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giovedì 10 settembre 2015
martedì 2 giugno 2015
sabato 4 ottobre 2014
Festival Sei Corde D'Autunno
mi dicono esserci ancora posti liberi per la Masterclass del Maestro Oscar Ghiglia ... approfittatene
sabato 29 giugno 2013
Stefano Viola - MASTERCLASS DI INTERPRETAZIONE E PERFEZIONAMENTO CHITARRISTICO Sacile (PN) Estate Musicale Sacilese
MASTERCLASS DI INTERPRETAZIONE E PERFEZIONAMENTO CHITARRISTICO
Sacile (PN) Estate Musicale Sacilese
Periodo: 22-27 luglio 2013
Docente: Stefano Viola
Direzione Artistica e Organizzativa
Tel. 349-5912912
e-mail: info@ensembleserenissima.com
domenica 10 aprile 2011
venerdì 4 marzo 2011
Intervista a Stefano Viola, quarta parte

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?
Devo premettere che, non svolgendo (e non per scelta) una attività concertistica, non ho elementi diretti e personali per rispondere a questa domanda, dal momento che è proprio in questo ambito che sarebbe più utile parlare di marketing. Ho la sensazione che possa essere determinante specialmente per i giovani che devono inserirsi in un mondo musicale quantomai affollato e caotico (rispetto al passato) dove la promozione della propria attività e della propria immagine possono rappresentare un elemento in più a livello di comunicazione; la cosa importante è non pensare che una carriera si possa basare solo sull’immagine e sulla promozione di se stessi (anche se nel mondo della chitarra ne abbiamo dei fulgidi esempi) perché ciò determinerebbe un “successo” aleatorio ed apparente, non significativo di valori assoluti, che trovo sinceramente molto squallido. Credo che un marketing intelligente si dovrebbe basare, molto più di quanto succede, sulla condivisione musicale durante i concerti dal vivo o, al limite, le incisioni discografiche nonché proposte concrete dirette ad agenti e/o case discografiche e/o editori e non solo su una condivisione di immagine che spesso avviene solamente nella rete attraverso i siti personali dei musicisti.
Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?
Premettendo che ascolto prevalentemente musica classica perché è quella che mi stimola e mi smuove maggiormente, porterei con me sicuramente un disco del Barocco interpretato da “Il Giardino Armonico”, le “Sinfonie di Beethoven” con la direzione di Claudio Abbado, I concerti per pianoforte di Rachmaninoff eseguiti da Sviatoslav Richter e un disco con la musica di Stravinskj.
Se parliamo di incisioni chitarristiche storiche prenderei un disco di Andres Segovia e uno di Julian Bream e per quanto riguarda incisioni più recenti sicuramente un disco di Stefano Grondona
Ovviamente parliamo di musica originale per chitarra e in un’ottica di valori costitutivi le opere stesse quindi direi una delle “Rossiniane” di Mauro Giuliani, la Fantasia op.7 di Fernando Sor, l’Introduzione e Capriccio op.23 di Giulio Regondi, le Canzoni Catalane di Miguel Llobet, Invocacion y Danza di Joaquin Rodrigo, la Sonata di Antonio Josè, i Quattro Pezzi Brevi di Frank Martin, i Drei Tentos di Hans Werner Henze ma vorrei inserire nell’elenco anche una trascrizione bachiana come potrebbe essere ad esempio una delle Partite per violino solo…credo siano più di cinque ma potrei citarne altri.
Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?
Il consiglio che mi sento di dare è di non avere fretta di arrivare ma di continuare anche dopo aver finito gli studi accademici un lavoro di crescita ed approfondimento delle conoscenze e delle competenze; naturalmente questa filosofia si scontra con l’esuberanza giovanile che porterebbe istintivamente a bruciare le tappe o addirittura a prendere delle scorciatoie. Penso che la maturazione di un musicista non abbia mai fine ma che le basi per costruire lo spessore della propria preparazione tecnico-musicale si debbano costituire in età giovanile, in modo naturale e secondo i tempi necessari (che sono diversi per ognuno); farsi prendere da una sorta di ansia da traguardo può condizionare negativamente questa fase così importante. Quindi un giusto equilibrio tra studio, concerti, concorsi.
