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mercoledì 13 maggio 2015

Guitars Speak: la Deconstruction di Pino Forastiere


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Mercoledì sera ascolteremo "Deconstruction" l'ultimo disco autoprodotto del chitarrista acustico italiano Pino Forastiere, Diplomato in chitarra classica al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, nei primi anni di attività si è esibito con la chitarra a sei e a dieci corde con repertorio barocco, contemporaneo e originale, per poi passare definitivamente alla chitarra acustica nel 1999, anno del suo debutto discografico con l'album Overcrossing in duo con il chitarrista classico Luca Pagliani. Il critico jazz statunitense John Schaefer ha definito il suo stile come un mix tra i ritmi di Steve Reich, la tecnica di Michael Hedges con un'ammirazione per Eddie Van Halen.

Wednesday evening we will listen to "Deconstruction" the last album made by the Italian acoustic guitarist Pino Forastiere, classical guitar trained at the Conservatorio Santa Cecilia in Rome, in his early years, he performed with the six- and ten-string guitar, with baroque repertoire, contemporary and original, before moving permanently to the acoustic guitar in 1999, the year of his recording debut with the album Overcrossing in duo with classical guitarist Luca Pagliani. The American jazz critic John Schaefer called his style as "something like a mix of Steve Reich’s interlocking rhythmic patterns meet Michael Hedges’s  techniques, all while admiring Eddie van Halen."

http://radiovocedellasperanza.it/

lunedì 12 novembre 2012

Pino Forastiere Live



LIVE
November 23 rd / 24 th - Forastiere @ Rieti, Italy (concert, masterclass) >>>
December 1st - Guitar Republic @ Vila Nova de Milfontes, Portugal
December 3rd - Guitar Republic @ Ingolstadt, Germany >>>
December 4th - Forastiere, Guitar Republic @ Milan, Italy (Michael Hedges Tribute) >>
December 8th - Guitar Republic @ Monterotondo (Rome), Italy
December 9th - Forastiere & Michael Manring @ Rome, Italy >>>

mercoledì 18 aprile 2012

Guitars Speak: Pino Forastiere



Questa sera ore 21 su Radio Voce della Speranza: Pino Forastiere "From 1 to 8"

Vederlo suonare è impressionante: un vero portento di tecnica e sensibilità musicale. Pino Forastiere è uno dei chitarristi acustici più interessanti del nostro bel paese. Dotato di una tecnica prodigiosa e di una formidabile inventiva, ha realizzato questo nuovo disco "From 1 to 8" con otto studi per la chitarra acustica. Ascoltiamo assieme l'erede italiano di Michael Hedges.

domenica 15 aprile 2012

Guitars Speak programma radio sulla chitarra in onda su Radio Voce della Speranza



Mercoledì sera ore 21 su Radio Voce della Speranza: Pino Forastiere "From 1 to 8"

Vederlo suonare è impressionante: un vero portento di tecnica e sensibilità musicale. Pino Forastiere è uno dei chitarristi acustici più interessanti del nostro bel paese. Dotato di una tecnica prodigiosa e di una formidabile inventiva, ha realizzato questo nuovo disco "From 1 to 8" con otto studi per la chitarra acustica. Ascoltiamo assieme l'erede italiano di Michael Hedges.

sabato 16 aprile 2011

Recensione di Guitar Republic, Candyrat Records


L’ho cercata a lungo sui mappamondi e sulle mappe di mezzo mondo, questa Repubblica delle Chitarre. Alla fine l’ho trovata sua una carta redatta dalla Candyrat Records vicinissima a quei territori indistinti e dai contorni incerti indicati come “hic sunt leones” e “finis Africae”.

Eppure la Repubblica è ben organizzata, ha un suo “GR Airport” dove tra i terminal si sentono ritmi ed echi brasiliani, una “Republic Avenue” ampia e distesa, un "Radio Republic" dove il blues è di casa, un "Luna Park Republic" che risuona di flamenco e perfino un “Ghetto Republic” dove volano degli slide taglienti e affilati.

