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venerdì 20 dicembre 2013

Entrevista a Manuel Barrueco di Fernando Bartolomé Zofío, Modern Guitar Ensemble quinta parte

Entrevista a Manuel Barrueco di Fernando Bartolomé Zofío, Modern Guitar Ensemble quinta parte



realizada en el
Festival de Guitarra de Córdoba

Por Fernando Bartolomé Zofío. Julio 2013. Córdoba (España)

Puede ser que pasara allí lo que pasó en Europa con Llobet. Fue un gran guitarrista, arreglista y compositor que hoy en día es muy valorado por todas las opiniones que escucho de gente que ha escuchado grabaciones o por las mismas crónicas de su época. Quizás no fue a más por la sombra alargada de Segovia…

Cuando yo estaba en Cuba, la influencia de la guitarra española en Cuba era muy fuerte allá. Las cosas que estudiábamos eran los métodos de Pascual Roch, de Pujol. No sé si Llobet fue a Cuba pero en ese momento toda esta gente eran mitos allá. Lo que sí he oído miles de veces es que Rey de la Torre estudió con Llobet. Rey era una persona diferente a Juan Mercadal. Juan era más campechano mientras que Rey estaba más en el mundo del arte, de la guitarra, y posiblemente tuviera menos interés en mí. Estaba más
en su mundo. Yo no di muchas lecciones con él.

¿Qué aprendiste con Rey de la Torre?

En esa época yo vivía al lado de Nueva York y cogía un autobús para ir. Yo no recuerdo muchas lecciones. Recuerdo un apartamento más o menos desocupado, compartido con un pintor; un pájaro en una jaula… supongo que tenía una vida más bohemia. Lo que recuerdo con él es que hacía mucho hincapié en apagar las cuerdas. Tenía un montón de formas diferentes de cómo apagar las cuerdas. Lo que se nota en él, te hablo de años después, es que estaba por delante de su tiempo porque si tú ves las cosas que él hizo son cosas finas. Tocó obras de Julián Orbón muy buenas, como el Prelude y Toccata.

Además hizo unas cuantas grabaciones.

Grabó cosas de Sor; la Sarabanda lejana, de Rodrigo; una Sonata de Ardévol que aunque no sé mucho de él sí conozco bien esta obra porque la grabé y puedo decir que era un buen compositor. Aunque es posible que no llegara a grabarla. Creo que el primero que la grabó fue Leo. También recuerdo que grabó las Variaciones sobre un tema de Milán, de Joaquín Nin-Culmell

Pavana (Milán). Rey de la Torre



Rey era más distante. También recuerdo que cobraba algo por las lecciones, él decía que por una cuestión de disciplina. Yo, tan jovencito en esa época, no podía creerme que estuviera dando clase con esta gente. Se fue muy pronto de Cuba y era como un mito.
En Cuba, después de la Revolución, cuando se convierte en comunista, en las tiendas no había nada, ni en las casas de música, y en todo caso lo que había nacionalizado por el gobierno. Entonces no se podía comprar un disco, pero un amigo me prestó un disco de Segovia en el que había repertorio de Albéniz y Granados, que ahora se piensa que, a lo mejor, de ahí salió lo que hice después. Era un Long Play, por un lado Albéniz y Granados y por el otro Torroba, las Canciones catalanas de Llobet, Danza Mora deTárrega. Y este disco sí me impactó mucho y para mí es como un clásico. Y esto de lo digo porque el otro día hablando con alguien me di cuenta de que el primer disco que hace Leo en Cuba, con la Sonata de Abreu, el Elogio de la Danza, Estudio 7 de Villalobos, Sonata Meridional de Ponce, Preludio de Carlos Fariñas… Todo esto yo lo grabo, inconscientemente pero yo lo grabo. Y tiene que haber una conexión de todo
esto. En uno de los viajes de Leo a Santiago, según recuerdo, en la casa del maestro Manuel Puig, nos dijo algo así como que ya no iba escribir para la guitarra porque no pasaría a la Historia escribiendo para guitarra. En esta época estaba ya metido en el tema de la música concreta, la aleatoria. Pero allí nos tocó su última composición, el Elogio de la danza, lo cual fue impresionante para todos nosotros.

El caso es que Rey se fue a California y por un tiempo no estuve estudiando con nadie.
Estuve bastante solo, e incluso dejé de tocar también

muchas gracias a Fernando Bartolomé Zofío, Modern Guitar Ensemble

- primera parte

venerdì 14 dicembre 2012

Intervista a Lucio Matarazzo, quinta parte

Ci parli del tuo endorsement per la D’Addario, la nota marca di corde per chitarra, e non solo, americana?

Tutto è avvenuto con estrema semplicità. A Koblenz, in Germania, ho incontrato Thomas Offerman, un bravissimo chitarrista che ha abbandonato l’attività concertistica e che ora si occupa della distribuzione europea della D’Addario. Conoscendomi di nome e sapendo quello che era il mio curriculum, mi ha proposto di fare l’endorser per la nota marca di corde, assicurandomi una ampia fornitura di corde all’anno.



Dopo circa due anni mi ha chiesto di fare una video-intervista da pubblicare sul sito ufficiale, ma purtroppo ci siamo sempre incrociati di sfuggita (aereoporti, concerti...), così come l’ultima volta che ci siamo incontrati - se non erro al “Cremona MondoMusica”. Tornato a casa e visto che era da poco uscito un nuovo accordatore prodotto dalla Planet Waves, del gruppo D’Addario, ho fatto un piccolo video di per pubblicizzare il Mini HeadstockTuner, tra l’altro ottimo, lo uso sempre...

Come vedi la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Hai aperto anche tu come me una netlabel, qual è il bilancio?

Io credo che oramai il grosso delle attività discografiche abbia preso una direzione da cui non si tornerà indietro.
Spesso faccio un esempio tratto dalla mia vita privata: ho due figlie, una di 21 e l’altra di 17 anni. La prima, che mi prendeva in giro quando ancora ascoltavo gli LP (cosa sono queste “pizze” nere?), masterizzava le sue playlist sui CD. La seconda ha il suo bell’iPod e credo non abbia masterizzato più di due o 3 CD in vita sua....
A distanza di pochissimi anni c’è stata una vera e propria rivoluzione.
Oggi ha senso pubblicare un CD solo per poterne avere un ricavo vendendone ai concerti. La tanto sbandierata “distribuzione internazionale” nei negozi è defunta già da tempo e la maggior parte di coloro che ostentano vendite di migliaia di CD, dicono solo falsità ben sapendo - a proposito di marketing - che è difficile smentirli.