Il progetto che in questo momento sta al centro della mia attività di ricerca è condotto in collaborazione con la facoltà di Scienze Motorie dell’Università di Udine e finanziato dalla Regione Friuli Venezia Giulia. Il titolo è “Analisi posturale biomeccanica funzionale del musicista-chitarrista”che porterà alla produzione di un DVD che verrà distribuito a tutte le scuole di musica nell’intento di elevare la qualità didattica generale sulla base dei risultati maturati durante le indagini e i test scientifici; una opportunità davvero unica di indagare l’impiego articolare e muscolare esattamente come si fa con gli sportivi e spero di portare a termine questo lavoro nel migliori dei modi, anche se il campo di indagine è veramente vastissimo.
Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?
Posso rispondere dicendo il perché “io” faccio musica; in sintesi per una forte e spesso ineluttabile ed incontrollabile esigenza di esprimermi attraverso questa bellissima arte…coinvolgente, avvolgente, trascinante, profonda, vera…che sa proiettarti in un arco dimensionale che va dal “terreno” al celestiale”. Non posso essere certo però che tutti facciano musica per questi motivi…
Nella società di oggi, così superficiale e basata sul “apparire” piuttosto che sul “essere” credo sia piuttosto scontato valutare l’importanza dell’attività musicale che per definizione porta ad esprimere , qualsiasi sia il genere musicale, emozioni e sentimenti che risiedono alle volte anche in strati molto profondi dell’essere umano; una sorta di riscatto se non addirittura di rivendicazione della unicità di ognuno rispetto ai clichèt omologativi che la società impone, specialmente ai giovani. La presenza nella società di oggi e a diversi livelli (educativo, scolastico, discografico, concertistico ecc.) del “fatto musicale”rappresentato da esseri umani serve a mio avviso a tenere desti e attivi nella nostra specie i sensori emotivi profondi che altrimenti tenderebbero ad atrofizzarsi; questi sensori emotivi sono dentro di noi da sempre, dalle nostre origini e nell’evoluzione storica hanno rappresentato a fasi alterne valori “fondanti” la società o, al contrario e come nel periodo storico che stiamo vivendo, valori di cui la società farebbe volentieri a meno. Speriamo non succeda!!!
Grazie Maestro!
giovedì 3 marzo 2011
Intervista a Stefano Viola, terza parte

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?
Ritengo che il “saper improvvisare” sia una qualità innata che ovviamente va poi sviluppata, mai schematizzata o codificata; si percepisce subito la differenza tra una improvvisazione “pura”o per meglio dire “spuria” ed una improvvisazione “accademica” e cioè basata in qualche modo su schemi o eccessiva ripetitività. Personalmente non ritengo di possedere tale “dono”anche perché il praticare quotidianamente il repertorio classico porta inevitabilmente a sviluppare percorsi espressivi basati sulle forme e sugli stili che sono, in qualche misura, codificati; anche pensando alla “ornamentazione” nella musica barocca, che potrebbe essere confusa con una improvvisazione, ci rendiamo conto che in realtà non lo è affatto o lo è solo parzialmente dal momento che nei vari trattati dell’epoca se ne parla dettando e suggerendo una grandissima quantità di indicazioni sul modo di ornamentare che abbisognano sì di essere applicate con il cosiddetto “buon gusto”, ma mai del tutto improvvisate. Credo che entrando nel classicismo e successivamente nel romanticismo l’aspetto improvvisativo sia del tutto assente visto il consolidarsi di forme e strutture musicali sempre più definite e, a parte qualche cadenza nei concerti con orchestra (che tra l’altro veniva spesso scritta), non saprei dove l’indole improvvisativa di un interprete potrebbe trovare spazio senza rischiare di cadere nel “cattivo gusto”. Risulta da numerosi scritti e corrispondenze tra musicisti dell’epoca (in particolare chitarristi) che spesso i grandi virtuosi eseguivano le loro opere in pubblico in modo sostanzialmente diverso da come le stesse erano pubblicate ma ciò non derivava da un moto “improvvisativo” ma dal semplice fatto che nel pubblicare un brano spesso, essendo destinato ad un uso da parte di fruitori per lo più dilettanti, veniva volutamente semplificato e scarnificato per renderlo di più facile esecuzione e quindi “commercialmente” più appetibile. In conclusione credo che si possa parlare di vera e propria improvvisazione solo nella musica contemporanea, dove i concetti di “forma, codici di scrittura e codici teorici” sono pressoché assenti lasciando in questo caso molto spazio ad un moto veramente improvvisativo da parte dell’esecutore. Emblematico a questo riguardo l’aneddoto raccontatomi da un valente collega che pratica assiduamente il repertorio contemporaneo che mi ha detto come due esecuzioni dello stesso brano fatte alla presenza del compositore in occasioni diverse, siano state giudicate dal compositore stesso come “pregevoli”, nonostante egli (il collega) avesse di volta in volta improvvisato e introdotto nel brano situazioni, strutture, e forme del tutto antitetiche.