La gestione di questa Republic è affidata a Pino Forastiere, Stefano Barone e Sergio Altamura, ciascuno titolare di un dicastero a sei corde. Diversamente da quello che avviene in altri stati in cui spesso e sovente i ministri operano ciascuno per conto proprio, nella Guitar Republic i tre amministratori della “res pubblica” lavorano gomito a gomito, sempre in stretto contatto innovando, creando, promuovendo .. in una parola suonando le loro chitarre.

Si tratta di tre musicisti perfettamente affiatati e ben integrati tra loro, a ciascuno un compito, a ciascuno una voce, che cambia, si modifica, si rinnova, si muove assieme alla altre costruendo i pilastri sonori di questa Repubblica ideale.

Ciascuno di loro porta il suo stile e, pur non rinunciando a sopprimere la propria identità, riesce allo stesso tempo ad amalgamarlo e a farlo risaltare all’interno dei brani che compongono il cd. Cosa davvero non da poco.

Empedocle70

Recensione di Forastiere Live di Pino Forastiere, Candyrat Records 2010


Un consiglio personale, quando aprirete questo disco. Dentro ci troverete un cd e un dvd, per favore ascoltate prima il cd. Sia ben chiaro: le registrazioni audio e video sono perfette e la chitarra acustica di Pino Forastiere “canta” come un usignolo, la sua tecnica è eccellente, funambolica, la sua musica accogliente, trascinante, sognante e piacevole, la sua timbrica pulita e squillante, ma per favore prima ascoltatevi il cd.
Saprà conquistarvi ve lo assicuro. Se siete gente come me che ha nella sua discoteca i vinili e i cd di gente come Michael Hedges e Alex De Grassi della Windham Hill o di personaggi come John Fahey e Robbie Basho della Takoma .. vi troverete a casa.
Forastiere attinge a piene mani da questa tradizione consolidata di Rag, Blues e Bluegrass rivistandoli alla luce della sua formazione di musicista, di chitarrista classico diplomato al Conservatorio Santa Cecilia di Roma, e di chitarrista jazz e rock.
Questo Live fondamentalmente appartiene a quella categoria che una volta nelle recensioni indicavano come “disco della maturità”, un po’ come se uno a un certo punto della sua vita artistica decidesse di “tirare una riga” e di scattare una istantanea di ciò che è a questo istante e la registrazione di un concerto è senz’altro la soluzione migliore.
Forastiere è davvero un mago, qui da fondo a tutto un repertorio stilistico di tapping, slap, colpi percussivi sulla cassa e sul manico, accordature aperte e giochi di mano destra e sinistra che ad ascoltarlo ci si domanda quante siano le chitarre e le mani impegnate in questo cd. Ecco perché dovete prima ascoltare e poi vedere, perché quando guarderete il dvd e lo vedrete suonare rimarrete a bocca aperta. Ma non lasciatevi ingannare: Forastiere non è un istrione, uno che usa che usa cheaps tricks per un pubblico che si accontenta del fumo e disdegna l’arrosto, la sua “forma musicale” è perfettamente congegnata per la “funzione” e la “sostanza” e le sue musiche non sarebbero tali, non vi sarebbe quel bellissimo incastro di suoni, quell’equilibrio quasi contrappuntistico tra ritmica e melodia che rende i suoi brani apprezzati anche da chi non ha la minima idea di cosa sia la chitarra acustica.

Provate, guardate ma soprattutto ascoltate.

venerdì 15 aprile 2011

Intervista a Pino Forastiere, quarta parte


Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi? Le faccio questa domanda anche il relazione al fatto che lei ha realizzato diversi dischi con l’etichetta america Candyrat Records.. come viene curata la loro distribuzione?

Generalmente parlando non mi piace pensare che ieri era meglio di oggi anche perché l’unica cosa che mi interessa davvero è il domani, e quindi se oggi i supporti di registrazione sono cambiati e si usano formati compressi, bisogna lavorare facendo in modo che tali supporti suonino bene. Io lavoro molto sulla qualità del suono. Se un disco è registrato bene, suonerà bene anche in mp3… beh, forse un po’ meno, ma tant’è.
Circa il rischio di perdersi nei grandi numeri sono d’accordo, ma da un mondo che afferma la superficie come ideale cosa ci si può attendere? Io non riesco a fermarmi alla superficie delle cose perché mi annoio. Non ho moltissimi dischi a casa, mi piace ascoltare e riascoltare ma anche avere un sano vuoto da cui poter ripartire.
La mia etichetta discografica, la Candyrat Records, produce quasi esclusivamente musica per chitarra acustica. Ha uno dei canali più visitati su Youtube (48esimo tra i canali musicali di tutto il mondo), vende i propri artisti attraverso il proprio sito che ha centinaia di migliaia di iscritti, quindi lavora fondamentalmente in rete, e anche tramite i maggiori distributori digitali come Amazon e ITunes.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?

