giovedì 11 febbraio 2010

L'età oscura del Tango di Rubén Andrés Costanzo parte quarta

Risulta evidente che durante l'età oscura si teorizzava più sul tango di quanto non se ne producesse. Senza dubbio la figura indiscussa dell'epoca oscura fu Astor Pantaleòn Piazzolla, quello che fu invece molto discusso fu il suo modo di fare musica, la musica di Buenos Aires. Non è mia intenzione fare la biografia di Piazzolla, anche se questa da sola sarebbe la storia della età oscura del tango23. Fino ad Astor il paradigma del tango era quello imposto da Julio De Caro negli anni '20 ma, come abbiamo già accennato, dagli anni '50 non ci sarà più un paradigma. A differenza di De Caro, che con il suo stile fa scuola, Piazzolla crea uno stile unico e, oso dire, non ripetibile; le sue composizioni si allontanano infatti dal gusto popolare pur coabitando negli anni con altri compositori di stile Decariano.
Avevamo lasciato Piazzola a Parigi da cui, nel 1955, torna con nuove idee. Ed è nel viaggio verso Buenos Aires che avviene il suo incontro con Horacio Ferrer insieme al quale, negli anni successivi, darà vita ai tanghi più famosi degli ultimi tempi.
Nello stesso anno Astor forma il suo Ottetto che segnerà l'inizio del tango d'avanguardia. Per far conoscere la propria musica dovrà lottare, accese discussioni in radio e televisione, a volte finite a pugni, sono il pane di quotidiano di Astor.
La diatriba sul suo modo di interpretare e comporre tango arrivò a un punto tale che lo stesso Piazzolla non voleva più chiamare tango quello che faceva ma “musica di Buenos Aires”, i tradizionalisti cercarono di contrapporre alla figura di Piazzola quella di Anibal Troilo “Pichuco”, ultimo grande mito degli anni '40, ma per fortuna la saggezza e il rispetto che sempre aveva avuto Troilo per Piazzolla prevalsero sulla logica manichea delle tifoserie.
Negli anni '60, mentre la polemica aumentava e la rinnovazione del tango diminuiva, sembrava che la profezia di Tullio Carella si avverasse: il tango diventava solo un pezzo di storia di Buenos Aires, la gioventù preferiva la musica nueva ola (new wave), ancora il rock nacional non attirava il grande pubblico giovanile. Le case discografiche si limitavano a pubblicare vecchie registrazioni di tango degli anni '40 per soddisfare un pubblico non più giovane; non c'erano più gli importanti locali da ballo, (chiamati Cabarets) come il Chantecler, il Malibù o il Tibidabo che ospitavano le grandi orchestre. La TV ospitava alcuni programmi di tango, presentando in più di un'occasione i lavori di Astor Piazzolla, le radio non avevano più un orchestra di tango stabile come negli anni '40, la musica veniva tutta "in scatola" e i programmi di tango trasmessi erano solo per i nostalgici; ironia della sorte, il tango sempre nostalgico nei suoi contenuti tematici veniva oscurato dalla nostalgia.
Ma si sa, la creatività è il miglior rimedio contro la nostalgia e i creativi sono per definizione in movimento. Astor Piazzolla presentò il suo nuovo tango in diversi programmi televisivi dei primi anni '60; registra e pubblica diversi LP24che si possono trovare oggi nei negozi italiani grazie ad una serie di edizioni critiche. Nel 1968 Astor e H. Ferrer mettono in scena L'operita lirica Marìa de Buenos Aires, volutamente chiamata con il diminutivo di "opera" per evitare confusioni. Marìa de Buenos Aires non fu accettata dal grande pubblico e la critica "specializzata" fu divisa nei suoi commenti, questo progetto costò a Piazzolla un appartamento e un'automobile che vendette per pagare i debiti, ma come tutte le realizzazioni d'avanguardia il successo di Maria verrà qualche decennio più tardi. Nel 1969 la coppia Piazzolla-Ferrer, partecipa al primo Festival Iberoamericano de la Canciòn realizzato a Buenos Aires e vince il 2° premio nella sezione tango con: Balada para un Loco, (del vincitore Hasta el ultimo tren nemmeno la memoria). Il singolo Balada para un loco, interpretato dalla voce di Amelita Baltar, vende nei primi 4 mesi del 1970, 150.000 copie e diventa un successo anche fuori dell'Argentina. Era da molti anni che il tango non entrava nella hit parade, ma la cosa fondamentale di Balada para un loco è il suo ruolo di spartiacque, come nel 1916 Gardel cantando nel teatro Esmeralda Mi noche triste di Castriota-Contursi "inventa" il tango-canzone, Balada cambia il modo di fare il tango-canzone25: fino al 1969 i cantanti di tango si misuravano con le perfomace di Carlos Gadel, quando si impone lo stile di Balada para un loco i gardeliani non avevano più motivo di esistere. Un'altra creazione di Piazzolla, ma di minor successo, fu il disco fatto insieme a Jorge Luis Borges: El Tango26, anch'esso raggiungerà il gusto del pubblico un decennio più tardi.


23 Per materiale in lingua italiana sulla vita di Piazzolla potete consulare:
- Natalio Gorin. Astor Piazzolla. Di Giacomo Editore. Roma 1995
- Revista Profili Amadeus. Numero monografico dedicato a Piazzolla a cura di Ivo Franchi. Anno 2 numero 1/2001
24 Sono stati ripubblicati in Edizione critica i vinili che Piazzolla registrò negli anni '60 e '70. Sony BMG Music Entertainment 2006
25 Prima di "Mi noche triste" il tango si cantava ma, con questo brano si crea uno stile particolare dove parole e musica son concepite come una cosa sola e inscindibile, questo stile è chiamato tango-canciòn (tango-canzone)
26 vinile El Tango LP Polydor 20291 mono 27128 stero