Ci può parlare delle linee e degli obiettivi che caratterizzano la sua didattica?
Anche il mio modo di intendere la didattica è profondamente mutato nel corso degli anni; all’inizio della mia carriera pensavo che il soggetto delle mie lezioni fosse la chitarra e quindi sviluppavo tematiche prevalentemente tecnico-meccaniche nella convinzione che fossero propedeutiche all’interpretazione (forse lo sono, ma solo agli inizi) e noto che ancora oggi vi sono molte scuole che continuano a muoversi in tal senso. Poi ho capito che il soggetto vero delle mie lezioni doveva essere la musica e la persona-studente nella sua naturalezza facendo musica spostando l’attenzione sul “come” riuscire a coniugare il soggetto (studente) con l’oggetto (chitarra) nel modo più naturale possibile salvaguardando la genuinità del gesto musicale sovrapponendolo al gesto tecnico che viene così risucchiato e guidato dall’intenzione espressiva stessa.
Negli ultimi anni mi sono completamente discostato da un “chitarrismo” fatto di perfezione estetica e funzionale ma che risulta alla fine svuotato di ogni contenuto determinando una globalizzazione e una standardizzazione del modo di suonare; l’evoluzione tecnica degli ultimi decenni se comprensibile da un punto di vista storico vedendola come esigenza di crescita rispetto ai chitarristi del passato piuttosto vulnerabili da questo punto di vista (salvo rare ed illuminate eccezioni), ha determinato uno spostamento in primo piano dell’”oggetto chitarra” rispetto al “soggetto musicista”ribaltando completamente l’idea rispetto all’origine del fenomeno musicale stesso che , non dimentichiamolo, sta dentro di noi e non al di fuori (sullo strumento). L’esasperazione di concetti quali le “preparazioni”e la filosofia del “praticismo” nella scelta delle diteggiature hanno indotto e inducono moltissimi esecutori a pensare che l’origine del suono sia lo strumento, che invece,secondo me, deve rimanere un luogo di transito; in sintesi una perfetta simbiosi e sovrapposizione di intenti tra il “gesto musicale” e il “gesto tecnico”.
Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?
Indubbiamente anche la storia della musica è assoggettata al ritmo frenetico con cui si sta evolvendo la società in genere, per cui non c’è il tempo di metabolizzare le nuove direzioni e/o tendenze che subito appaiono all’orizzonte nuovi scopi e nuove mete da raggiungere. La sensazione è che nessun compositore riesca ormai a radicare nell’immaginario collettivo perché si trova lui stesso a dover mutare spesso stile compositivo e non per convinzione ma spesso per convenienza; credo che ci vorrebbe più tempo per far sedimentare le correnti compositive innovative nel periodo storico in cui si manifestano e questo è impossibile perché il mondo è sempre più consumistico anche nell’ascolto musicale. Quindi l’uniformità o la sensazione che non vi sia niente di così significativo da annotare nella cronologia storico-musicale moderna nasce dall’impossibilità di una maturazione dei soggetti e dei nuovi concetti compositivi. Per non parlare delle contaminazioni e delle sperimentazioni che, se da un lato sono fondamentali per tracciare le linee per il futuro, rischiano se praticate in modo casuale e frettoloso di far smarrire la propria identità.
Più che una domanda .. questa è in realtà una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?