D’altro canto le numerose piattaforme con cui si possono vendere gli album, oramai consentono a tutti, con costi quasi inesistenti, di veicolare le proprie registrazioni ed interpretazioni e di farsi conoscere.
Con la diffusione della musica liquida, dovuta all’abbassamento dei prezzi di vendita, anche le case discografiche hanno capito che questo era un canale molto redditizio per poter distribuire i loro prodotti.
Per quanto riguarda la mia WebLabel, è ancora un po’ presto per poter fare un bilancio, anche tenendo ben presente che è un mercato di nicchia, ma in cui sono già presenti centinaia di migliaia di album.

Cerco di dare anche io come te una certa priorità alla musica contemporanea con album - oltre alla ristampa on-line del bellissimo CD “Blu” di Arturo a cui tu facevi riferimento - che contengono prime esecuzioni, come quello del giovane virtuoso A.Mesirca, i due dedicati alle musiche di A.Franco, ad opera di M.Rivelli ed E.Brignolo, o il bellissimo “Dedication” che racchiude un po’ l’opera che Piero Bonaguri sta portando avanti, facendo avvicinare alla chitarra autori contemporanei di diversissima estrazione...



Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Bella domanda! Purtroppo è difficile rispondere perché le variabili in gioco sono tantissime.
Quello che mi sentirei di dire è di curare bene la propria preparazione, soprattutto musicale, e leggere moltissima musica, anche non legata al proprio strumento. Ho visto tanti ottimi strumentisti arrancare nella propria attività, ma non conosco musicisti con una preparazione profonda e di spessore che non abbiamo saputo poi trovare una propria strada che, naturalmente, non deve essere per forza quella del concertismo e men che meno del solismo. Io stesso ho avuto e ho poche parentesi solistiche, ho suonato in duo per 22 anni, da quasi 17 in quartetto, ed ora di nuovo in duo, facendo anche tantissima musica da camera nelle formazioni più disparate, dal semplice duo col flauto agli ensemble con strumenti etnici....

Parallelamente però consiglierei di tenere gli occhi aperti su tutto quello che riguarda il vivere quotidiano: non finirò mai di ricordarmi quanto sia stato fortunato ad iniziare ad insegnare in conservatorio molto presto. Ma questo mi è servito non certo per adagiarmi con uno stipendio sicuro - come ho visto purtroppo fare a tanti miei colleghi anche di talento -, ma piuttosto per investire ed avere la serenità e l’indipendenza economica per poter continuare a studiare con calma e ad approfondire tutte le problematiche di questa difficilissima ma bellissima professione...

Consigliaci cinque dischi per te indispensabili, da avere sempre con te... i classici cinque dischi per l‘isola deserta... e quali sono invece i tuoi cinque spartiti indispensabili?

Se ti riferisci alla chitarra, beh, credo che quello con i Concerti di Castelnuovo-Tedesco e di Ponce suonati da Segovia e quello col Nocturnal di Britten e i Drei Tentos di H.Werner Henze suonati da Bream mi basterebbero, mentre per il resto sono un po’ conservatore... i Quartetti op.18 di Beethoven nell’interpretazione del Quartetto Italiano, i concerti di Brahms e di Bartók suonati da Pollini, ma è impossibile scegliere senza lasciare fuori tante interpretazioni importanti e affascinanti....

Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando? Prevedi di ristampare qualche tuo disco .. magari con la tua netlabel…

Sto portando avanti molti progetti e in vari campi. Dal punto di vista concertistico ho da poco fondato un nuovo quartetto legato al mio Magazine, il dotGuitar Quartet, con i miei amici e colleghi G.Allocca e P.Viti e con un mio brillante alunno, M.Tamburrini, col quale ho già fatto numerosi concerti. Molti di questi hanno avuto come protagonista la cantante Marina Bruno, interprete raffinata della melodia colta e popolare napoletana - già protagonista principale nella “Gatta Cenerentola” di Roberto De Simone - con la quale dopo aver portato in giro un programma intitolato “SudAmerica”, stiamo preparando un altro progetto che si intitolerà “Mediterranea” con arrangiamenti di musiche che vanno dalle villanelle napoletane, al fado, alla musica nordafricana, balcanica e greca.







Da poco, dopo la prima esperienza col Concerto di Castelnuovo Tedesco per due chitarre e orchestra di due anni fa, ho iniziato a suonare stabilmente col virtuoso napoletano Aniello Desiderio dando vita al “Virtuoso Duo”. Con lui ho in programma un video, un CD e, per l’anno prossimo, un tour mondiale.




Per quanto riguarda l’attività editoriale, oltre agli sviluppi del Magazine, che l’anno prossimo vedrà ampliata la piattaforma con un corso di chitarra on-line ed una web-TV, ho da poco consegnato all’editore Ut Orpheus i primi 4 volumi della collana di studi e musiche dell‘800 che è da me diretta e che prevede in totale circa 40 volumi.
Sarà una formula molto innovativa su una triplice piattaforma, perché per ogni volume ci sarà la partitura - con una introduzione di Angelo Gilardino - pubblicata da Ut Orpheus, le note di analisi e i consigli per lo studio, pubblicati sulla piattaforma iBook sul sito Apple, e l’album con tutte le registrazioni nella mia etichetta DotGuitar/CD reperibili on-line su iTunes Music Store, Amazon etc.
Recentemente ho presentato questo progetto in anteprima al Convegno Internazionale di Chitarra di Alessandria, durante una conferenza che ho tenuto sul “fenomeno” dotGuitar.
Credo che sia la prima volta al mondo che viene presentato un progetto editoriale con una simile struttura!




Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Credo che ognuno di noi possa rispondere in maniera diversa a domande simili; posso solo dirti perché ho deciso di essere musicista io. Innanzitutto perché mi piaceva molto esprimermi attraverso la musica, ma allo stesso tempo mi attirava molto anche questo senso di sfida al superamento delle difficoltà che lo strumento pone, una battaglia per una ricerca di perfezione che non si raggiunge mai e che anche quando sembra aversi “toccato”, sparisce rendendoti consapevole di quanto effimero sia il risultato.

Alle altre due domande è difficile dare risposta perché il mondo della musica è molto variegato e quindi anche quello dei musicisti.
So solo che - anche a costo di essere banalmente retorico - se ci fosse più musica e se ci fosse una partecipazione attiva alla musica colta da parte di più persone, vivremmo in una società di sicuro migliore.
Se solo si tenesse in considerazione il fatto che due dei mali peggiori dei nostri tempi, la droga e il razzismo, sono praticamente assenti da questo piccolo mondo - pensiamo ad esempio, per quanto riguarda il razzismo e i conflitti etnici, al miracolo della West Eastern Divan Orchestra organizzata e diretta da D.Barenboim - si capirebbe quanto è importante la cultura e la conoscenza della musica.
Ma oggi siamo tutti sotto una cappa dominata dalla finanza, dalle banche e dalle multinazionali, e si sta perdendo ogni contatto con ciò che l’uomo ha di più profondo: l’anima.
Ecco, in questa riscoperta dell’anima - e quindi anche della persona - la musica attiva potrebbe giocare un ruolo importantissimo. Purtroppo la ostacola una classe dirigente e politica ignorante e corrotta, da cui non ci si può aspettare molto....



sabato 25 giugno 2011

Intervista a Dora Filippone, quinta parte


Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Ho da anni alcuni progetti ai quali lavoro in modo continuativo a prescindere dalla visibilità che in questo momento hanno nel mondo della chitarra, ma vivono di musica e resistono alle mode. Credo che essendo il "sentimento" e non il calcolo la cifra stilistica del mio essere musicista, ci sarà un momento in cui tutto quello che ho fatto e continuo a fare avrà il suo giusto peso e la sua giusta visibilità. Posso dire che in questi anni di navigazione ho incontrato molti musicisti alcuni più onesti altri molto meno, per mia natura so aspettare e lavorare con pazienza. Dopo trent'anni d'insegnamento continuativo esclusivamente in Conservatorio posso poter dire che ho elaborato, grazie a tutte le persone che ho incontrato in questo lungo tempo, un progetto che si sviluppa su un nuovo modo di rapportarsi con la chitarra e la musica, grazie anche alla mia esperienza di musicista estremamente varia e senza pregiudizi di fondo. Si chiama "Guitare actuelle" e non temo concorrenze sleali, in quanto mi appartiene ed è così intimamente legato alla mia cultura, alla mia sensibilità e al mio fare che non è copiabile. In questo senso mi sento una "stilista", ho il mio stile inconfondibile, la mia ricerca: amo insegnare, mi interessa e mi stimolano le persone che incontro e il rapporto che riusciamo a costruire nel rispetto della persona. Mi interessano sia i talenti che il loro contrario, la miglior soddisfazione nasce dal saper insegnare e trasmettere amore per la musica anche all'allievo meno dotato, perché sono le sue rinunce o le sue difficoltà che affinano la mia abilità oltre ad una mia disponibilità innata a svolgere questo mestiere. Da trent'anni pratico la didattica collettiva che non è lezione di gruppo, è un modo diverso di organizzare i rapporti e di mettere in relazione con la musica e lo strumento le persone che hanno capacità diverse e attitudini diverse. Inoltre con Guitare actuelle si vuole dare avvio ad una riflessione sulle possibilità di estensione delle pratiche strumentali - chitarra classica, chitarra acustica ed elettrica, chitarra jazz, ecc, - coinvolgendo anche altri strumenti affini quali liuto, arciliuto, mandolino, chitarra dell'800, dimostrando che la chitarra è uno strumento versatile, fonte di opportunità e che puntando su questa sua peculiarità si può essere non solo innovativi, ma conquistare attenzione nel mondo musicale.

Su questa intercambiabilità e nel saper suonare più di uno strumento ho costruito la mia carriera ed i gruppi che ho fondato. Dopo aver fondato l'Ensemble Antidogma Musica e diretto per vent'anni il Festival omonimo dedicato in prevalenza alla Musica contemporanea ora continuo con:

-il PPPianissimo Guitar Ensemble formazione con più chitarre con la quale da due anni abbiamo uno scambio con il Conservatoire de Musique di Ginevra con la classe di Alessio Nebiolo ed il Conservatorio "Vivaldi" di Alessandria

-il quartetto di chitarre FFFortissimo Guitar Ensemble cui partecipa Pino Russo noto jazzista.

-il duo con Alessio Nebiolo con brani inediti dei primi '900 legati ai fratelli Carosio compositori alessandrini della Belle Epoque che hanno scritto moltissimi brani per chitarra, 2 chitarre, chitarra e mandolino (alterno la chitarra ed il mandolino in concerto) in un concerto multimediale con proiezioni di filmati d'epoca che ha riscosso molto successo sia in Francia che in Italia.

- il "Concerto delle Dame" una formazione al femminile, che si occupa di rari ed inediti del '700 italiano per mandolino/chitarra, flauto, clavicembalo e voce con esecuzione principalmente su strumenti originali e copie d'epoca.







Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

La musica è un linguaggio non verbale, ma è un linguaggio e come tale è adoperato da sempre dall'umanità. Prima di affrontare chi fa musica, per chi e a che scopo bisogna riflettere su un fatto essenziale la musica è diventata anche nell'ambito della cultura quella con la C maiuscola "oggetto" e come tutti gli oggetti è messo in vendita , acquistato ed usato. Dall'altra parte anche quadri o statue di grandi artisti, libri antichi e moderni sono oggetti che vengono messi in vendita. Il processo che li trasporta dal mondo puro delle idee al grande mercato allestito dall'intera umanità nel corso della storia appare un fatto così legato alla natura stessa del loro essere oggetto - anche se d'arte - che non ci si pone nemmeno il problema se ciò possa svilire in qualche modo la loro natura "artistica". Sembra invece che la musica vista sotto questa prospettiva decada dal mondo dell'arte a quello più basso del consumo, anzi consumo di massa.