mercoledì 10 febbraio 2010

L'età oscura del Tango di Rubén Andrés Costanzo parte terza

Non è soltanto Piazzolla l'unico a promuovere un rinnovamento nel tango: il pianista Horacio Salgàn, più rivoluzionario di Troilo e Pugliese ma meno di Piazzolla, crea infatti per il tango un nuovo suono con influenze jazz. Secondo Salgàn tra lui e Piazzolla esiste un paradosso: che lui ha sempre voluto entrare nel tango, mentre Piazzolla ne voleva uscire. Purtroppo le sue orchestre non ebbero successo commerciale, la prima si siolse nel 1947, la forma di nuovo nel 1950 e la sciolse nel 1957; in seguito Salgàn formò un duo con il chitarrista Ubaldo de Lio (con il quale ha continuato ad esibirsi fino pochi anni fa) e ricostituiva la sua orchestra ogni volta che si presentava l'opportunità di registrare un LP o un fare concerto9.
Il tango come ballo iniziò il suo declino negli anni '50, di fronte alla concorrenza dei ritmi "tropicali": molto più orecchiabili, più adatti al ballo e più semplici da imparare. Negli anni '60 arrivò un altro concorrente del tango: la new wave accentuando sempre di più il declino di questo ballo che, fino a metà degli anni '80 rimase relegato a poche milongas (balere) per vecchi nostalgici. Diversa sorte toccò al tango-spettacolo che, grazie alle virtù artistiche di Carlos Copes, rimase sui palcoscenici del mondo sino dagli anni '50.
L'inizio di un declino nella popolarità non corrisponde necessariamente ad un declino qualitativo; in questi anni infatti molti autori hanno scritto sul tango, lasciando lo stile nostalgico dei narratori precedenti10; e considerandolo invece come un fenomeno sociologico culturale, che apparteneva al saggista e che poteva essere analizzato come qualsiasi oggetto di studio. Nel 1956 Tulio Carella pubblica il saggio El Tango. Mito y esencia11 dove, a pagina 114, ammonisce i tangueros conservatori: "… se il tango si lascerà rinnovare, presto gli vedremo una faccia nuova. Se no, sarà semplicemente un fatto storico e dovremo considerarlo come una danza folkloristica in più". Continua il suo discorso con un elenco delle cose nuove che vive la città: apporti tecnologici, nuovi mezzi di comunicazione che il tango non riusciva ad incorporare.
Nel 1965 Idea Vilariño pubblica il suo libro Letras de Tango12 applicando il metodo usato per l'analisi di testi folcloristici ai testi di tango (anche se il tango non è musica folcloristica13); l'autrice sottolinea nel suo saggio la mancanza di un registro sistematico dei tanghi e mette in risalto, già in quegli anni, il carattere “tradizionale” del tango: vale a dire che il tango non era più l'espressione di una cultura viva ma apparteneva a quella di una volta
Due libri che vanno citati insieme: El tango y su Mundo14 dell'uruguayano Daniel Vidart e Sociologia del Tango15 di Julio Mafud. Il lavoro di Vidart, pubblicato nel 1967, raccoglie una serie di suoi articoli apparsi nel 1958 sul giornale Epoca, mentre quello di Mafud viene pubblicato nel 1966. Ho fatto questa osservazione perché Vidart accusa Mafud di "plagio distratto" solo sul titolo dell'opera, che era stato usato da Vidart in un articolo pubblicato nel 1956, con l'intenzione di usarlo come titolo in una futura pubblicazione. Al di là di questa diatriba, entrambi affrontano l'argomento in maniera “scientifica”, come nel caso della Vilariño, sottolineando il carattere di un tango che diventava negli anni '60 sempre più “tradizionale” e non attuale, interrogandosi entrambi sul futuro del tango come essenza della cultura rioplatense.
Nella città della Psicanalisi (Buenos Aires conta 1 psicanalista ogni 940 abitanti) non poteva mancare il libro Psicopatologia del Tango16 di Roberto Puerta Crüse, pubblicato nel 1959. Alla fine degli anni '60 un professore di Economia dell'Università di Buenos Aires pubblica Politica y Tango17 con un saggio finale sull'influenza culturale del tango sulla politica e di questa sull'economia. Un libro di Horacio Salas Il tango18 pubblicato in Italia nel 1992, porta una prefazione dello scrittore Ernesto Sabato; quello che sia l'autore che l'editore dimenticano di segnalare al lettore è che quella prefazione apparteneva ad un altro libro: Tango Dicusion i clave19, pubblicato nel 1963 da Sabato con la collaborazione di T. Di Paula, Noemì Lagos y Tulio Pizzini, un saggio dove si discute sulla metafisica del tango confrontando le opinioni più polemiche sulla canzone rioplatense.
Del 1969 è il libro di Blas Matamoro La ciudad del Tango. Tango historico e sociedad20 il suo ultimo capitolo dedicato agli anni '50 e '60 sono stati una guida per la redazione di questo articolo, ma in tutto il libro l'approccio al tango ha una chiarezza e una documentazione non usuale. Spero che prima o poi un editore italiano decida di pubblicarlo (la traduzione si trova nel mio PC).
Nel 1970 Horacio Ferrer pubblica: El libro del Tango. Historia e Imàgenes21, una vera e propria enciclopedia del tango dove, in ordine alfabetico, vengono elencati e commentati autori, interpreti, luoghi, tanghi famosi e parole gergali della galassia tango. Rimangono fuori da questa mia elencazione tanti altri testi importanti.
Un'altra iniziativa importante fu quella di José Gobello che, nel 1962. fonda la academia porteña del lunfardo, istituzione ancora esistente, dedicata allo studio del linguaggio del tango e della cultura rioplatense.22

5. L'età oscura de Tango. Parte prima
5. L'età oscura de Tango. Parte seconda
5. L'età oscura de Tango. Parte terza
5. L'età oscura de Tango. Parte quarta
5. L'età oscura de Tango. Parte quinta
5. L'età oscura de Tango. Parte sesta

9 Horacio Salas. Il tango. Ed. Garzanti. Milano 1992 pagina 347
10 Ci sono stati grandi musicologi come Carlos Vega e Gesualdo che hanno studiato il tango in forma scientifica, anche J.L. Borges e Vicente Rossi hanno dato una testimonianza sul tango ma non una vera ricerca musicologica Un libro fondamentale nella letteratura anneddotica e nostalgica del tango è La historia del tango dei fratelli Hèctor e Luis Bates pubblicato nel 1936.
11 Tulio Carella. El tango. Mito y esencia. Ediciones Doble p Buenos Aires 1956
12 Idea Vilariño. Las letras de Tango. La Forma Temas y Motivos. Editorial Schapire srl. Buenos Aires 1965
13 Perchè una musica sia considerata folcloristica deve essere di origine anonima e appartenere alla tradizione culturale di un popolo.
14 Daniel Vidart, El Tango y su mundo. Ediciones Tauro. Montevideo. 1967
15 Julio Mafud. Sociologia del Tango. Editorial Americalee. Buenos Aires 1966
16 Roberto Puertas Crüse. Psicopatologia del tango. Editorial Sophos. Buenos Aires 1959
17 Alfredo A. Mascia. Politica y Tango. Editorial Paidos, Buenos Aires. 1970
18 Horacio Salas. Op. cit.
19 Ernesto Sabato ed Alt. Tango Discusiòn y Clave. Editorial Losada Buenos Aires. 1963
20 Blas Matamoro. La Ciudad del Tango (Tango historico y sociedad). Editorial Galerna. Buenos Aires 1969
21 Horacio Ferre. El libro del Tngo Historia e Imàgenes. Ediciones Osorio-Vargas. Buenos Aires 1970. in due volumi
22 Vedere l'articolo: Lunfardo una lingua per il Tango? in questo blog

martedì 9 febbraio 2010

Masterclass di Chitarra con Leo Brouwer Latina, 10 e 11 aprile 2010


Associazione Suoni Nuovi organizza
MASTERCLASS DI CHITARRA CON LEO BROUWER

Latina, 10 e 11 aprile 2010

Potranno partecipare chitarristi solisti o in duo, trio, quartetto, orchestra di chitarre e in formazioni cameristiche con altri strumenti.

VERRANNO RILASCIATI ATTESTATI DI PARTECIPAZIONE

QUOTE DI PARTECIPAZIONE


EFFETTIVI

L'iscrizione permette di ricevere una lezione diretta dal M° Leo Brouwer e di partecipare come uditori ai due giorni di masterclass.
Si precisa che verranno accettate le prime 18 iscrizioni pervenute e che si procederà poi a compilare una lista d'attesa.

Solisti: € 150
Duo: € 100 a persona
Trio: € 85 a persona

Le quote di partecipazione per altre formazioni verranno stabilite in base al numero dei componenti.

UDITORI

L'iscrizione permette di partecipare come uditori ai due giorni di masterclass.

Entro il 15 febbraio: € 30
Entro il 20 febbraio: € 40
Entro il 31 marzo: € 50

In caso di mancata partecipazione le quote d'iscrizione non potranno essere rimborsate.
Le lezioni si terranno a Latina nei giorni 10 e 11 aprile 2010 dalle ore 10 alle ore 13.
L'indirizzo verrà comunicato a tutti gli iscritti entro il 31 marzo 2010

MODULO D'ISCRIZIONE

CONTATTI

L'età oscura del Tango di Rubén Andrés Costanzo parte seconda










Nel 1952 moriva Evita, vera leader e catalizzatore del governo Peròn, da quel momento il regime peronista, (perché anche se democraticamente eletto si comportava come un regime) cominciava a perdere il suo vigore. Nel 1955 un gruppo di militare, noto come "Revoluciòn Libertadora" 4, poneva fine al governo peronista; ed è da questa data che possiamo far partire "l'età oscura del tango" o forse dovrei dire l'età oscura di un tango, quello peronista, ammettendo che esso esista.
Nella radio, nel cinema e nella appena nata TV, l'appoggio dello Stato alla produzione culturale nazionale era finito. Da quell'anno anche le grandi case discografiche cambiavano rotta, da una parte spinte dal vento dell'anti-peronismo, dall'altra dall'assenza di sovvenzioni statali; il tango cominciava a non essere più un grande affare, conveniva promuovere nuovi ritmi più orecchiabili utili ad un mercato sempre più globalizzato.
A Buenos Aires la favola peronista era finita, ma i militari argentini che dopo aver destituito Peròn detenevano il potere, erano semplicemente l'esercito d'occupazione di una delle potenze della guerra fredda: "cambiava il guinzaglio ma il Paese non smetteva di essere un cane". Nella decade del '50 tutto il pianeta viveva col fiato sospeso, aspettando la 3° guerra mondiale e l'ecatombe nucleare, le nazioni si chiedevano il perché di molti atteggiamenti, idee e fatti del recente passato e quale sarebbe stato il futuro. A Buenos Aires molti intellettuali affrontavano il passato del tango, perché il tango è l'essenza di Buenos Aires.