Credo che se ammettiamo di poter essere “fallibili” automaticamente dobbiamo essere capaci di ascoltare gli altri tendendoci in modi diversi; da un lato cercando di riconoscerci e identificarci nelle cose che oggettivamente riteniamo consolidate come “sensate”e che quindi saranno conservatrici di sensi assoluti e definiti, e dall’altro aprendoci alla percezione di altre identità dalle quali cercare di trarre ispirazione per una sperimentazione ed eventuale crescita personale. Credo che un ragionamento simile si possa traslare anche nella didattica; non riconoscersi troppo negli studenti che diverrebbero inevitabilmente dei cloni privi di identità, ma aprirsi, nel ruolo di Maestro, verso una funzione di guida verso una libera identità.
Qual è il ruolo dell’Errore nella sua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...
L’errore va considerato semplicemente come una “esperienza”e come tale va vissuto, come facente parte delle possibilità della vita e quindi, nel nostro caso, dell’interpretazione musicale; entro certi limiti quantitativi e tipologici direi che rende “umana” l’esecuzione nel senso più profondo del termine. Posseggo dei dischi “storici” di Horowitz o Rubinstein appartenuti a mia madre ed incisi per importanti etichette discografiche dove l’errore è stato volutamente lasciato (anche se avrebbero potuto tranquillamente reincidere o correggere) proprio a rappresentare un moto genuino ed espressivo “bello” in quanto tale, a prescindere da una perfezione estetica…bellissimo!!!
Traslando questa visione nella didattica che è il mio campo espressivo predominante il ruolo del Maestro è appunto quello di trasmettere fin dall’inizio una visione dell’errore esecutivo che lo inquadri come qualcosa che fa parte dell’esecuzione stessa e dal quale trarre esperienze ed indicazioni formative ed equilibrate; evidenziare troppo l’ errore come un fatto che non deve accadere porta inevitabilmente ad una frustrazione anche nello
studio, specialmente con uno strumento come la chitarra. Senza contare che il maniacale controllo meccanico proteso ad evitare l’errore stesso porta inevitabilmente ad una inibizione espressiva parziale o addirittura totale. Quanti esempi si potrebbero trovare nella vita quotidiana relativi a questa “ansia da prestazione e da perfezione” che pervade la società contemporanea e che sta portando le nuove generazioni ad inibire le emozioni, quasi come se ne vergognassero; credo che anche la famiglia nelle figure genitoriali dovrebbe aiutare i figli ad accettare gli errori e i fallimenti (inevitabili) che possano accadere, anche in questo caso con equilibrio e senza sconfinare nel lassismo…bella domanda, complessa ed interessante della quale consiglierei di considerare soprattutto la parte conclusiva dove si parla di “nuovi sviluppi ed inattese sorprese”!
mercoledì 2 marzo 2011
Intervista a Stefano Viola, seconda parte

Lei ha concentrato la sua attenzione sull’attività di insegnante anche se ha dei notevoli trascorsi come concertista, com’è la situazione nei Conservatori italiani?
Se devo considerare l’ambito didattico-chitarristico devo dire che nei Conservatori si rispecchia un po’ la stessa situazione delle Università nel senso che vi sono dei poli dove il livello qualitativo della docenza è di assoluto rilievo rispetto ad altre realtà dove la didattica non raggiunge nemmeno un livello di sufficienza spesso a causa di un immobilismo culturale ma talvolta per vera e propria inadeguatezza professionale. Ritengo comunque che la scuola chitarristica italiana sia una delle più significative nel panorama didattico mondiale.
Nell’ambito organizzativo e logistico riferito all’iter degli studi in questo momento regna una grande confusione dovuta al fatto che la legge di riforma 508 del ’99 non ha ancora trovato piena applicazione per la mancanza dei regolamenti attuativi della stessa, ad esempio riguardo alla equipollenza del titolo di studio rispetto alle lauree universitarie; solo da quest’anno è sancita a livello ministeriale la validità del nuovo titolo di studio (il diploma di laurea triennale) con l’emanazione dei relativi regolamenti senza considerare che in questo momento convivono all’interno del Conservatorio tre percorsi di studio diversi: il “vecchio ordinamento” con il quale gli studenti che abbiano iniziato a studiare precedentemente hanno il diritto di concludere gli studi, il “nuovo ordinamento” con l’attivazione delle lauree di primo e secondo livello e, per finire, i cosiddetti “corsi di base o pre-accademici” di cui il Conservatorio dovrà farsi carico fino al momento in cui vi sarà un adeguato numero di scuole medie e superiori ad indirizzo musicale (i costituendi licei) presenti sul territorio.