"Il mondo della musica si è focalizzato sulla lucidatura maniacale di una vetrina di capolavori.

Per formare il pubblico di domani le istituzioni musicali dovrebbero rafforzare il loro impegno per la costruzione di ponti inaspettati tra generi diversi.

C'è una nozione che va decisamente respinta: quella che vede nella musica classica una fonte sicura di bellezza consolatoria - qualcosa come uno spa treatment, un trattamento rigenerante per anime stanche. Atteggiamenti del genere offendono non solo i compositori del XX secolo, ma anche i classici che si pretende di amare. Immagino l'ira di Beethoven, se qualcuno gli avesse detto che un giorno la sua musica sarebbe stata diffusa nelle stazioni ferroviarie per sedare i pendolari e allontanare i delinquenti. Familiarizzarsi con compositori quali Berg e Ligeti porta a scoprire nuove dimensioni anche in Mozart e in Beethoven: e ciò vale sia per il pubblico che per gli esecutori. Per troppo tempo abbiamo rinchiuso i maestri classici in una gabbia d'oro; è venuto il momento di aprirla.

ALEX ROSS (Traduzione di Elisabetta Horvat) © Alex Ross/Guardian News & Media Ltd

In un interessante libro di Philip Tagg Popular Music, viene infatti sottolineato, tra le varie analisi a cui la "musica" viene sottoposta, "che la prima cosa che salta agli occhi scorrendo l'indice del volume è il fatto che ci si occupa di repertori musicali che ben di rado vengono seriamente affrontati in ambito musicologico. Si tratta di quelle musiche che, diffuse attraverso dischi, la radio, il cinema e la televisione, usate per sonorizzare ambienti di ogni tipo, suonate in discoteca e in grandi concerti nelle piazze e negli stadi di mezzo mondo, con i loro suoni riempiono gran parte della nostra vita quotidiana." E' il rock, la disco music, la musica leggera, ecc è la" popular music" di cui "musica popolare" che ne sembrerebbe la traduzione più logica possiede connotazioni di eticità, di oralità, di cultura rurale e di epoca pre-industriale che ben poco hanno a che fare con l'idea di "popolar music" che invece è legata alle idee di internazionalismo, di mass media, di metropoli, di tecnologia e di modernità. L'analisi musicologia della popular music s'intreccia con un secondo interesse che è quello della comunicazione musicale. La musica ha infatti assunto una grandissima rilevanza sociale e culturale nella nostra vita. Ora questi recenti sviluppi delle attività musicali non sono stati controbilanciati da corrispondenti studi musicali - scuole, università, istituti di ricerca, conservatori- e questo ha creato vari tipi di problemi. Philipp Tagg, non vuole che lo studio della musica sia relegato come un'attività fine a se stessa ma cerca di portare avanti una ricerca che abbia una qualche utilità sociale rivolgendosi esplicitamente anche ad educatori, insegnanti perché bisogna occuparsi ed affrontare le attività musicali mass-mediatiche e coinvolgere in questo anche sociologi, antropologi che si occupano della nostra società e della nostra cultura. La musica alla pari degli altri mezzi di comunicazione è una forma di conoscenza che partecipa attivamente alla strutturazione dei valori, delle visioni del mondo, dei modelli di vita che caratterizzano la nostra cultura e società. Questo è l'aspetto "politico" che oggi si sottovaluta specie negli ambienti accademici e la gran colpa della mancata "evoluzione" della società odierna è proprio frutto di questa miopia che non fornisce gli strumenti critici per comprendere e giudicare la valenza ideologica dei messaggi musicali a cui spesso siamo sottoposti anche contro la nostra volontà. Ovviamente lo studioso Tagg è stato sempre molto osteggiato, i suoi studi in tale direzione iniziano negli anni '70 e come si può osservare, forse solo il jazz comincia a farsi strada faticosamente in Conservatorio. Esiste sempre la terribile missione di dover "alfabetizzare" non solo chi si occupa di musica diversa da quella classica ma di imporre un modello musicale universale, sostenendo che la musica è un linguaggio universale. Gli stessi suoni significano la stessa cosa per persone diverse in qualunque condizione, tempo luogo e cultura?