Non sono un grande divoratore di musica, quando compongo non amo ascoltare musica, preferisco rimanere concentrato sugli spunti la cui elaborazione mi impegna molto e ascoltare musica mi distrae. Generalmente parlando preferisco il silenzio, la parete vuota cui accennavo prima è lo scenario che scelgo. Quando ascolto mi piace spaziare: da Bach a Stravinsky passando per i King Crimson e Charles Ives, un po’ di sano rock non manca mai, di jazz (Coltrane e Bill Evans) e anche qualche canzone pop ( Björk, REM). Ascolto poco i chitarristi e la musica per chitarra. Cinque dischi da avere con me? Onestamente non saprei... forse Glenn Gould che suona le Variazioni Goldberg, Stravinsky che dirige Stravinsky, Charles Ives (Central Park in the Dark, Three Places in New England), Ligeti (Atmospheres e Lux Aeterna ), Steve Reich (Music for 18 Musicians). Una volta sull’isola potrei pentirmi di molte dimenticanze ma questi sono i primi che mi sono venuti in mente!

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Le partiture della musiche comprese nei dischi di sopra!!

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Non smettere mai di studiare, analizzare, leggere quanto più è possibile di filosofia, di fisica, riflettere in silenzio sulla natura umana e riconoscere con onestà intellettuale i propri limiti, cercando non tanto di superarli quanto piuttosto di trasformarli in peculiarità personali, in elementi originali, in una voce unica. Non avere paura di usare il libero arbitrio per affermare la propria personalità, e non una immagine sbiadita fatta solo per compiacere.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Ho avuto un anno molto intenso dal punto di vista dei concerti (tour in UK, Canada e Stati Uniti) che continuerà così fino alla metà del 2012. Sto lavorando su nuova musica per chitarra che probabilmente sarà edita all’inizio del 2012. Stiamo iniziando a pensare ad un nuovo lavoro con Guitar Republic con Sergio Altamura e Stefano Barone per l’anno prossimo. In testa mi balena ogni tanto lo spunto per un nuovo brano per chitarra elettro-acustica e orchestra con un organico diverso da “Why Not?”, ma è solo un flash che ogni tanto si accende... vedremo.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

La musica è vita, la musica è la mia vita. E’ la voce dello spirito. Onestamente non so se la musica possa aiutare l’uomo. L’uomo fa cose terribili contemporaneamente a cose meravigliose, eppure queste ultime non riescono a mitigare la natura distruttiva che è insita nell’essere umano. Non so se l’uomo potrebbe essere peggiore di quello che è senza le arti, musica compresa; immagino di si, ma non ne ho la prova. Io intanto continuo a inventare musica che è comunque meglio che costruire e vendere armi. O no?

Decisamente! Grazie Pino!
Andrea Aguzzi

giovedì 14 aprile 2011

Intervista a Pino Forastiere, terza parte


Assieme a gente come Beppe Gambetta, Franco Morone, Sergio Altamura, Stefano Barone (con cui lei ha realizzato il notevole cd Guitar Republic) sembra essersi creata una via italiana per la chitarra acustica influenzata dal bluegrass, dal blues e dalla tradizione americana ma che attinge anche alla musica classica e tradizionale europea e credo che i chitarristi italiani non abbiano nulla da invidiare dai loro concorrenti esteri, per il resto com’è la situazione italiana? Si è creata una scena musicale? Ci sono dei festival, dei punti di riferimento, dei locali dove poter suonare?

Oh si, la via italiana esiste, peccato non sia percorribile in Italia!