Quali sono stati gli effetti dei recenti tagli operati dal Governo nell’ambito dell’Istruzione e della Riforma Gelmini?
Credo che i tagli dei fondi destinati in genere alla cultura abbiano colpito soprattutto gli enti lirici, le orchestre e gli enti di produzione musicale dove peraltro bisogna riconoscere vi fossero degli sprechi piuttosto evidenti; di riflesso, naturalmente, anche i Conservatori che però non hanno mai potuto disporre di quantità di fondi paragonabile alle realtà sopra citate. Stesso discorso vale per i tagli dei fondi destinati alla didattica e alla ricerca nelle Università che si vedono ridurre drasticamente i finanziamenti rispetto al passato andando ovviamente in sofferenza; anche in questo caso bisogna dire però che l’entita dei finanziamenti riservati agli Atenei ha , per ovvi motivi numerici, una consistenza decisamente diversa rispetto a quelli destinati ai Conservatori. Il nocciolo del problema è, a mio avviso, riconducibile alle modalità con cui le risorse vengono impiegate seguendo la logica della distribuzione a pioggia piuttosto che riferendola a parametri di produttività didattica e culturale delle Istituzioni Musicali; ben venga quindi una logica meritocratica che mi sembra forse l’aspetto più interessante della riforma, soprattutto se applicata al reclutamento dei docenti.
Lei insegna attualmente al Conservatorio di Udine, ci vuole parlare di questa struttura e delle iniziative che avete in programma per quest’anno accademico?
Il Conservatorio di Udine rappresenta per me un punto di arrivo per quanto riguarda la mia carriera accademica e penso che , salvo imprevisti, sarà difficile che lo abbandoni; ho fatto questa scelta per svariati motivi tra cui i più significativi sono la pregressa conoscenza dell’ambiente e di molti colleghi dovuta ad una serie di supplenze che avevo fatto all’inizio della mia carriera e l’idea che una città universitaria come Udine potesse offrire agli studenti strutture scolastiche e logistiche di prim’ordine, considerando il fatto che la metà degli studenti presenti nella mia classe sono stranieri. Ho considerato poi il fatto che la sua collocazione geografica potesse avere un bacino d’utenza molto vasto (vista la presenza in regione di un solo altro Conservatorio) che si proietta e si amplia verso paesi stranieri quali l’Austria, la Slovenia, la Croazia. Attualmente il Conservatorio udinese è in fase di ampliamento e ristrutturazione per dare vita, nel giro di qualche anno, ad una vera e propria “cittadella della musica” che vuole porsi come punto di riferimento per le attività musicali e culturali dell’intera regione. Devo riconoscere che in questa realtà le possibilità che ho avuto di poter realizzare iniziative importanti e determinanti per gli studenti (concerti, masterclass, seminari) sono state moltissime ed hanno goduto sempre del sostegno umano, economico e logistico da parte di tutte le componenti scolastiche (…e non è poco visto il totale immobilismo che ho vissuto in altre realtà); per quest’anno sono previsti (nell’ambito di una masterclass annuale per gli studenti del biennio specialistico) tre incontri con il M° Pavel Steidl che sono in via di definizione e un interessantissimo seminario tenuto dal M° Elena Casoli sul repertorio contemporaneo e sui nuovi linguaggi.
martedì 1 marzo 2011
Intervista a Stefano Viola, prima parte

La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?