Dora Filippone


venerdì 25 marzo 2011

Glenn Branca: le chitarre oltre, quinta parte


L’estro di Branca raggiunge tuttavia risultati ancor più efficaci e plateali con la "Symphony No. 2", registrata dal vivo il 14 maggio del 1982 in una chiesa newyorkese (location che deve aver ispirato anche il sottotitolo "The Peak OfThe Sacred"), ma pubblicata su Atavistic solo nel 1992. Monumentale già per la durata complessiva che oltrepassa i settanta minuti nel raggio di·cinque movimenti, questa sinfonia si contraddistingue per un climax sonoro ancor più ostico e primordiale, flagellato e deformato da ben undici chitarre, molte delle quali modificate appositamente per ospitare tre serie di corde. Branca utilizza anche cascate .di armonici preregistrati e manipolati su nastro, potenziando il ruolo ritmico e percussivo di Wischerth con i frastuoni metal-industrial suscitati dal funambolico Z'èv, solista implacabile soprattutto nel secondo movimento intitolato Radioactive Poltergeist Kitchen 1955.
Concettualmente poderosa e ambiziosa è invece "Symphony No.3 - Gloria" (Neutral, 1983), sostanza sonica dagli accenti drammaticamente lividi e trascendentali, suddivisa in tre movimenti per un ensemble di tredici elementi (oltre ai soliti Ranaldo e Moore tra i chitarristi figurano anche Michael Gira degli Swans e Margaret DeWys dei Theoretical Girls). Branca intende l'opera come un esperimento per sviluppare sonorità con i primi 127 intervalli della serie armonica, raggiungendo così la misura di sette ottave. L’intervallo musicale fra due suoni si esprime con il rapporto fra le rispettive frequenze. L’intervallo di "ottava" è un particolare intervallo in cui il cui rapporto di frequenze fra i suoni è pari a 2. Per calcolare le ottave superiori (o inferiori) di un suono è pertanto necessario moltiplicare (o dividere) la frequenza considerata per 2, 4,8, 16, cioè 21, 2', 2" 2" dove gli esponenti 1,2, 3, 4, rappresentano il numero di ottave contenute nell'intervallo. Tali esercizi logaritmici sui principi che regolano le scale musicali e le serie armoniche sono un po' la passione e la ragione di vita d'ogni compositore-musicista minimalista e tanto per non smentire la sua appartenenza a tale categoria, Branca s'applicherà ad essi con pervicacia e ostinazione sempre più crescenti.
Tralascio le sinfonie e le opere che mi risultano essere ancora prive di documentazione discografica ("Symphony No. 4 - Physics" del 1983, "Symphony No.7 - Graz" del 1989, "Symphony No. 11 - The Netherlands" e "Symphony No. 12 .Tonal Sexus" entrambe del 1998) non si può però affatto tacere di alcuni lavori e progetti che caratterizzano l'estetica e il peculiare discorso musicale di Branca dai medi anni Ottanta fino alle porte del secondo millennio. A nostro modesto avviso l'ultima opera centrale e autenticamente audace scaturita dal suo sconfinato (e scostante) ego artistico è "Symphony No. 5 - Describing Planes Of An Expanding Hypersphere" (New Tone, 1997), realizzata nel 1984 per un'orchestra di dieci elementi e un armamentario strumentale di chitarre, tastiere, basso, batteria. La base teorica da cui discendono i suoi sei movimenti risiede nella serie armonica naturale rispetto alla quale tutte le chitarre (costruite e modificate artigianalmente per essere picchiate e sfregate anche con bacchette in posizione orizzontale) sono puntigliosamente accordate. Veemenza e dolcezza si mescolano qui tra gli agglomerati dei sovratoni che salgono e scendono incessantemente fino a provocare un deflagramento massimalista d'entità colossale.
Per il cinema e la danza vedono rispettivamente la luce su album "The Belly Of An Architect" (1986), colonna sonora per orchestra ad archi di stampo nymaniano scritta insieme a Wim Mertens per l'omonima pellicola del regista Peter Greenaway, e "The World Upside Down" (Crepuscole, 1992) eseguita dalla New York Chamber Sinfonia. C'è da dire che la prolificità produttiva di Branca nell'ultimo decennio ha lambito spesso le sponde di quell'avanguardia accademica intelligentemente avversata agli esordi, ma per un genio di questo stampo, che nonostante tutto il ben di dio prodotto finora ancora fatica a sbarcare il lunario e a pagarsi le bollette di casa, le opere e i concerti commissionati dalle fondazioni artistiche costituiscono l'unica fonte di guadagno per condurre un'esistenza dignitosa quanto basta. L’estro di Branca raggiunge tuttavia risultati ancor più efficaci e plateali con la "Symphony No. 2", registrata dal vivo il 14 maggio del 1982 in una chiesa newyorkese (location che deve aver ispirato anche il sottotitolo "The Peak OfThe Sacred"), ma pubblicata su Atavistic solo nel 1992. Monumentale già per la durata complessiva che oltrepassa i settanta minuti nel raggio di·cinque movimenti, questa sinfonia si contraddistingue per un climax sonoro ancor più ostico e primordiale, flagellato e deformato da ben undici chitarre, molte delle quali modificate appositamente per ospitare tre serie di corde. Branca utilizza anche cascate .di armonici preregistrati e manipolati su nastro, potenziando il ruolo ritmico e percussivo di Wischerth con i frastuoni metal-industrial suscitati dal funambolico Z'èv, solista implacabile soprattutto nel secondo movimento intitolato Radioactive Poltergeist Kitchen 1955.
Concettualmente poderosa e ambiziosa è invece "Symphony No.3 - Gloria" (Neutral, 1983), sostanza sonica dagli accenti drammaticamente lividi e trascendentali, suddivisa in tre movimenti per un ensemble di tredici elementi (oltre ai soliti Ranaldo e Moore tra i chitarristi figurano anche Michael Gira degli Swans e Margaret DeWys dei Theoretical Girls). Branca intende l'opera come un esperimento per sviluppare sonorità con i primi 127 intervalli della serie armonica, raggiungendo così la misura di sette ottave. L’intervallo musicale fra due suoni si esprime con il rapporto fra le rispettive frequenze. L’intervallo di "ottava" è un particolare intervallo in cui il cui rapporto di frequenze fra i suoni è pari a 2. Per calcolare le ottave superiori (o inferiori) di un suono è pertanto necessario moltiplicare (o dividere) la frequenza considerata per 2, 4,8, 16, cioè 21, 2', 2" 2" dove gli esponenti 1,2, 3, 4, rappresentano il numero di ottave contenute nell'intervallo. Tali esercizi logaritmici sui principi che regolano le scale musicali e le serie armoniche sono un po' la passione e la ragione di vita d'ogni compositore-musicista minimalista e tanto per non smentire la sua appartenenza a tale categoria, Branca s'applicherà ad essi con pervicacia e ostinazione sempre più crescenti.




Tralascio le sinfonie e le opere che mi risultano essere ancora prive di documentazione discografica ("Symphony No. 4 - Physics" del 1983, "Symphony No.7 - Graz" del 1989, "Symphony No. 11 - The Netherlands" e "Symphony No. 12 .Tonal Sexus" entrambe del 1998) non si può però affatto tacere di alcuni lavori e progetti che caratterizzano l'estetica e il peculiare discorso musicale di Branca dai medi anni Ottanta fino alle porte del secondo millennio. A nostro modesto avviso l'ultima opera centrale e autenticamente audace scaturita dal suo sconfinato (e scostante) ego artistico è "Symphony No. 5 - Describing Planes Of An Expanding Hypersphere" (New Tone, 1997), realizzata nel 1984 per un'orchestra di dieci elementi e un armamentario strumentale di chitarre, tastiere, basso, batteria. La base teorica da cui discendono i suoi sei movimenti risiede nella serie armonica naturale rispetto alla quale tutte le chitarre (costruite e modificate artigianalmente per essere picchiate e sfregate anche con bacchette in posizione orizzontale) sono puntigliosamente accordate. Veemenza e dolcezza si mescolano qui tra gli agglomerati dei sovratoni che salgono e scendono incessantemente fino a provocare un deflagramento massimalista d'entità colossale.
Per il cinema e la danza vedono rispettivamente la luce su album "The Belly Of An Architect" (1986), colonna sonora per orchestra ad archi di stampo nymaniano scritta insieme a Wim Mertens per l'omonima pellicola del regista Peter Greenaway, e "The World Upside Down" (Crepuscole, 1992) eseguita dalla New York Chamber Sinfonia. C'è da dire che la prolificità produttiva di Branca nell'ultimo decennio ha lambito spesso le sponde di quell'avanguardia accademica intelligentemente avversata agli esordi, ma per un genio di questo stampo, che nonostante tutto il ben di dio prodotto finora ancora fatica a sbarcare il lunario e a pagarsi le bollette di casa, le opere e i concerti commissionati dalle fondazioni artistiche costituiscono l'unica fonte di guadagno per condurre un'esistenza dignitosa quanto basta.