Prima accennavo al cd Guitar Republic realizzato con Sergio Altamura e Stefano Barone, un bel lavoro che mette in risalto non solo la vostra abilità con la chitarra ma anche i vostri diversi stili, in particolare mi ha colpito il vasto repertorio di sonorità e di suoni che i vostri strumenti riescono a produrre, come è nato questo progetto?

Con Sergio e Stefano ci conosciamo da anni. Sergio l’ho conosciuto intorno al 2005. Mi ha sempre affascinato il suo modo visionario di concepire la composizione per chitarra ed ho sempre apprezzato i suoi show emotivamente coinvolgenti. I sui studi sui suoni, il suo modo di pensare la chitarra come fonte di suoni e le sue stratificazioni timbriche elaborate attraverso la loop-machine sono chiari elementi di una continua ricerca e di una personalità forte. Stefano è stato mio allievo dal 2003 al 2008. Quando ha iniziato a studiare con me suonava già molto bene la chitarra ma ignorava il mondo della “nuova chitarra acustica contemporanea”. Ha lavorato molto duramente perché mosso da una grande curiosità e da un enorme talento. L’ho aiutato a capire alcune tecniche meccaniche, l’ho iniziato alla composizione per questo strumento. Oggi Stefano ha una sua voce personale, chiara negli intenti, impeccabile nelle esecuzioni. Sono davvero felice di aver contribuito a questo.
Guitar Republic è il risultato di un rapporto tra tre amici che rispettano ognuno il lavoro degli altri e che si sforzano di pensare alla musica prima ancora di dimostrare le proprie capacità. Certo, sono intrinseche ai singoli ma vengono usate solo per ottimizzare il risultato finale che è la musica. Il nostro è un lavoro profondo fatto sull’ego di artisti solisti destinati ad accentrare la attenzione sempre su di sé, quindi è una continua terapia votata a togliere piuttosto che a sommare. Siamo musicalmente e chitarristicamente molto diversi tra di noi ma l’alchimia consiste proprio nella convivenza di queste diversità. La nostra idea nascosta tra le righe della nostra musica ha una chiave di lettura politica volta a dimostrare la possibilità di armonia tra elementi a volte antitetici.

Qual è il ruolo dell’Errore nella sua visione musicale? Dove per errore intendo un procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese..

Adoro sbagliare perché la presunta inesattezza mi ricorda quanto ci sia di nuovo oltre ciò che posso aver imparato. Che tristezza una vita esatta, che noia le certezze. Non mi piacciono le religioni con i loro dogmatici approcci alla perfezione, io mi sforzo di seguire lo spirito, l’essenza delle cose ed entrambe le cose si muovono per linee poco chiare perché non sono in superficie. Per afferrarne il senso hanno bisogno di pensiero, meditazione, vuoto ed errori.

Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Penso sia importante avere una visibilità nel mondo della musica. Oggi il raggio è ampio: si va dai quotidiani, alle riviste di settore, ai network video e audio e alla rete... evidentemente bisogna essere presenti ovunque, ma io non sono capace di star dietro a tutto questo e se non fosse per lo straordinario lavoro di mia moglie Stefania probabilmente non sarei presente da nessuna parte, o sicuramente lo sarei molto meno. Capisco che il marketing è una cosa importante, ma confesso il mio bassissimo profilo nel prodigarmi in tutto ciò. Per avere una risposta più esaustiva forse dovrebbe parlare con mia moglie...

mercoledì 13 aprile 2011

Intervista a Pino Forastiere, seconda parte


Ascoltando la sua musica ho notato la tranquilla serenità con cui lei si approccia allo strumento, indipendentemente da quello che lei suona (nel cd/dvd “Forastiere Live” si vede chiaramente) lei dimostra sempre un totale controllo sia tecnico che emotivo, quanto è importante il lavoro sulla tecnica per raggiungere a questo livello di “sicurezza”? In una sua intervista una volta Robert Fripp rispose alle critiche di certa stampa punk chiedendo se fosse più schiavo della tecnica chi non ne aveva affatto o chi ne aveva troppa … Fripp è stato troppo sofista o aveva ragione?