Se da un lato l’abitudine a sentire e respirare musica fin dalla nascita avvertendola come una presenza naturale e quasi ovvia deriva dal fatto che la mia era una famiglia di musicisti (mia madre e due fratelli pianisti e mio padre il classico “Maestro di musica”, notare la emme maiuscola!) dall’altro non era così scontato che io potessi avvicinarmi ad uno strumento diverso dal pianoforte; infatti lo studiai per un po’ di anni seguendo, per così dire, un percorso di famiglia obbligato ma non per questo poco stimolante e gratificante. Arrivato il momento di affrontare un repertorio pianistico che necessitava di totale indipendenza di movimento tra le due mani sia nelle dinamiche che nella realizzazione di poliritmie dovetti realizzare che per il mio cervello tale gestione era pressochè impossibile dal momento che le due mani tendevano naturalmente a muoversi in una perfetta simbiosi sia nel moto lungo la tastiera che nell’articolazione ritmica; così “ripiegai” su uno strumento come la chitarra, totalmente diverso dove le due mani, anche se all’interno di funzioni e scopi diversi, si muovono secondo movimenti in qualche modo coordinati, ritmici e simbiotici. Questo strumento mi emozionò a tal punto che lo studiavo per ore ogni giorno (avevo 12 anni) e quando non studiavo ascoltavo i dischi di Segovia e Bream che appartenevano a mio padre…era come scoprire qualcosa che già era dentro di me! Per quanto riguarda gli strumenti che ho suonato posso solo dire che ho attraversato tutte le fasi naturali della crescita musicale e che in ognuna di esse lo strumento cambiava, come è ovvio, al cambiare delle esigenze o necessità espressive; alla fine penso che lo strumento perfetto sarebbe quello che muta nel tempo assieme all’interprete ma siccome ciò non è possibile dobbiamo accettare l’ipotesi di distaccarci da uno strumento nel momento in cui divenga solo un oggetto non più idoneo a rappresentarci nell’immagine sonora. Senza dimenticare poi che repertori appartenenti a diversi periodi storici e stili andrebbero eseguiti con strumenti alle volte profondamente diversi non solo dal punto di vista quantitativo o qualitativo riguardo al suono, ma anche dal punto di vista organologico.
Lei è stato un giovane prodigio della chitarra italiana: a soli diciotto anni, si è diplomato al conservatorio con il massimo dei voti e la lode. Com’era la situazione “chitarristica” in Italia all’epoca?
Mi capita spesso di discutere di questo con i miei studenti…nel senso che quando guardo i video delle lezioni di Segovia all’Accademia Chigiana di Siena o a Santiago de Compostela risalenti al 1965 e dintorni l’immagine che ne ricavo salvo rare eccezioni e al di là del genio Segoviano, è di una sorta di preistoria chitarristica (intesa come “origine”) con i suoi pregi e difetti che non è poi così lontana temporalmente dal periodo dei miei studi in Conservatorio iniziati nel ’75 e finiti nel ’79, anche se molte cose che ho appreso rappresentavano già una evoluzione rispetto a quella “origine”. Tanto per fare degli esempi concreti che possano essere significativi rispetto alla situazione del tempo basti pensare che i “bravi” maestri a cui ci si poteva rivolgere per studiare si potevano contare sulla punta delle dita di una mano a livello nazionale, lo stesso dicasi per i liutai (imperavano all’epoca gli strumenti di Ramirez e Khono); per non parlare poi dell’enorme difficoltà a reperire le partiture specialmente delle edizioni straniere (internet non esisteva) che bisognava alle volte ordinare e aspettare per mesi prima di poterle toccare e che cosa dire infine del fatto che una grande fetta del repertorio originale oggi disponibile non era ancora stato scoperto!! Una situazione però che obbligava a protendersi con le proprie forze verso l’obiettivo del comprendere e sviluppare le proprie attitudini con la bellissima sensazione, a mio avviso, di far parte di un movimento di espressione nel quale tanto c’era da scoprire e da dire…bellissimo!!!
So che lei ha studiato con Ruggero Chiesa e Oscar Ghiglia .. che ricordi ha di loro, dei loro insegnamenti, della loro poetica musicale?
Come dicevo pocanzi la ricerca di un Maestro mi portò, dopo il diploma, a frequentare per la prima volta un corso estivo (all’epoca se ne potevano contare pochissimi) e scelsi, su consiglio dell’amico e collega Giancarlo Rado che già si era mosso in tale direzione, il corso di Gargnano tenuto da Oscar Ghiglia che alla fine del corso mi fece conoscere Ruggero Chiesa che teneva in quel contesto un corso di trascrizione dalle intavolature. Iniziò così la mia frequentazione con Chiesa dal quale andavo a lezione circa due volte al mese nella sua casa di Milano e con Ghiglia dal quale andavo d’estate a frequentare i corsi all’Accademia Chigiana di Siena e a Gargnano. Due personalità molto diverse…
Ruggero Chiesa un vero “Maestro”, una guida nel quotidiano; paziente, preciso, analitico e anche disponibile ad aspettare il momento giusto per i tuoi progressi, oltre che persona molto preparata culturalmente. Oscar Ghiglia l’esatto opposto; vulcanico, incisivo e istintivo (alle volte anche all’eccesso), capace di smuovere in te le più profonde cavità espressive…in una parola “geniale”. Credo di poter dire di aver ricevuto da lui le più belle lezioni di musica della mia vita e mi ha veramente emozionato reincontrarlo di recente in occasione di una sua masterclass al Conservatorio di Udine perché ho potuto constatare come molte proiezioni di questa “filosofia musicale” istintiva ed estemporanea siano ancora oggi presenti in me e nel mio modo di pormi nei confronti degli studenti.