Uno dei compiti della Revoluciòn Libertadora fu "deperonizzare" (passatemi il termine) la cultura argentina. Una lettura divertente su questo argomento ce la offre Norberto Folino in un racconto intitolato: Diario del Interventor 5, in cui si narra con ironia il lavoro dell'incaricato del commissariamento della S.A.D.A.I.C. (la SIAE argentina) imposto dal governo militare. Troviamo nel racconto una carrellata di noti personaggi del tango – che in quell'epoca erano i principali "azionisti" dell'associazione degli Autori e Compositori – e il loro rapporto con il peronismo.
Fra i compositori e gli interpreti del tango, prima del 1955, si era manifestato un cambiamento; infatti, già con Anibal Troilo il tango cominciò ad allontanarsi dal ballo verso l'ascolto6. Un altro punto importante del cambiamento lo troviamo nel 1943 con la presentazione del tango La Yumba di Osvaldo Pugliese, un brano con una nuova e stupenda ritmica7. Ma il compositore e interprete più audace della decade del '40 fu Astor Pantaleòn Piazzolla, che nel 1944 formò la sua orchestra, anche se la sonorità apparteneva allo stile del tango degli anni '40, il tocco magistrale degli arrangiamenti di Astor mostravano la presenza di un tango nuovo7. Ma Piazzolla voleva comporre musica "colta" e grazie all'influenza del suo maestro, Alberto Ginastera, si iscrisse ad un concorso per compositori con i suoi: "tre movimenti sinfonici Buenos Aires" e vinse. Il 16 agosto del 1953 il brano vincitore viene eseguito nell'aula magna della Facoltà di Giurisprudenza, ma fu la presenza nell'orchestra di due bandoneones, a provocare nel pubblico un finimondo. Grazie a questo concorso Piazzolla ricevette una borsa di studio dal governo francese per perfezionarsi con Nadia Boulanger. Per Astor fu il momento di dire addio al mondo del tango che non accettava il suo modo di comporlo e d'interpretarlo, ma l'incontro con la Boulanger lo riconcilia con il tango. Avvenne un giorno, quando Nadia insistè per ascoltare uno dei tanti brani che Astor componeva ed eseguiva in Argentina, che dopo l'esecuzione del tango Triunfal, la Boulanger, stringendo le mani del giovane Maestro, disse: “Non abbandoni mai questo. Questa è la sua musica, qui c'è Piazzolla”8






4 Revoluciòn Libertadora. (trad. Rivoluzione Liberatrice) Colpo di Stato contro il governo Peròn. La leadership della Rivoluciòn fu del generale Eduardo Leonardì, la rivolta ebbe inizio nella Città di Cordoba il 16 settembre 1955. Felix Luna Historia de la Argentina 1949-1955 La revoluciòn en Còrdoba. Crònica-Hyspamerica. Buenos Aires 1992
5 Noberto Folino. Diario del Interventor in El Tango. Editorial Jorge Alvarez. Buenos Aires 1967
6 Anibal Troilo inaugura la cosiddetta: decada del '40 del tango, un tempo di grande successo per questa musica. Anche se lo stile di Troilo appartiene in linea generale alla scuola decariana, lui introduce dei cambiamenti importanti. L'orchestra decariana era rigidamente gerarchica, ogni strumento aveva un compito e da lì non si spostava, l'orchestra troileana invece presenta ruoli interscambiabili tra gli strumenti, inoltre si dà molta importanza agli arrangiamenti e al suono, aprezzati da chi ascolta e non soltanto balla. Vedere Horacio Salas. Il tango. Ed. Garzanti. Milano 1992 in particolare dalla pagina 305 in poi.
7 In realtà La Yumba appartiene ad un trittico di tanghi di avanguardia composti da Pugliese negli anni '40. Negracha (1942) La Yumba (1934) Malandraca (1948)
7 Marìa Susana Azzi, Simon Collier. Astor Piazzolla. Su vida y su mùsica. Editorial El Ateneo. Buenos Aires 2002. vedere pag. 81
8 Idem. pag. 105

lunedì 8 febbraio 2010

L'età oscura del Tango di Rubén Andrés Costanzo parte prima


"Canciòn maleva canciòn de Buenos Aires
hay algo en tus entrañas que vive y que perdura”
1

Posso dire come Fito Pàez:"Nacì en el '63 con Kennedy a la cabeza" 2, ma con un tango che era in fase calante almeno per quanto riguarda la sua popolarità nella città che l'ha visto nascere. Non era la prima volta che la musica di Buenos Aires entrava in crisi, ma questa posso dire l'ho vissuta, e che mi crediate o no, anche se ero un bambino, l'ho vissuta da tanguero: i miei amici ascoltavano nueva ola alcuni più "alternativi" rock nacional, io tango. A casa mia il tango era sempre presente, parlo del tango inteso come musica e poesia. Ho visto fare follie pur di mantenere viva la fiamma del tango. Mia cugina Noemì aprì negli anni '70 persino una "tangueria" (un locale dove si va ad ascoltare tango) nel cuore di un quartiere discotecaro e modaiolo, dove l'unico aggettivo per il tango era: kitch; fu una grande soddisfazione personale, come grande fu il fallimento dal punto di vista economico. Forse per chi ha visitato Buenos Aires negli ultimi anni, dove ogni cosa che si fa nella metropoli viene messa in relazione col tango fino alla nausea, non potrà immaginare la stessa città rifiutando la sua musica.

Quando inizia questa età oscura?

Alla fine dell'800 la società occidentale cominciò a trasformare lo status dei cittadini, mi sto riferendo al passaggio da liberi cittadini a liberi consumatori. Le abitudini culturali delle classi meno abbienti sono state sempre influenzate da chi detiene il potere, ma nel XX secolo i prodotti della cultura come la musica e la danza, che prima erano autoprodotte da questa classe ora sono anche una merce di scambio; risulta quindi molto più difficile identificare se i cambiamenti nelle danze o nelle musiche popolari siano dovuti a contaminazioni culturali, voglia di innovazione o ricerca di nuovi prodotti da vendere.

Buenos Aires, forse è il centro di un piccolo universo che attrae tutto a sé, una capitale che non guarda mai la sua periferia, immaginiamoci se si degna di guardare il Paese, persino quando a fine '800 è stata assediata dai "provincianos federales" per mettere fine al suo predominio sul resto del Paese, la città è riuscita a conquistare le forze provincianas insediate e queste sono diventate più porteños 3 dei porteños. Buenos Aires non guarda verso l'interno ma nemmeno il suo fiume, verso il quale spande la sua crescita edilizia, dal punto di vista architettonico, Buenos Aires non guarda da nessuna parte, Buenos Aires guarda solo se stessa, Buenos Aires è la Regina del Plata.
Nel 1945 la città del Tango aveva di fronte a sé un potente concorrente: Peròn che, con la moglie Eva Duarte (Evita per il popolo), era a capo di una coalizione elettorale che fu capace di "peronizzare" la cultura porteña, aprendo la città ai poveri e ai diseredati. I due ebbero persino la sfacciataggine di "declassare" il direttore della biblioteca nazionale, Jorge Luis Borges, al rango di ispettore del pollame, costringendo molti intellettuali all'esilio.
Credo che il motivo per cui il consenso popolare del peronismo, (con tutte le contraddizioni tipiche di un governo populista), perduri fino ai giorni nostri, non si trovi solo nei privilegi clientelari che ha sempre elargito a suoi elettori, ma anche nell'identità che ha saputo forgiare in un popolo che fino al 1945 non era una nazione, cioè non aveva una base culturale che rendesse omogenee le diverse identità che si mescolavano in quel crogiolo chiamato Argentina..


