultura vera, passa da dei nodi di conoscenza che vanno sciolti solo attraverso i meccanismi che non sono mai inutili dello studio e dei saperi.
La musica alla pari degli altri mezzi di comunicazione è una forma di conoscenza che partecipa attivamente alla strutturazione dei valori, delle visioni del mondo, dei modelli di vita che caratterizzano la nostra cultura e società. Questo è l'aspetto "politico" che oggi si sottovaluta.
Qual è il ruolo dell’Errore nella sua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...
" E' il segno dello straordinario quello di non venir compreso ogni giorno; per comprendere il superficiale i più son sempre disposti: ad esempio, a udire cose da virtuosi."(Schumann)
Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?
Una parte del mio lavoro di tesi è stato analizzare il rapporto tra musica e "media". Nel linguaggio comune diamo per scontato il fatto che la musica sia a disposizione in ogni momento tramite l'uso di apparecchiature e dispositivi che hanno permesso la fono-fissazione più comunemente chiamata registrazione. "L'oggetto sonoro" come l'ha chiamato Pierre Schaeffer può essere conservato, come un segno sulla carta, senza scomparire non appena emesso, come prima del 1877 era stato per tutti i fenomeni udibili (la registrazione fu inventata nel 1877 da C.Cros e T.Edison).
Cosa succede infatti quando da evento mistico-rituale unico e inafferrabile, la musica, si trasforma in comune bene di consumo, collezionabile, scambiabile e utilizzabile in qualsiasi momento della giornata? Queste questione sono affrontate dal critico musicale Evan Eisenberg nell' "L'angelo con il fonografo": musica, dischi e cultura da Aristotele a Zappa, un testo fondamentale che tutti i musicisti dovrebbero conoscere. La riflessione dello studioso è perché l'uomo ha cercato in tutti i modi di fissare su un supporto la musica, slegata completamente dalla sua sorgente sonora. "Prima del suo avvento (si allude al fonografo) ogni esecuzione musicale (a parte i casi in cui un musicista suonava per se stesso) costituiva obbligatoriamente un evento mondano. Ci si doveva riunire…Le persone dunque si radunavano e per semplificare le cose lo facevano ad intervalli regolari. Una consuetudine che da sempre fondeva il legame tra musica e rituale. Quando arrivò il fonografo gran parte dell'impalcatura crollò. La musica diventò un oggetto che ognuno poteva possedere individualmente e godere a proprio agio.. Non c'era bisogno di cooperare, di coordinarsi o di condividerla con qualcun altro. Solo i musicisti erano ancora tecnicamente necessari, come - dato l'aspetto economico della riproduzione - il resto del pubblico. Ma solo tecnicamente. Con il possesso del disco entrambi scomparivano… Crollato il tempio della cultura, ognuno era libero di portarsi a casa i mattoni preferiti e disporli a suo piacimento"
Oggi dopo più di cent'anni dall'invenzione della registrazione, osserviamo che è un fatto ormai indiscutibile che ai nostri giorni si ascolta più musica per via elettroacustica che attraverso la forma più naturale dell'esecuzione dal vivo, ci si deve chiedere se la via indiretta non sia, per l'ascoltatore più moderno, la forma più "naturale". Infatti i CD o gli MP3 sono diventati il modo prevalente del nostro tempo di fare ed ascoltare musica, di praticarla. Il "potere metafisico" del disco come osserva Eisenberg è la capacità, propria della riproduzione sonora, di affrancare la musica da qualsiasi limite spazio-temporale.
Consapevoli che oggi la musica è un bene di consumo possiamo parlare di marketing.
Il marketing, anche se non nell'accezione del termine odierno, è sempre esistito. Non vedo grosse differenze tra passato e presente. Il fatto di aver a disposizione dei mezzi così potenti come internet e tutta la tecnologia ad esso legata, ha ingigantito il culto del' "ego". Molto spesso oggi si assiste all'esasperazione dei tratti esteriori a discapito dei contenuti. E' la montagna che partorisce il topolino. Da una parte è fantastico che tutti possano essere visibili e possano mettere il loro materiale su Internet e dialogare, scrivere, commentare. Dall'altra l'amplificazione dell'informazione, non penso che possa attribuire più di tanto valore, a quello che non c'è l'ha. Per fortuna il popolo di internet è meno influenzabile, perché è interattivo sia con il mezzo, che con la comunità di utenti che è molto varia, multietnica, curiosa, consumatrice. Internet è sospeso in una dimensione di "remote access", che deve poi interagire con la realtà. Se in altri contesti ha dimostrato di essere l'arma vincente per far circolare informazioni, promuovere eventi, unire persone, nel campo artistico e in particolare quello musicale è necessario fare delle riflessioni. Innanzi tutto bisogna domandarci di che musica parliamo? Se quella classica contemporanea siamo in alto mare, nemmeno internet riesce a colmare il disinteresse che la musica classica moderna suscita presso il pubblico come afferma Alex Ross che prosegue domandandosi "Per chi suona la musica colta?" Il problema da affrontare è capire a fronte dell'inequivocabile constatazione "Perché ci piace Pollock e la musica colta no? (Alessandro Baricco articolo del 08/02/2011 Repubblica) che la musica colta è un particolare aspetto della nostra cultura che sfugge alle leggi di mercato. In realtà siamo immersi ogni giorno inconsapevolmente nella musica classica contemporanea usata come colonna sonora, come supporto a particolari sequenze visive - pensiamo a Schutter Island di Scorsese con musiche di Cage, Morton Feldman, Scelsi e Ligeti- solo che non ce ne accorgiamo e slegata da quel contesto non riesce a d avere la stessa credibilità. Il problema quindi è la credibilità del messaggio e non tanto il marketing tout-court!
continua domani