Empedocle70

sabato 19 febbraio 2011

Intervista a Lucia D'Errico, quinta parte


Parliamo di marketing. Quanto pensi che sia importante per un musicista moderno? Intendo dire: quanto è determinante essere dei buoni promotori di se stessi e del proprio lavoro nel mondo della musica di oggi?

Un musicista brillante che non promuove se stesso è come una bellissima lampada che splende sotto un secchio. Sarebbe bello potersi occupare solo della ricerca, ma è necessario – oltre che molto faticoso – distinguersi tra le mille voci che ci circondano. All’estero lo sanno e in molti conservatori (tra cui Birmingham) vengono offerti corsi specifici.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli ti senti di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di muoversi molto, fisicamente ma soprattutto con la testa; di amare ciò che si fa, di amare ciò che non si fa, di ascoltarsi, di ascoltare.

Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Quali sono i tuoi prossimi progetti? Su cosa stai lavorando?

Un sogno che spero di realizzare a breve è di suonare con mia sorella Anna, una pianista straordinaria; la poca compatibilità dei due strumenti ci ha sempre frenato, ma vedremo… Per il resto, spero di collaborare con musicisti che mi stimolino e mi aiutino ad approfondire la conoscenza della mia creatività. Altri progetti: lavorare con artisti provenienti da ambiti extramusicali (arte visiva, letteratura, cinema… e chissà che altro), farmi influenzare, contaminare, innestare e disinnestare… insomma, cambiare.

Ultima domanda: Roberto Freak Antoni, il cantante degli Skiantos, ha scritto una volta un libro intitolato “Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti”… tanti chitarristi italiani, specialmente se interessati alla musica contemporanea si sono da tempo trasferiti all’estero e lì hanno avviato una carriera impensabile in Italia... pensi di seguire le loro orme?

Sono convinta che il male dell’Italia non sia né la stupidità né l’ignoranza – nonostante l’immagine che il nostro Paese ultimamente sembra voler dare di se stesso sia quella di una compiaciuta e anabolizzata superficialità. Ma per fortuna la realtà non è (o non è solo) quella che appare in TV: le persone intelligenti e creative sono tante. Credo che il difetto che nel nostro Paese le paralizza sia piuttosto l’abitudine alla lagna: è sempre colpa di qualche oscuro potere se le cose vanno male, e questo atteggiamento dannoso e purtroppo contagioso impedisce di pensare in grande e di agire, in un circolo vizioso di inerzia. Spero che l’esperienza all’estero rafforzi questa mia convinzione, così da tornare in Italia con ancora più voglia di cambiare le cose.

Ultimissima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Alla prima domanda lascio rispondere a Nietzsche: si fa musica perché senza musica la vita sarebbe un errore. Il posto di chi fa musica è (e non può che essere!) ai margini della società, come dovrebbe essere quello di ogni artista, di ogni filosofo, religioso, insomma, di ogni pensatore. Perché il pensiero, se non è marginale, se non ha la forza di collocarsi sempre nella coda dell’occhio – e quanta ce ne vuole! – indurisce, si fa violenza, si sclerotizza come la corteccia di un albero. Bisogna avere il coraggio e l’umiltà di essere sempre rami verdi… E’ inutile lamentarsi del distacco del pensatore dalle masse: nessun riconoscimento sociale o economico vale il compromesso che un’accettazione su larga scala non può che implicare. L’artista sta fuori, sta “fra”: guarda, commenta, capisce, e se non può o non vuole cambiare il mondo si sforza di cambiare se stesso: e ho detto tutto. E qui rispondo all’ultima domanda: al fatto che la musica possa cambiare la società credo poco. Non l’ha fatto finora, dubito che lo farà mai. Ma la musica ha un grosso potere, quello di cambiare le persone, o almeno di metterle in discussione. E la società è fatta di persone quindi forse…

Grazie Lucia!

venerdì 24 dicembre 2010

I Rachel's, post rock avantgarde ensemble, quinta parte

Nel 1996, inoltre, i Rachel's hanno realizzato il loro primo lavoro sinfonico registrato insieme alla Turtle Bluff Orchestra di Port Towsand, Washington. E hanno collaborato con registi, compagnie di danza, produttori teatrali e fotografi. Coltivando il loro amore per il cinema, hanno composto brani per film indipendenti e lungometraggi, tra i quali "Ogni maledetta Domenica" di Oliver Stone, "Star Maps" di Miguel Arteta e il francese "Una relazione privata". La loro musica è stata la colonna sonora del film-documentario "A day to remember" sull'inglese Channel 4.