1 Ritornello del tango: La canciòn de Buenos Aires (trad. La canzone di Buenos Aires) 1932. Musica di Azucena Maizani e Oreste Cufaro. Parole di Manuel Romero. Cantata dalla stessa Azucena Maizanes nel film Tango 1933 (primo film sonoro fatto in Argentina)
2 " Nacqui nel '63 con Kennedy al potere" così recita un brano di Fito Paez, musicista rock argentino
3 Porteño: si legge "portegno" ed è l'aggettivo che identifica le persone nate nella città di Buenos Aires, ancora oggi eiste in Argentina una grande rivalità tra le popolazione dell'interno del Paese chiamate provincianos (trad. provinciali) e porteños.

domenica 7 febbraio 2010

marc ribot & simone massaron live 2 - 17/07/2008 ortosonico

Simone Massaron: Discografia


as leader:

Dandelions on Fire – Longsong Records (LSCD107/2008) 2008
Simone Massaron - guitars, banjo, lap steel, pump organ - Carla Bozulich - voice - Xabier Iriondo - guitar, mahai metak - Andrea Viti - bass - Zeno de Rossi - drums - Davide Tedesco - double bass - Riccardo di Paola - piano, pump organ - Francesco Guerri - cello.

Breaking News – Longsong Records (LSCD101/2005) 2006
Simone Massaron - guitars, lap steel, fretless electric guitar - Elliott Sharp - guitars, lap steel - Steve Piccolo - bass, voice - Daniele Cavallanti - tenor sax - Tiziano Tononi - drums

as co-leader:


"Jusi In The Wine House" - LongSong Records (LRSCD113/2009) 2009
Simone Massaron - guitars, banjo, fuzz bass - Zeno De Rossi - drums - Massimo Pupillo - bass
Giorgio Pacorig - keyboards, piano - Pacho - percussion

"Suede Fist, Iron Glove" - MassaBon (Piero Bittolo Bon & Simone Massaron) – Punto Rojo Records 2009
Piero Bittolo Bon – alto sax, bass clarinet – Simone Massaron – guitars & electronics

"The Common Man" - Simone Massaron & Carlo Virzi (music for silent movie “The Crowd” by King Vidor) – Fonoteca di Carpi - 2003
Simone Massaron – guitars, Carlo Virzi- drums

as guest:

Tiziana Ghiglioni & The TBone Band - "A Male Walking in the Cauldron" - Splasch Records (H2520)2009
Tiziana Ghiglioni - voice - Silvia Bolognesi - double bass - Daniele Cavallanti - tenor sax - Emanuele Parrini -
violin - Piero Bittolo Bon - alto sax, bass clarinet, flute - Tiziano Tononi - drums

Giovanni Maier Techicolor – Featuring Marc Ribot+A Turtle Soup – Longsong Records (LSCD105/2007) 2008
With: Giovanni Maier - electric bass - Marc Ribot - guitar - Alfonso Santimone - keyboards - Giorgio Pacorig - keyboards - Zeno de Rossi - drums

Tiziano Tononi’s the Ornettians – Peace Warriors – Black Saint (120181) 2007
Tiziano Tononi - drums - Daniele Cavallanti - tenor sax - Achille Succi - alto sax, bass clarinet - Luca Calabrese - trumpet - Emanuele Parrini - violin - Roberto Cecchetto - guitars - Simone Massaron - fretless electric guitar, lap steel, slide guitar, el. guitar - Tiziana Ghiglioni - voice.

Daniele Cavallanti Electric Unit – Smoke Inside – Longsong Records (LSCD102/2006) 2007
Daniele Cavallanti - tenor sax, baritone sax - Nels Cline - el. guitar - Tiziano Tononi - drums - Pacho - percussion - Ivano Borgazzi - keyboards - Giovanni Maier - bass - Simone Massaron - baritone guitar, el. guitar.


Coming Soon:

"Your Blood Is My Money" (Filmworks) El Punto Rojo Records
Simone Massaron – live soundtrack for silent movie “Greed” by Eric Von Stroheim

Part Seven
"Drillin’ Holes In The Cat" - Tiptoe - El Punto Rojo Records
Carlo Garof – drums & percussion - Simone Massaron – guitars & electronics

Drilling Holes In The CatDangerous Blues

"Rats" (Filmworks) – El Punto Rojo Records
Simone Massaron – live soundtrack for silent movie “Nosferatu” by F. Murnau

Simone Massaron: Bands


as leader

Simone Massaron guitar solo
Simone Massaron: guitars

The Cunninghams
Simone Massaron - guitars, Danilo Gallo - bass, Max Sorrentini - drums, Francesco Bigoni - tenor sax

Filmworks
live soundtrack for silent movies - Simone Massaron - guitars and electronics

as co-leader

TipToe
Simone Massaron - guitars and electronics, Carlo Garof - drums and electronics

Songs
Steve Piccolo - voice, Simone Massaron - acoustic guitar and banjo

TipToe Evolution
Simone Massaron - guitars and electronics, Carlo Garof - drums and electronics, Achille Succi - bass clarinet and alto sax, Stefano Misesti - animations

MassaBon
Piero Bittolo Bon - bass clarinet and alto sax, Simone Massaron - guitars and electronics

as guest

Giovanni Maier's Techicolor
Giovanni Maier - bass, Zeno de Rossi - drums, Alfonso Santimone, Giorgio Pacorig - keyboards, Simone Massaron - guitars and electronics

Tiziano Tononi's The Ornettians - tribute to Ornette Coleman
Tiziano Tononi - drums, Daniele Cavallanti - tenor sax, Achille Succi - bass clarinet, alto sax, Emanuele Parrini - violin, Luca Calabrese - trumpet, Simone Massaron, Roberto Cecchetto - guitars, Tiziana Ghiglioni - voice

Tiziana Ghiglioni's Mal Waldron Tribute
Tiziana Ghiglioni - voice, Tiziano Tononi - drums, Daniele Cavallanti - tenor sax, Piero Bittolo Bon- bass clarinet, alto sax, Emanuele Parrini - violin, Simone Massaron - guitars, Silvia Bolognesi - double bass

sabato 6 febbraio 2010

NELS CLINE,ELLIOTT SHARP,S.MASSARON,S.PICCOLO AND NEXUSNELS CLINE,ELLIOTT SHARP,S.MASSARON,S.PICCOLO AND NEXUS

Intervista con Simone Massaron quinta parte


Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Che musiche ascolta di solito? Ascolti mai musica classica o musica per chitarra classica contemporanea?

Vorrei suonare di più con i miei amici/colleghi del collettivo El Gallo Rojo, musicisti che stimo moltissimo. Poi vorrei suonare ancora con Marc Ribot; Marc è un grandissimo musicista e vorrei avere la possibilità di realizzare un progetto di mie composizioni ispirate alle emigrazioni italiane dei primi del ‘900 con lui e altri musicisti. Ne abbiamo parlato, ma è molto difficile far quadrare gli impegni e soprattutto trovare i fondi.
Poi vorrei suonare con Fred Frith, con Gillian Welch e con Keith Richards.

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

La mia formazione non mi porta ad avere spartiti ai quali sono affezionato, ma di sicuro citerei una copia del Real Book, una del Folksong Fakebook, le trascrizioni di Giovanni De Chiaro di Scott Joplin, e poi un paio di metodi tipo i primi due volumi di Almanac For Voice Leading di Mick Goodrick e i 120 arpeggi di Giuliani che studio con la tecnica ibrida plettro più dita.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di essere molto coerenti e di spingersi sempre ad avere le idee chiare su cosa si vuole suonare, con chi e quando. Di studiare il più possibile senza pregiudizi sui generi e su cosa si sta studiando, di fare pratica di improvvisazione tutti i giorni.
Cercare sempre di avere le condizioni ottimali per fare della musica il proprio lavoro, anche se questo significa trasferirsi all’estero considerato che l’Italia in questo momento offre il suo minimo storico a chi vuole fare della musica la sua professione. Trasferirsi in un altro paese a vent’anni è relativamente facile. Mi rendo conto che l’accettare questi consigli, metterli in pratica, comporti una buona dose di aggressività e determinazione, ma credo siano cose assolutamente necessarie.
In ultimo, e anche per contrasto, consiglio ai giovani di scrivere all’interno della propria custodia che suonare è divertimento, per se e per gli altri. Poniamoci di fronte al pubblico sorridendo, con umiltà, cercando di dare a loro il massimo, di farli divertire (nel senso più ampio del termine) senza necessariamente snaturare la propria arte per un fine commerciale. Ho visto gente divertirsi da matti a concerti di puro noise; se l’artista crede in quello che fa e lo fa con ottimismo il pubblico lo sente.


Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

In questo momento sono molto concentrato sul mio progetto in solo con il quale è prevista un uscita in cd. Si tratta di rivisitazioni del repertorio tradizionale folk americano, inglese, irlandese, ebraico e di improvvisazioni libere ispirate a questa forma di canzoni.
Si chiama “Folksong From the Empty House” perchè è nato a seguito di un trasloco.
Dopo 15 anni ho lasciato la mia casa nell’hinterland milanese e ho sentito l’esigenza di registrare ancora qualcosa, questa volta sfruttando il suono fornito dalle stanze ormai vuote. Il risultato è stato l’intraprendere un viaggio di ricerca che sconfina spesso dalla musica e diventa una cosa intima. Sono attratto dal passato, dai ricordi, da ciò che resta nella nostra mente, da come un fatto venga catalogato come più importante rispetto a un altro. Improvvisando e suonando in queste registrazioni mi sono accorto cha stavo facendo un viaggio a ritroso, un saluto, un salto temporale. Adesso sto ultimando l’editing delle registrazioni.
Allo stesso modo e sempre del repertorio Folk ho fatto una registrazione in quartetto con gli amici del Gallo Rojo, Danilo Gallo e Max Sorrentini con l’aggiunta di Kyle Gregory alla tromba sfruttando i suoni della stanza vuote e posizionando i microfoni d’ambiente cercando di catturare il “suono di un trasloco”.
Sto lavorando anche al mio quintetto interamente formato da musicisti del Gallo Rojo. Si tratta di un faticoso mix tra avanguardia e rock & roll anni ’50 che ho chiamato “The Cunninghams”. Adoro questo gruppo e adoro scrivere e suonare queste cose. Sono legatissimo agli anni ’50 e alla creatività di quel periodo, ai suoni fender e alla mia telecaster. Il gruppo è formato da Sorrentini e Gallo più Piero Bittolo Bon al sax alto e Francesco Bigoni al tenore. Ovviamente di questi tempi muovere un quintetto e registrarlo autopromuovendosi è difficile, ma non mollo. Ci vorrà il suo tempo.
In ultimo è nato da poco un duo con Tiziana Ghiglioni, della quale sono già collaboratore da anni, con il quel sto riscoprendo il mio amore per il jazz.

L’ultima domanda … che cosa ha significato per te poter suonare alla Knitting Factory a New York?

Per me è come essere nel libro di Ralph Gibson insieme a Les Paul o Jim Hall: qualcosa che ho fatto o che è accaduto e che mi da felicità e fiducia quando ci penso.
Una stella nel proprio personalissimo e privato curriculum.
Poi mi ricordo che quando stavo suonando pensai al fatto che, alla fine dei conti, ogni palco è uguale. Ma quando avevo 20 anni sognavo di suonare un giorno a New York e sognavo di farlo alla Knitting Factory che allora era un vero e proprio mito. Mi ricordo che quando uscii di casa (stavo da un amico sulla 96ma) e presi la metro per andare a suonare alla Factory, ero eccitatissimo e ovviamente nervoso. Ebbi una grande ansia da palco quella sera, che fu mitigata dalla presenza dell’amico Nels Cline con il quale indugiai parecchio in alcolici, prima di suonare.



Grazie Simone!


Empedocle70

venerdì 5 febbraio 2010

SIMONE MASSARON WITH ELLIOTT SHARP AND STEVE PICCOLO

Intervista con Simone Massaron quarta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensa che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Purtroppo essere un buon promotore di se stessi è quasi più importante di cosa si ha veramente da dire, di cosa si sta promuovendo.
Anni fa ho conosciuto un percussionista svizzero di cui non ricordo il nome, uno di quelli che suonano con rigore tecnico e che ti fanno impallidire solo a pensare quante ore di studio passano sul loro strumento. Dopo il suo bellissimo concerto parlammo un pochino e mi disse che passava 2 delle 6 ore al giorno dedicate alla musica solo per cercare lavoro e fare promozione di se stesso.
Quindi dedicare del tempo stando on-line, cercando concerti e tenendo contatti è ormai una delle principali attività di un musicista. C’è chi ci dedica creatività e energia; io cerco di stare nel mezzo anche perchè non amo molto queste cose e preferirei dedicarmi solo alla musica, ma come dicevo, non ci si può esimere dal farlo.
Trovo che la community MySpace sia in questo molto utile.


Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario?

Fondamentalmente la vedo come una cosa positiva; le major non hanno fatto nulla per evitare questo crollo e hanno sicuramente sottovalutato il fenomeno download in tempi non sospetti, però per quelli come me, che alla fine sono degli artigiani, il fatto di potersi autoprodurre un disco e metterlo in download digitale è da considerare una possibilità di vendita e di promozione incredibile che prima era impensabile. Il problema è che, permettendo a tutti di “pubblicare” il proprio lavoro non si ha più nessun criterio qualitativo e quindi il fruitore si trova davanti a un’incredibile offerta. Uno dei pericoli è che venga privilegiato chi può comprarsi spazi pubblicitari e banner che gli permettano di evidenziarsi dalla media e, se questo si verificasse, il mercato non sarebbe diverso da prima almeno nelle regole di base, ma sotto altri punti di vista è eccitante vedere come il mondo discografico si sta evolvendo. Le etichette indipendenti sono il futuro, il mercato di nicchia anche.
Trovo fantastico il sito E-Music che offre una vastissima scelta di musica ben lontana dagli schemi commerciali di I-Tunes e aiuta l’utente a trovare ciò che gli interessa con un potente e intelligente motore di ricerca. Da un anno e mezzo faccio felicemente parte del collettivo El Gallo Rojo, un collettivo di musicisti italiani che è anche un etichetta discografica. Produciamo dischi cercando di diffondere qualità senza compromessi, ci autofinanziamo, ci autopromuoviamo e siamo ormai una realtà affermata, un esempio di come le cose possono funzionare anche senza l’appoggio di grossi nomi o capitali, ma solo con l’entusiasmo. l’olio di gomito e la fiducia in un progetto.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta..

Limitarmi a cinque titoli è difficile... ci provo.
Bells / Prophecy di Albert Ayler.
Ballads di Derek Baley.
80/81 di Pat Metheny.
Love Henry del Clusone Trio
e poi qualcosa di James Blood Ulmer o un greatest hits di Dock Boggs.
Ma 5 titoli sono pochissimi!


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giovedì 4 febbraio 2010

SIMONE MASSARON, NELS CLINE, S.PICCOLO WITH NEXUS

Intervista con Simone Massaron terza parte


Ascoltando la tua musica mi sono fatto l’idea che tu venga da una grande molteplicità di ascolti e di influenze, come gestisce questi frammenti di memoria musicale nelle tue composizioni e improvvisazioni? Li utilizzi consciamente o …. li lasci liberamente fluire?

Mi piacerebbe risponderti che li lascio fluire liberamente, ma non ne sono sicuro. Uno degli esercizi che faccio ogni sera prima di dormire è quello di “mandare” il mio cervello nel passato e cercare di ricordarmi episodi, storie, sensazioni. Amo il passato, forse perchè penso che abbia più cose da dire del presente. Per me è principalmente una reazione a uno stimolo; improvvisare su un frammento che mi è venuto in mente è uguale a scrivere un pezzo pensando a una 500 negli anni ’60, o alla New York dei primi del ‘900.
Il problema è che quando poi mi riascolto mi sembra tutto molto banale e “citazionista”, ma per grande fortuna mia, non vengono mai pubblicate le critiche che io faccio al mio lavoro.