Affinché possa esserci solo la musica è fondamentale lasciarla fluire per ciò che è. Il resto non deve interessare. Se traspare tensione o sforzo, la musica si blocca. La musica si muove nell’aria e l’aria, che io sappia, non ha forma e non ha ostacoli. La musica, come l'aria, è in una strada vuota, larghissima, dove può e deve muoversi agile e prendere le forme che ognuno decide di darle. No, tutto questo non può essere fatto con sforzo alcuno. Ovviamente tra i 12 e i 25 anni ho studiato 10 ore al giorno perché la leggerezza e la consapevolezza del vuoto hanno un prezzo. Spesso rifletto sul fatto che se conosco 100 parole posso farmi capire, ma se se ne conosco 1000 posso farmi capire meglio. Ovviamente in un discorso non è necessario usare sempre 1000 parole, ma tra queste si possono scegliere le 10 migliori e forse la maturità di un artista si misura con la sua capacità di usare ciò che serve piuttosto che dimostrare ciò che sa.

A proposito di composizione per chitarra, Berlioz disse che comporre per chitarra classica era difficile perché per farlo bisognava essere innanzitutto chitarristi, questa frase è stata spesso usata come una giustificazione per l’esiguità del repertorio di chitarra classica rispetto ad altri strumenti come il pianoforte e il violino. Allo stesso tempo è stata sempre più “messa in crisi” dal crescente interesse che la chitarra (vuoi classica, acustica, elettrica, midi) riscuote nella musica contemporanea. Lei che ha attraversato il mondo classico ritiene che ci sia ancora qualcosa di veritiero nella frase di Berlioz o che alla fine sia solo un comodo alibi?

Negli ultimi decenni la tecnica chitarristica si è enormemente sviluppata rispetto al tempo in cui Berlioz forse pensava di scrivere cose che nessuno poteva suonargli. Moltissimi chitarristi sono in grado oggi di eseguire partiture molto complesse perché la tecnica si è evoluta, i limiti meccanici si sono ampliati, la tecnologia ci permette di rendere udibili sfumature interessanti che fino a pochi anni fa non era possibile sentire se non nel salotto di casa suonando per cinque amici possibilmente con le finestre chiuse. Tutti i compositori conoscono in linea di massima le prassi esecutive di ogni strumento esistente, le estensioni, i timbri, non credo quindi che sia più difficile scrivere per chitarra piuttosto che per violoncello. E comunque, un compositore può affiancarsi ad un chitarrista per farsi spiegare ciò che è tecnicamente possibile fare sullo strumento. Il mondo della chitarra è però ancora troppo autoreferenziale. I chitarristi parlano di chitarra e poco di musica e questo di certo non suscita la curiosità dei compositori. Sarebbe anche interessante che i chitarristi-compositori studiassero la musica al di fuori della chitarra, facessero un po’ di analisi delle partiture, studiassero composizione e ascoltassero i suoni piuttosto che le sole vibrazioni delle corde. Questo approccio potrebbe aiutare ad ampliare il repertorio in termini musicali piuttosto che chitarristici, e forse avvicinerebbe i compositori alla chitarra.

Sentendola suonare ho avuto l’impulso di tirare fuori dalla mia discoteca i vinili della Windham Hill di geni musicali come Alex de Grassi, Michael Hedges, i cd della Takoma school, Robbie Basho, John Fahey, Sandy Bull Peter Walker e di chitarristi più recenti come il compianto Jack Rose, Glenn Jones, James Blackshaws … queste musiche, questi chitarristi hanno influenzato le sue scelte musicali? E se sì come?

Senza Michael Hedges non mi sarei mai avvicinato al mondo della chitarra acustica. Degli altri che citi non conosco in maniera approfondita l’opera e quindi riaffermo Hedges come mio faro in questo mondo in continua evoluzione.

Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

La confusione genera confusione, e probabilmente le nuove generazioni sono confuse anche perché troppo informate. I fatti di cui hanno l’illusione di essere protagonisti sono troppi, e ho la sensazione che la brama di esserci, di apparire sia più importante di isolarsi a pensare. La profondità terrorizza, si preferisce confondersi nella moltitudine piuttosto che rischiare di rimanere soli con i propri pensieri. Ma senza il vuoto dentro non è possibile capire il senso delle cose, se tutti i nostri spazi sono già pieni a priori, non lavoreremo mai abbastanza per riempirli. Oggi il mondo mi appare come una parete piena di quadri ed io ho sempre preferito le pareti vuote da poter riempire io stesso, piuttosto che la passiva attitudine a rimirare immagini appese da altri. Non mi spaventa tanto quella che lei chiama “visione uniforme”, quanto la miopia con cui le anime assorbono la confusione in atto senza ragionare, criticare, inventare, sbagliare. Questo mondo mi appare così passivo, una parete stracolma appunto di quadri dove si rischia di non discernere tra valore e non valore. L’arte oggi deve fare i conti con la mediocrità dilagante e questo mi spaventa molto di più di qualcuno che antepone Beethoven a Bach.

martedì 12 aprile 2011

Intervista a Pino Forastiere, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato?

Non facevo capricci da bambino ma di una cosa non potevo fare a meno: del suono della chitarra prima di dormire. Mio fratello mi suonava qualche accordo ed io mi addormentavo. A 4 anni indossavo fiero l’abito di Zorro ma invece della spada portavo con me una chitarra giocattolo di plastica rossa... non ricordo se la usassi come arma o come strumento. A 6 anni i miei genitori mi regalarono una chitarra piccolina, una Eko con le corde in acciaio. Non era facile fare i barrè ma potevo suonare un sacco di canzoni e questo mi piaceva tantissimo. Prima di dormire ero io che suonavo la chitarra... Da allora non ho mai smesso. Verso i 10 anni ho iniziato a studiarla, qualche arpeggio e qualche studio: Sor, Carulli, Giuliani e tante canzoni popolari che imparavo da mio fratello maggiore, barrè compresi. Dai 12-13 anni lo studio si è fatto più intenso e da allora non ho mai smesso di studiare e di suonare. Maestri, Conservatorio, Composizione, il Rock ed il Jazz, la Musica Contemporanea hanno accompagnato per tutta la mia gioventù, la musica è sempre stata con me.
Per quanto riguarda gli altri strumenti, direi che più che suonare strimpello un po’ il piano e un po’ le percussioni che ho studiato per un breve periodo. Nella prossima vita suonerò il violoncello, lo adoro.

Lei suona la chitarra acustica ma ha alle spalle una solida base di esperienze in ambito classico, contemporaneo e rock, in particolare è diplomato in chitarra classica al Conservatorio di Santa Cecilia. Credo che questo corposo background traspare sia nel suo modo di suonare (l’impostazione della mano destra mi sembra più di tradizione classica che non fingerpickers) sia nella composizione dei brani che nella sua tecnica, come mai questo passaggio dal mondo classico al mondo acustico?

Nel 1992 mi sono diplomato e per alcuni anni ho suonato un repertorio bizzarro che andava da Bach, Weiss fino a Maderna e Ohana, oltre a mie composizioni per chitarra decacorde, la stessa con la quale mi sono diplomato. A metà degli anni '90 un mio amico mi fece ascoltare la musica di Michael Hedges e quella magia che combinava composizione, suono, silenzi e straordinarie innovazioni tecniche mi incuriosì. Comprai una vecchia chitarra acustica mezza rotta, una Eko Chetro 6 (poi si dice il destino….) per poche lire e iniziai a calarmi nel mondo della chitarra acustica con la mia storia fatta di cultura classica, barocca e contemporanea. Da allora non ho mai smesso di comporre per questo strumento che ritengo avere da un lato un potenziale timbrico davvero enorme, dall’altro mi permette - grazie alla facile manipolazione delle accordature - di suonare quasi tutto quello che scrivo. Io non credo di essere passato dal mondo classico al mondo acustico, mi piace pensare di avere cambiato solo lo strumento con il quale suono la musica.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Per me improvvisare significa comporre ed io non sono capace di suonare e contemporaneamente comporre. Ho bisogno di avere davanti a me la carta, elaborarla, cambiarla, pensarla, devo essere convinto delle soluzioni musicali e devo avere il tempo di creare per alcune di loro la tecnica per eseguirle. Tutto questo necessita di tempo che l’improvvisazione, per come la si intende, non mi da. Detto questo ci sono cose che però amo improvvisare: la velocità di un tactus metronomico, un suono diverso dal suo colore originale, il gesto che accompagna l’esecuzione.
Molta musica contemporanea lascia ampie zone all’improvvisazione ed in tutta onestà per molta di questa musica ho sempre avuto la sensazione che il compositore fosse stato colto da un vuoto creativo riversando sugli esecutori la responsabilità di colmarlo. Alcuni esecutori ci riescono, altri ci provano.

lunedì 11 aprile 2011

Pino Forastiere: dicono di lui ...