Difficile parlare di rock ormai con i Rachel's di Systems/Layers (2003). Con questo disco, 19 brani però legati come un'enorme suite, i riferimenti ormai devono essere presi in altro ambito: Gavin Bryars, Philip Glass, Penguin Cafè Orchestra, Gorecky, gli ultimi Stars of The Lid... Systems Layers (Quarterstick, 2003) raccoglie musica composta per una compagnia teatrale, e soffre della frammentarietà di un simile lavoro, ma contribuisce anche ad introdurre nuove tecniche compositive, sviluppate sotto l'influenza dei Matmos. Found sounds e field recordings sono usati in tutta la registrazione, ma in un modo altamente austero e discreto. Il miglior mezzo per i Rachel è sempre l'antinomia romantico/cupo che permea i loro più lunghi pezzi da camera. Qui, è chiaro il modo in cui le scure, oppressive quasi funeree sonorità di Moscow Is In The Telephone, Esperanza, Water From The Same Source, Expect Delays, vengono temperate da melodie delicate (alternamente suonate al pianoforte, al violoncello e al violino). L'ensamble costruisce tessiture, e uno strumento, o una combinazione di strumenti, la disfa, come un raggio di sole che irrompe tra una fitta nebbia. La musica dei Rachel brilla veramente al confine tra romanticismo ed espressionismo. Il momento più romantico di questo faux romanticism è la sonata pianistica Anytime Soon, per il resto si registra una quasi totale assenza di percussioni, progressivo distacco dalla ciclicità minimale ormai sfruttata all'inverosimile, tono dell'opera a tratti molto cupo con grandi aperture romantiche, disco molto descrittivo, espressionista, malinconico, alternanza e sovrapposizione degli archi e delle parti strumentali con rumori ambientali, utilizzo sporadico dell'elettronica, voci e discorsi trovati, violoncelli drammaturgici, pianoforti esistenziali, accenni isolazionistici, perfino una canzone.

Ermetica e austera, la musica di Rachel's appartiene ormai di diritto alla tradizione cameristica dell'avanguardia.

Empedocle70

sabato 4 dicembre 2010

Setola di Maiale: intervista con Stefano Giust, quinta parte


Facciamo l’ipotesi che qualche chitarrista leggendovi sul Blog trovi delle affinità tra le vostre idee e le sue musiche, che cosa deve fare per mettersi in contatto con voi per proporvi un progetto discografico? Che requisiti chiedete?


Può scrivermi una mail all'indirizzo info@setoladimaiale.net. Riguardo la musica, deve essere originale, non convenzionale, contemporanea. Soprattutto deve essere sincera e vera, onesta.


Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J. P. Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?


Si fa musica perchè è un bisogno fisiologico quanto cosmico; il posto di chi fa musica nella nostra società è purtroppo la pattumiera. Burroughs sosteneva che l'arte, e quindi la musica, potrebbe contribuire a rendere migliore qualcuno che poi un domani potrebbe operare e dettare quelle scelte di evoluzione. Io credo più modestamente che la musica serva oggi solamente per sostenere gli affini d'animo e d'intelletto. Oggi l'arte è nella clandestinità… è diventata carboneria, o forse non ha mai cessato di esserlo. E probabilmente è giusto che sia così: non si può pretendere di essere una alternativa rimanendo dietro alla stessa barricata di coloro a cui noi non somigliamo e dai quali vogliamo prendere le distanze. Quindi per me va bene stare anche sotto la pioggia, di certo mi rafforza. Ma perchè è tanto difficile far attecchire pensieri e prassi diversi? Ho letto che oggi in Giappone sta impazzando una nuova stella del pop che è un personaggio virtuale, inesistente, un prodotto della tecnologia, algoritmi: però non c'è molto da stupirsi, già quelli in carne ed ossa sono quasi sempre dei pupazzi, ingenui politicamente e timidi culturalmente. Questa è una società dilaniata e offuscata, dove alcuni la fanno da padrone e questi non tollerano individui pensanti e autonomi. Per il potere gli artisti sono sempre stati dei nemici da ostacolare o da corrompere, perchè sono persone imprevedibili, scomode, che fan troppe domande e a cui è difficile chiudere la bocca, possono fare danni… Ma certo che possono fare "danni" quando liberano le coscenze delle persone trasformandole in individui originali! Ecco il loro ruolo, altro che pattumiera! Basta guardarsi intorno e questi segnali si possono cogliere ovunque. Le musiche di un certo tipo portano nei loro contenuti questi elementi di autonomia di pensiero, di originalità, di discussione ed ecco perchè si spendono tanti soldi per promuovere un Allevi piuttosto che un Guazzaloca.


grazie Stefano!
Empedocle70

sabato 9 ottobre 2010

IL CANTO DEL GABBIANO NORVEGESE gli anni classici di Terje Rypdal di Alessandro Monti, quinta parte



"Odyssey" (ECM 1975) é il suo capolavoro che chiude idealmente la prima fase della sua carriera discografica. E' un doppio album (vincitore quell'anno anche del premio della critica tedesca) in cui lo spettro della sua musica si arricchisce di nuove possibilità, ma che nella scandalosa e inspiegabile versione digitale (sia su singolo cd che in download) omette il brano più interessante "Rolling Stone", una maratona di un'intera facciata in cui lo stile aperto del chitarrista risplende in tutta la sua bellezza e creatività. Perchè la ristampa in cd abbia escluso quello stupendo brano non ci é dato di sapere (un doppio cd era la cosa più ovvia), ma é certo che acquistare l'album originale (ancora reperibile second-hand) sia l'unica possibilità per avere l'immagine completa del lavoro. E' curioso notare che la stessa "Rolling Stone" appare anche, in una versione dimezzata, nel disco dal vivo "1. New Jazz Festival - Hamburg 1975" (Polydor 1975) a conferma anche del potenziale live del brano e dell'intensa attività concertistica dell'Odyssey Band" ora ampliata dall'ingresso stabile di un organo (Brynjulf Blix) e un trombone (Torbjørn Sunde). Che il gruppo andasse in giro per l'Europa a suonare si vede anche dalla bella foto di copertina dove lo stesso Rypdal (che per la prima volta compare in foto) sta seduto sul retro di un classico furgoncino da tour con una strana Fender in mano, ancora uno strumento anomalo per un jazzista! Oltre alla citata "Rolling Stone" l'album contiene dilatate fantasie elettriche ("Darkness Falls", "Over Birkerot") e lente ballate del nord ("Adagio", "Better Off Without You", "Ballade") sottolineate da un organo che ricorda molto il suono che Miles Davis usa proprio in quegli anni sul bellissimo preludio di Get Up With It ("He Loved Him Madly"). Si può affermare che tutta la poetica di Terje Rypdal sia racchiusa in questo splendido doppio Lp.