lunedì 28 febbraio 2011
Stefano Viola: Biografia

STEFANO VIOLA,
didatta e titolare della cattedra di chitarra al Conservatorio Statale di Musica “Jacopo Tomadini” di Udine.
Nato nel 1960 da genitori musicisti riceve i primi insegnamenti proprio dal padre che lo avvia allo studio della chitarra all’età di dodici anni dopo precedenti esperienze con la fisarmonica ed il pianoforte. L’incontro con le sei corde è folgorante e porta, a soli diciannove anni, al diploma di conservatorio con il massimo dei voti e la lode. Dopo il diploma studia per quattro anni a Milano con Ruggero Chiesa e partecipa come allievo effettivo ai corsi di alto perfezionamento tenuti da Oscar Ghiglia a Gargnano (BS) e all’Accademia Musicale Chigiana di Siena.
Molto intensa e precoce l’attività didattica che lo ha portato ad insegnare nei conservatori statali di musica di Venezia, Trieste, Rovigo, Perugia, Modena, Bologna, Bari, Castelfranco Veneto (TV).
Sono oltre 100 i premi vinti da suoi studenti nei più importanti concorsi nazionali ed internazionali: tra questi figurano i “Primi Premi” ai Concorsi “Fernando Sor” di Roma, “Pittaluga” di Alessandria”, “Julian Arcas” di Almeria (Spagna), “Francisco Tàrrega”di Benicasim (Spagna),”Castelnuovo-Tedesco” di Parma, “Benvenuto Terzi” di Bergamo, “Enrico Mercatali” di Gorizia, “Rospigliosi” di Lamporecchio, Sernancelhe (Portogallo) ecc.; questi risultati ne fanno uno degli insegnanti di Conservatorio più autorevoli delle ultime generazioni.
E’ impegnato da vari anni in un approfondimento continuo di tutti gli aspetti tecnico-meccanici riguardanti il rapporto con lo strumento e la postura e in virtù di queste ricerche è invitato a tenere conferenze e Masterclass in vari Festival Chitarristici in Italia, Slovenja, Croazia, Repubblica Ceka, Messico, Austria e Spagna. Alcuni suoi scritti sull’argomento sono stati pubblicati dalla autorevole rivista “Il Fronimo” di Milano.
Sta inoltre elaborando e coordinando, con il sostegno economico della Regione Friuli Venezia Giulia, un importante progetto di ricerca che vede coinvolti il Conservatorio e l’Università di Udine (Facoltà di Scienze Motorie) dal titolo “Analisi posturale biomeccanica-funzionale del musicista”, progetto che si concluderà con la pubblicazione di un DVD.
Ha pubblicato per le Edizioni Musicali Sinfonica (distribuzione Carish) due volumi di Tecnica chitarristica (le Scale, le Legature) e curato la revisione di due raccolte di studi di Sor e Giuliani pubblicate dalla stessa casa editrice.
È risultato vincitore nel 2007, 2009 e 2010 del “Premio Rospigliosi per la Didattica”.
martedì 18 gennaio 2011
Attività e Masterclass Conservatorio di Udine 2011

CONSERVATORIO STATALE DI MUSICA
“JACOPO TOMADINI”
P.zza 1° Maggio - UDINE
MASTERCLASS e SEMINARIO
“LA MUSICA CONTEMPORANEA E I NUOVI LINGUAGGI”
Docente: ELENA CASOLI
Periodo: 7,8 marzo 2011
Info 331-9079369
stefanoviola1@alice.it
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