Facciamo un gioco: ti faccio alcuni nomi, che penso siano legati alle tue idee musicali, mi dici se ci ho azzeccato e che cosa significano o hanno significato per te? Incomincio:
- Fred Frith
- Derek Bailey
- Frank Zappa
- Marc Ribot
- Naked City


Fred Frith: amo molto il suo lavoro. e è sempre stato un mio grande punto di riferimento. Desidero suonare con lui quanto desidero la Gibson di cui ti parlavo prima.
Derek Bailey: è il visionario poeta della chitarra moderna. Ho ascoltato i suoi lavori fino a consumarli e penso che il suo “Ballads” sia un capolavoro.
Frank Zappa: non l’ho mi sopportato, mi dispiace.
Marc Ribot: beh, per me è quasi uno zio (...) E’’ un musicista straordinario e grande intelligenza. Suonare con lui mi ha dato molto, mi ha aiutato a capire molte cose a proposito del suonare “insieme” agli altri e mi ha dato anche una grande fiducia in me e nelle mie capacità.
Naked City: un gruppo eccezionale, che mi ha dato modo di scoprire il lato ironico della scrittura e quanto è possibile orchestrare le proprie idee anche con un piccolo organico come un quintetto. Negli anni ‘90 avevo un gruppo che si ispirava molto a loro con il quale ho registrato un disco che però non è mai stato pubblicato.

Concesso di essere rimasto molto colpito dai tuoi dischi: Breaking News registrato con la presenza di Elliott Sharp e Daendalions on Fire con la voce di Carla Bozulich. Cosa ha significato per te lavorare con questi due artisti? E’ una mia semplice opinione ma in Daendalions on fire ho notato una maggiore tensione rispetto al disco con Elliott Sharp: una mia idea, oppure una precisa scelta stilistica o … il semplice frutto di una collaborazione con una artista particolare come la Bozulich?

Per me sono state due produzioni totalmente differenti. Il disco con Elliott “Breaking News” è stato pensato in sei giorni e registrato in sei ore. Sicuramente in studio ho sentito il peso di avere vicino un gigante come lui, ma sono molto soddisfatto di quello che è venuto fuori, particolarmente della cover di “Run Through the Jungle” dei Creedence e del mio “The Kid” che ricorda vecchie cose di Sidney Bechet.
“Dandelions on Fire” è invece stato meditato a lungo con un grosso lavoro di composizione e sviluppo delle idee. Ho parlato a Fabrizio della LongSong del desiderio di fare un disco di canzoni e il progetto ha raccolto subito il suo entusiasmo. La scelta di Carla è stata tale anche su suggerimento di Nels Cline che mi invitò ad andare a sentirla; dopo poche note del suo concerto ero assolutamente sicuro che lei fosse la voce che stavo cercando. Ci siamo parlati e dopo qualche giorno le ho portato un cd con dei provini.
Ho lavorato moltissimo sulla composizione, particolarmente sulla scelta dei timbri e sui contrasti sonori.
Lavorare con Carla è stare sempre agli estremi delle cose: riesce a stimolarti e a sconvolgerti con un idea, con la bellezza di un testo quanto a farti impazzire per il suo modo di lavorare assolutamente differente dal mio.
E’ stato un disco difficile da realizzare che mi ha dato tante soddisfazioni soprattutto di critica e che nello stesso tempo mi ha dato molta sofferenza per il divario tra come è stato accettato e le possibilità concrete di realizzare un tour di promozione.
Rimane, per me, il mio lavoro più bello e significativo, dove co-estistono i miei lati di compositore, arrangiatore e chitarrista.


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mercoledì 3 febbraio 2010

Recensione di Dandelions on Fire, Simone Massaron featuring Carla Bozulich, LongSong Records 2008

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Immagine poetica quella dei fiori di tarassaco (detti volgarmente “soffioni”) che bruciano, un fiore così impalpabile così etereo che brucia, che si consuma letteralmente in una vampata, senza lasciare cenere,senza lasciare neanche una traccia annerita.
Un'immagine potente per intitolare uno dei dischi di canzoni più belli che ho avuto modo di ascoltare quest’anno, anzi, al diavolo la prudenza, il più bello. Sì perché scrivere e mettere in musica canzoni non è mica facile, provatevi voi a cantare per l’ennesima volta i soliti temi universali, della tristezza, dell’amore, dell’odio, della difficoltà di vivere rimanendo originali, inventando qualcosa di nuovo, senza cadere nel banale o nel già sentito. Mica facile, ci vogliono muscoli e testa, intelligenza e sensibilità, e un gran coraggio: insomma bisogna essere artisti, artisti nel senso di chi senza bisogno di altro che una voce e una chitarra che la accompagni è capace, così, senza sovrastrutture, senza tante menate intellettualistiche, di incatenarti a una sedia, di invadere la tua testa con una musica scura, passionale, arrabbiata, contorta come può essere questo blues metropolitano, che arriva dritto dal passato, come può esserla la voce roca, sensuale e vissuta di Carla Bozulich e la chitarra intrigante, potente, valvolare e carica di Simone Massaron.
Mettetevi comodi, non si scappa, in fin dei conti sono solo 9 canzoni, nove, a dimostrazione del buon gusto di chi sa evitare dischi prolissi che sciupano i buoni contenuti, annacquandoli inutilmente. Ogni nota è decisa, ogni strofa cantata, sputata con intenzione, senza rimorsi e senza rimpianti, con una trasparenza e una sincerità che ti lascia senza fiato.
L’avesse fatto Tom Waits questo disco sarei a gridare all’ennesimo miracolo di un grande artista e mi troverei a cercare di non copiare tonnellate di altre recensioni, giustamente, entusiastiche, ma l’ha fatto un italiano, con una band dietro di fronte a cui è d’obbligo levarsi il cappello e con una cantante che fa persino paura. E allora? E allora mi arrabbio, mi arrabbio perché una musica del genere non viene giustamente celebrata, esaltata a dimostrazione che anche noi italiano sappiamo fare belle cose, che non c’è sempre bisogno dell’eterno ritornello chitarra-pizza-mandolino, che siamo nel XXI secolo e che sono stufo dell’ennesima Carta-accia che mi gira attorno proposta dagli Amici giusti con il Fattore X cucito adosso.
Good bye America, sei sempre lontana, ma questa volta non cerco di raggiungerti neanche con la musica, la Musica è già qui.
E se non mi credete provate a ballare come un lento Dandelions on Fire con la persona che amate … a luci spente, per favore.

Empedocle70

Intervista con Simone Massaron seconda parte



Come è il tuo rapporto con lo studio di registrazione e con le case discografiche? Sembra che tu abbia un ottimo rapporto con la LongSong Records, casa discografica italianissima quasi di culto, come sei arrivato a loro?

Siamo arrivati l’uno all’altro nello stesso tempo considerato che il loro primo disco è “Breaking News” mio disco d’esordio con Elliott Sharp.
Il mio rapporto con la LongSong è molto stretto e ho fatto parte di numerosi progetti di altri artisti. Di base c’è una grande fiducia reciproca e sicuramente devo molto alla LongSong che mi ha permesso di realizzare il mio “Dandelions on Fire” con Carla Bozulich e di suonare con Nels Cline, Marc Ribot e Elliott Sharp.
Adoro stare in studio di registrazione, adoro vedere le idee prendere forma. Riesco ad avere una grande concentrazione e sono sempre stato uno che “rende”. Non ho mai digerito molto la figura del produttore perchè odio dover spiegare a qualcuno che non sia un musicista che cosa ho in mente, ma nello stesso tempo voglio ascoltare i consigli e spesso chiedo pareri che mi aiutino nelle scelte.


Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Elena Càsoli, Marco Cappelli e David Tanenbaum, David Starobin, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali?

Non sono un chitarrista classico e quindi faccio fatica a rispondere a questa domanda.
Ma quando ho suonato con Marc Ribot mi ricordo di avergli detto che il suo disco “Exercise in Futility” dove lui affronta la tecnica classica, è stato, per me, come un faro nella notte. Sono sicuro che ha pensato che lo stessi prendendo in giro. In ogni caso è un disco che consiglio a tutti.

Parlando di compositori innovativi, che ne pensa di John Zorn, dei suoi studi Book of Heads e della scena musicale downtown newyorkese così pronta ad appropriarsi e a ricodificare di qualunque linguaggio musicale, dall’improvvisazione, al jazz, alla contemporanea, al noise ,alla musica per cartoni animati?