Pino Forastiere è uno spirito libero, e lo dimostra con la sua musica. Un album pieno di bellezza - Akustic Gitarre

Approccia la chitarra come se fosse una batteria con le corde - Classical Guitar Magazine

Forastiere impiega una abbagliante varietà di slapping, tapping, strumming, accordature alternative e armonici. E comunque, combina questi elementi con il fraseggio classico, concentrandosi su uniche, straordinarie melodie - Guitar Player

Colpisce la timbrica pulitissima e squillante, decisa e a tratti gelida, in rapporto al calore delle armonizzazioni, colte ma ‘sentite’. Difficile trovare un Cd per strumento solo che possa venire apprezzato in toto anche dai non-strumentisti: eccone uno.- World Music Magazine

Pino Forastiere è un chitarrista di immenso talento, sia nella composizione che nell’esecuzione - Allaboutjazz.com USA

Un “must” per tutti gli appassionati di guitar music. - Jam


Pino Forastiere: Biografia


La musica di Forastiere nasce da una solida formazione in ambito classico, contemporaneo e rock, e sfugge a una precisa definizione di genere. Considerato come uno dei più interessanti chitarristi compositori nel panorama internazionale, virtuoso ex classico con la sei e la dieci corde, Forastiere si è rapidamente affermato anche nel mondo della chitarra acustica per la novità nella scrittura
delle sue composizioni e una tecnica esecutiva davvero straordinaria. Di lui il "guru" della critica musicale newyorkese John Schaefer ha detto: "La sua musica è un
mix di pattern ritmici incrociati di Steve Reich che incontrano le tecniche di Michael Hedges, il tutto ammirando Eddie van Halen".
Lucano ma ormai romano d’adozione, oltre che in varie rassegne in Italia (Internazionale Niccolò Paganini di Parma, Villa Celimontana Jazz Festival, Guitarville) Forastiere suona regolarmente per festival e stagioni musicali negli Stati Uniti e in Canada, dove radio e stampa musicale gli hanno dedicato diversi speciali. Nei suoi tour americani ha suonato - tra gli altri - al Canadian Guitar Festival e al New York Guitar Festival, e per la Michigan Fingerstyle Society e
l’Università del Wisconsin, tenendo anche masterclass; nel mese di gennaio 2008, subito prima di partire per il suo sesto tour oltreoceano, Forastiere ha presentato al Teatro Palladium di Roma il brano per chitarra elettroacustica e orchestra d'archi "Why Not?", eseguito in prima assoluta con la Roma Tre Orchestra diretta da Pietro Mianiti. Dopo i tre album solisti “Rag Tap Boom” (2003), “Circolare” (2005) e
“Why Not?”, Forastiere ha appena pubblicato un ispiratissimo DVD live, sempre per l'etichetta statunitense CandyRat (2009) E' infine di recentissima formazione il trio Guitar Republic, con i due chitarristi acustici Sergio Altamura e Stefano Barone; il trio è in procinto di pubblicare l'album di debutto in marzo 2010. Ancora nel 2010, Pino Forastiere sarà impegnato come solista nel lungo tour della International
Guitar Night (UK, Canada, USA) con Clive Carroll, Alexandre Gismonti e Brian Gore.

Ass. Cult. ACCORDATURE APERTE
via Francesco Posterla 52
00156 Roma - Italia
Discografia
Overcrossing (1999, Equipe) - duo
Rag Tap Boom (2003, Candyrat) - solo
Circolare (2005, Candyrat) - solo
Why Not? (2008, Candyrat) - solo / orchestra
Forastiere Live DVD/CD (2009, Candyrat) - solo
Guitar Republic (2010, Candyrat) - trio