Zorn è un genio del marketing e un forse un genio musicale. A lui fa capo molto della scena downtown New York che produce una grandissima quantità di musica a volte ottima e a volte no. Seguo la produzione di Zorn, anche come discografico, da anni e di sicuro lui è la più grande influenza di questi ultimi anni anche se sono in pochi ad ammetterlo.
Venendo ai Books Of Heads, li ho sempre trovati fantastici. Mi piacerebbe studiarli.


Quale significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Penso che l’improvvisazione sia un linguaggio applicabile a qualsiasi genere. La grande pecca è che nelle scuole si insegna a improvvisare solo in un linguaggio come quello jazzistico mentre sarebbe fondamentale farlo in qualsiasi ambito e a qualsiasi livello. Quando mi trovo a fare improvvisazione con musicisti classici mi rendo conto di quanto sia difficile per loro lasciarsi andare a inseguire un’idea. E’ solo una questione di pratica: dobbiamo essere preparati all’improvvisazione che spesso fornisce il germe della composizione.

Nel 1968 Derek Bailey chiese a Steve Lacy di definire in 15 secondi la differenza tra improvvisazione e composizione, la risposta fu “In 15 secondi la diferenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione uno ha tutto il tempo di decidere che cosa dire in 15 secondi, mentre nell’improvvisazione uno ha 15 secondi” .. lei si ritrova in questa definizione, oppure Lacy ha esagerato in arguzia e ironia?

Vorrei averlo detto io...

Che ruolo ha la dissonanza nella tua musica?

Lo stesso della consonanza. (...)
Non ho mai scritto musica che non avesse superato il test del “riesco o non riesco a fischiettarla?” e quindi il mio concetto di dissonanza è legato in modo indissolubile alla mia tecnica di fischio.(...) A volte mi piace giocare con gli arrangiamenti magari facendo sovrapporre un accordo di dominante all’accordo di tonica creando una buffa non-risoluzione ma questo è molto legato a che tipo di timbri hai a disposizione. Amo molto il rumore nella composizione o nell’esecuzione dal vivo, ma non so se questo può essere inteso come dissonanza.



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martedì 2 febbraio 2010

Recensione di “Suede fist, iron glove” di Massa Bon, Punto Rojo, 2008


Una piccola premessa. Ogni tanto mi viene in mente la battuta di un vecchio film, il primo film realizzato da un gruppo di cabarettisti veronesi che si facevano chiamare “I gatti di Vicolo Miracoli”, ve li ricordate? Erano bravi e simpatici, poi si sono un po’ persi tra i cinepanettoni, credo.
Il loro film era decisamente surreale e ogni volta che iniziavano a recitare i loro sketcs qualcuno di loro ci teneva sempre a precisare che la loro comicità “affonda le radici nel puro spirito ebraico newyorkese”.
Non so se anche Simone Massaron e Piero Bittolo Bon attingano a queste origini ma di sicuro hanno il loro bel senso dell’umorismo e lo mettono in pratica in questo disco, non – disco (si può comprare su i-tunes oppure fisicamente sul sito El Gallo Rojo o sul myspace di Massabon: il cd viene stampato in cdr e appartiene alla "collana" El Punto Rojo, un contenitore indipendente del Gallo Rojo) a cominciare dal titolo Suede fist, iron glove”: pugno di camoscio, guanto d’acciaio, ti saluto Macchiavelli!
Pensate sia solo un caso? E allora cosa ne pensate di titoli come: “Amputee cats do derserve lard”, “No pain, no pain” (mi ricorda Paolo Bitta), “Empty wifes, full barrels” o “Haircuts for good wolves”? Mica male, vero?
E la musica? Massa Bon è un duo, chitarre e sax vari, rumorista, (a)tonale, torrenziale, prolifico e febbricitante di stili, influenze, umorismo, ironia e creatività. I due musicisti si passano la palla tra loro in maniera impeccabile, duettano coprendosi efficacemente l’uno con l’altro, creando una musica che è tanto abrasiva e poetica, quanto scarna e cinematica, mi sono sorpreso ad ascoltarla di notte in macchina quest’inverno e di pensare di trovarmi dentro la colonna sonora di un film, magari in bianco e nero, metropolitano, con pochissimi dialoghi e dove a parlare sono più le immagini che non i protagonisti. Magari un po’ hard boiler, specie quando suonano musiche come quelle di “The advantage of being God”. Qualche volta mi è anche sembrato di vedere (o forse di sentire) le ombre di Bertold Brech e di Kurt Weil.
Bellissimo!

Per chi volesse acquistarlo questi sono i link diretti:
http://www.myspace.com/massabon
http://www.elgallorojorecords.com/

su i-tunes digitando “massabon”




Empedocle70

Intervista con Simone Massaron prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato?

La vera folgorazione è arrivata quando avevo circa setto/otto anni: frequentavo l’oratorio con i miei fratelli più grandi e suonavo la batteria nelle manifestazioni della chiesa. C’erano un paio di ragazzi più grandi che suonavano e a me sembravano bravissimi. Nel frattempo stavo in camera mia a giocare con una chitarra di plastica con la quale facevo finta di suonare ascoltando a tutto volume le canzoni dei Kiss o degli Status Quo.
Poco tempo dopo, avevo nove anni, i miei zii mi regalarono una chitarra e da lì cominciò il tutto.
Devo dire che l’amore per lo strumento è sempre stato totale, mi ha sempre interessato qualsiasi cosa avesse a che fare con la chitarra, tanto è vero che ho studiato liuteria con Carlo Raspagni e per qualche tempo ho anche costruito degli strumenti, ma ho presto capito che dovevo stare dall’altro lato della chitarra.
la mia prima chitarra significativa è stata una Eko C02 elettrica, con il corpo in pino e un ampli FBT. Erano terribili, ma a me sembravano strumenti d’oro.
Un amico di famiglia era il direttore di un negozio di strumenti musicali a Milano e io stavo da lui quasi tutti i pomeriggi chiedendogli di provare qualsiasi chitarra. Tornavo a casa e non facevo che pensare alle chitarre e a quanto volevo una Fender.
E avevo 12 anni. Forse si dovrebbe parlare di ossessione.
Di recente ho descritto il mio rapporto con la chitarra nel libro del fotografo Ralph Gibson “State of the Axe” in cui Ralph ha chiesto a ognuno dei chitarristi ritratti di scrivere a proposito del loro rapporto con lo strumento. A parte la gioia di essere nello stesso libro insieme a gente come Jim Hall, John Scofield o Les Paul è stato bellissimo avere la possibilità di spiegare ai potenziali lettori cosa viveva un ragazzino italiano nei primi anni ’80 che aveva la passione per la chitarra.
Era ed è ancora una cosa mia; un rapporto molto intimo, una coperta di Linus che ti sta attaccata alle spalle in una custodia. Ricordo ancora un periodo molto brutto della mia vita in cui però uscivo tutti i giorni con la chitarra sulla schiena, che mi servisse o no. La sola idea di poterla tirare fuori e sentire le corde sotto le dita mi faceva sentire meglio.
Ora il rapporto è sicuramente più maturo, ma sono ancora in grado di rimanere sconvolto quando “incontro” uno strumento per il quale perdo la testa: mi è successo giusto un mese fa con una Gibson ES125 degli anni ’50.
Ora la mia chitarra principale è una Fender Telecaster ’52 alla quale ho cambiato le sellette del ponte con delle Glendale in titanio e alla quale ho fatto sostituire i tasti e correggere il radius del manico che è stato anche sverniciato. E’ una chitarra molto semplice e per questo molto difficile da suonare. L’altro strumento del cuore è una “Antonio Catania” (credo) degli anni ’40, in faggio con una buffa forma tipica delle chitarre siciliane da stornello. L’ho fatta sistemare da Lucio Carbone e ha un suono fantastico; forse poco volume, ma un suono malinconico e molto blues.

Una cosa che mi ha stupito è la versatilità e la disinvoltura con cui approcci non solo la chitarra elettrica, ma anche altri strumenti come il banjo, la baritone e la fretless, come mai questa scelta? Solo una necessità per poter eseguire un repertorio più ampio o una precisa scelta stilistica? Quali sono le difficoltà, anche tecniche, che ha incontrato passando da uno strumento all’altro?

Credo che alla base ci sia una fortissima curiosità e voglia di fare tutto, ma volte tutto questo diventa un arma a doppio taglio perchè è inevitabile essere dispersivi.
La chitarra baritona è uno strumento che va molto di moda e io appassionato di cose e musiche degli anni ’50 mi ci sono fatto trascinare. Posseggo una Jerry Jones Neptune che è una replica delle vecchie Danelectro, ma costruita con un pò più di grazia di Dio. Ha un suono molto Twang che mi piace tantissimo e poi il fatto di avere le corde così grosse permette di lavorare molto sugli armonici. Di recente la sto usando per leggere cose da violoncello, ma faccio una gran fatica. Il banjo è uno strumento che suono molto poco, ma solo perchè non ho tempo di studiarlo come vorrei e quindi mi limito a fare quelle due cose in cui mi sento sicuro. Penso che studiare la tecnica di roll del banjo bluegrass sia utile a tutti i chitarristi, ti apre la mente. Suono anche varie chitarre slide, lap steel con le quali ho acquisito una discreta tecnica negli anni, ma anche queste vorrei veramente suonarle meglio.
La fretless merita un discorso a se: ho desiderato molto averne una e quando ne ho avuto la possibilità ho scelto di farmela costruire su mio progetto da un liutaio milanese.Ha un manico in wengè con tastiera in ebano e corpo in mogano e questo le da un grande sustain. E’ molto difficile da suonare perchè in pratica sei sempre stonato e farsi una tecnica su questo strumento mi è costato un paio di anni di studio. La suono dal 2000 e nel 2006 sono stato invitato a partecipare al fretless guitar festival di New York; il mondo della chitarra fretless è decisamente strano, quando ero lì mi sembrava di essere in una setta dove se hai dei tasti non ti accetta nessuno.

lunedì 1 febbraio 2010

Leonardo De Marchi in concerto

Il 6 Febbraio 2010 alle 17:30 il Circolo artistico di Venezia ospiterà l'evento "El cafè, el sùcaro e i so matti golosessi", dialogo per voce recitante e chitarra. Mariapia Colonnello (voce recitante) e Leonardo De Marchi (chitarra) condurranno l'uditorio in un vero e proprio viaggio gastronomico attraverso i secoli, dando voce agli scrittori più famosi e rappresentativi della storia della Serenissima. L'evento si terrà a Venezia, presso le Prigioni di Palazzo Ducale.
Ingresso libero.

Recensione di Breaking News di Simone Massaron,, Long Song Records (2006)


Una bella sorpresa questo Breaking News del chitarrista milanese Simone Massaron. Uno si affanna, cerca sempre qualcosa di nuovo, tiene sotto controllo per mesi e anni le vari avanguardie mondiali per poi scoprire che nella sonnacchiosa pianura padana si possono scoprire queste gemme musicali sorprendenti! E’ un disco curioso, dal suono abrasivo e a volte contorto, originalmente e intelligentemente “dazed and confused” che ti avvince fin dal primo ascolto e che si stratifica in nuove impressioni nei successivi passaggi sul piatto del lettore cd.
I nomi coinvolti sono tutti di assoluto prestigio e fanno in fretta a confermarsi con tranquilla sicurezza degli impareggiabili compagni di gioco e di viaggio: al sax tenore l’ispirato e energico Daniele Cavallanti, alla batteria i poliritmi del versatile Tiziano Tononi, al basso Steve Piccolo, già membro dei Lounge Lizards e cantante dalla voce scura e torbida che mi ricorda il migliore Tom Waits e alle chitarre, oltre al leader Massaron, che firma tutte le composizioni con l’eccezione della fogertyiana “Run Through the Jungle”, un nome di spicco direttamente dalla migliore scena downtown newyorchese: il camaleontico Elliott Sharp.
Un disco che odora di blues, di marching band alla New Orleans, di avanguardia sorniona e ispirata, di free rovente e catartico con le sei corde e il sax a duellare tra loro in intrecci vorticosi dove il suono viene sottoposto a spinte centrifughe passando con disinvoltura tra momenti di pura astrazione, passaggi dal sapore desertico, suggestivi richiami al Delta e furiose impennate di rock senza compromessi.
Ecco, un disco davvero senza compromessi ma senza le pesantezze di una certa avanguardia troppo spesso autoreferenziale e mai slegato dal piacere di un ascolto che si trasforma spesso in un gioco alla scoperta di quel passaggio, di quella frase, di quel “link” sonoro che ti porta a sorridere, a battere il piede ma anche a riflettere, a gustare, ad assaporare lentamente.
Un disco insolito … mi far venir voglia di ascoltarne di più.

Un punto in più per la qualità dir registrazione e per la scelta di aver messo le chitarre di Massaron sul canale sinistro e quella di Sharp sul destro: sentirli fare il call and response così in cuffia è vera goduria.

Elenco dei brani: 1. Breaking News - 2:07; 2. Albert Meets Nels - 4:12; 3. Louisiana Rain - 8:31; 4. Plick Plick - 1:24; 5. The Kid - 5:04; 6. Run Through the Jungle (John Cameron Fogerty)- 6:27; 7. Bumper to Bumper - 1:11; 8. Brain Washed - 8:10; 9. Ruth's Tale - 3:30

Empedocle70

Simone Massaron



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Intervista con Empedocle70

parte quinta

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- SIMONE MASSARON WITH ELLIOTT SHARP AND STEVE PICCOLO
- NELS CLINE,ELLIOTT SHARP,S.MASSARON,S.PICCOLO AND NEXUSNELS CLINE,ELLIOTT SHARP,S.MASSARON,S.PICCOLO AND NEXUS

Simone Massaron: Biografia


"simone massaron is an inventive improviser and highly skilled guitarist, is a unique voice among a new generation of musicians literate in both the improvising traditions of derek bailey/fred frith and rock/free jazz, working towards a new language of the guitar". Marc Ribot

Simone Massaron nasce a Milano nel 1971. Quando aveva quattro anni ha iniziato a studiare pianoforte con il padre Sergio, che è stato direttore d'orchestra. Nei suoi primi quindici anni suona diversi strumenti (pianoforte, chitarra, batteria) suonando in diverse band locali creando così lo sfondo per un poli-talento strumentale che gli permetteranno, in seguito, di meglio diffondere le sue idee musicali . A sedici anni si concentra sulla chitarra e se ne va all'estero a fare concerti in tutta Europa con una rock band locale. Gli anni successivi sono poi dedicati al jazz solo, frequentando masterclass con Pat Metheny, Bill Frisell, Mick Goodrick, Marc Ducret e John Scofield. Il suo primo cd "Breaking News" esce per l'etichetta milanese Longsong Records, registrazione effettuata insieme con il suo eroe Elliott Sharp, e gli darà anche la possibilità di mescolare le sue chitarre con Nels Cline, Marc Ribot e di eseguire diverse altre registrazioni. Il suo stile sullo strumento mostra tutto il suo eclettismo e il suo piacere di muoversi attraverso i generi, come l'improvvisazione radicale, la musica avant-garde, il looping e live electronics, ma anche il blues, le sountracks in diretta su film muti, 60's Lounge.

Tutto questo è possibile grazie alla grande tecnica strumentale che gli consente di vagare in zone sconosciute del repertorio della chitarra. Simone Massaron è una delle migliori fretless guitar in Italia e ha partecipato nel 2006 al "Fretless Guitar Festival" a New York.

"Dandelions on Fire", il secondo disco a suo nome per Longsong Records nel 2008, con Carla Bozulich, viene acclamato della critica ed è votato come uno dei migliori dischi dell'anno da molte riviste musicali. In estate si esibisce anche dal vivo con Marc Ribot come duo. Dal 2008 membro del collettivo "El Gallo Rojo".

Ha suonato con musicisti come Marc Ribot, Elliott Sharp, Nels Cline, Carla Bozulich, Tiziana Ghiglioni, Steve Piccolo, Gak Sato, Xabier Iriondo, Giovanni Maier, Tiziano Tononi, Daniele Cavallanti, Jenny Scheinman, Zeno de Rossi, Massimo Pupillo, Giorgio Pacorig, Alfonso Santimone, Emanuele Parrini, Piero Bittolo Bon, Carlo Garofalo, Achille Succi, Carlo Virzì, Craig Green, Scott Amendola.