Così dopo tutto il fermento degli ultimi anni sente il bisogno di fermarsi e riflettere: "After The Rain" (ECM 1976) é l'album più vicino al pop-rock che l'etichetta tedesca abbia pubblicato fino a quel momento; é pervaso da una sorta di strano romanticismo bucolico e l'immagine della collina verde in copertina ne é la prova: Il materiale é molto vicino all'approccio di due polistrumentisti quali Mike Oldfield o Bo Hansson. Rypdal vi suona tutto da solo con la sola voce di Inger Lise Rypdal a disegnare paesaggi con tenui colori pastello e sembra davvero che il mondo del pop sia sempre più vicino. Nel corso dello stesso anno infatti collabora ad un interessante progetto del trombettista e compositore Michael Mantler, "The Hapless Child" (WATT 1976) assieme a Robert Wyatt, Carla Bley, Steve Swallow e Jack DeJohnette registrando addirittura negli studi di Nick Mason (Pink Floyd). Il disco é un bellissimo esempio di musica scritta su testi già esistenti del grande disegnatore Edward Gorey, le cui tavole sono state pubblicate anche da noi in un libro della Milano Libri Edizioni ("Trilogia") nonchè in un secondo volume della BUR. La chitarra distorta di Rypdal, qui in veste di puro esecutore delle partiture di Mantler, é particolarmente funzionale ai brani, e fornisce una perfetta contrapposizione melodica alle declamazioni surreali di Wyatt.

Negli anni 1978-81 prosegue la sua avventura solista incidendo due volumi con un il trio denominato Rypdal/Vitous/DeJohnette (l'omonimo del 1978 e "To Be Continued" del 1981) e con alcuni musicisti fissi tra cui il trombettista Palle Mikkelborg in "Waves" (ECM 1978): la collaborazione con quest'ultimo sarà molto intensa sia live che in studio e ci regalerà anche il suggestivo "Descendre" (ECM 1980) con un'altra variante in trio Rypdal/Mikkelborg/Christensen, disco piacevole e arioso con la tromba a duettare con chitarra e tastiere. Ma la vera sorpresa arriva nel 1984 con "Eos", fantastico duo con il violoncellista David Darling: gli echi del cello elettrico si sommano alle nuove timbriche della chitarra Casio di Rypdal ricamando trame elettroniche indefinibili. Negli anni successivi Rypdal suonerà sempre più elettrico arrivando a formare un vero e proprio "power trio", The Chasers con Bjorn Kyellemyr al basso e Audun Kleive alla batteria ("Chaser" 1985, "Blue" 1987, parti di "The Singles Collection" 1989 e "If Mountains Could Sing" 1995), e perfino a collaborare con il giovane chitarrista metal Ronni LeTekro (TNT) che lo aveva riconosciuto come ispiratore e maestro. Con quest'ultimo incide tre album sorprendenti per fantasia ed energia ("Rypdal & Tekro", "Rypdal & Tekro II", "The Radiosong" e parti del "Double Concerto" 2000), contribuendo a scrivere anche il disco solo di LeTekro "Magica Lanterna": Rypdal viene ispirato dalla tecnica straordinaria del collega definita "machine gun" e offre alcuni dei momenti più entusiasmanti della sua carriera in una sorta di continua contaminazione tra rock, elettronica e musica classica; questi dischi sono ora di difficile reperibilità ma sono consigliati caldamente da tutti coloro che vogliono ascoltare fino a dove si é spinta l'audacia senza confini di Rypdal. Infine nella frenetica attività di "collaboratore" (Nordic Quartet, Ketil Bjørnstad, Markus Stockhausen, Michael Galasso, Supersilent) vorrei segnalare un'ottima prova relativamente recente: "Skywards" (ECM 1997) realizzata con l'aiuto di un batterista italiano tal Paolo Vinaccia che, nel corso di una rara performance con Terje Rypdal alla RAI (Roxy Bar con Red Ronnie) ha rivelato di essersi recato in Norvegia per una battuta di pesca, e di non esser più tornato a casa: almeno per la musica ha fatto un'ottima scelta...!

- prima parte
- seconda parte
- terza parte
- quarta parte
- quinta parte

Alessandro Monti

Un sincero ringraziamento da parte mia per il bellissimo articolo, un grande augurio per la sua carriera musicale e un invito sincero a tornare presto sulle pagine del Blog. Grazie Monti!

Empedocle70

venerdì 24 settembre 2010

Christian Fennesz: la chitarra è “glitch”, quinta parte


Il resto e storia d'oggi. La partecipazione al recente ultimo disco di David Sylvian “Magnafon”, capolavoro di riduzionismo sonoro e di definizione dell’assenza come valore e come sfondo per un suono al confine assoluto tra “less is more” e ricordi isolazionistici e "Black Sea", il nuovo album uscito per la Touch a fine 2008, un deja-vu che restituisce alla sperimentazione sonora fennesziana corporeità e spessore fisico.
Black Sea si presenta come la più profonda testimonianza della sua emotività e della sua poetica: le levigate ricercatezze linguistiche contaminate dal glitch e dall'industrial "ambientale" degli anni '60 di "Endless Summer" (già smussate nell'altro gioiello "Venice") vengono qui azzerate del tutto permettendo agli istinti basilari di esprimersi nella maniera più spontanea possibile; il risultato non è nient'altro che una musica atmosferica, intensa e riverberata ormai lontana da quelle ultime eco di quotidianità irreale e fittizia in cui la tecnologia si imponeva come sua rappresentazione e allo stesso tempo come suo emblematico distacco. L'ultimo nato in casa Fennesz riesuma invece la sua più profonda intimità, donando all'ascoltatore un prodotto fragile e intenso che avvolge senza risparmiare fasi di assoluto straniamento (i meravigliosi arrangiamenti della titletrack che apre il disco) in cui ipnoticamente si compiono splendide elevazioni atmosferiche ora più distese e malinconiche (Glide) ora più psichedeliche (The Colour Of Three) e oniriche (Saffron Revolution e Glass Ceiling). Ma anche per quanto riguarda la creazione e la gestione del materiale sonoro Black Sea sorprende sin dall'inizio risultando raffinato ed estremamente elegante ad ogni suo movimento, aspetto che vede la sua massima realizzazione nella già citata opener e soprattutto nella magia ambientale di Perfume For Winter e della più soave Vacuum.




Ma laddove il disco sembra perdersi semplicemente in anelati luoghi di perdizione (che alla lunga possono comunque risultare ripetitivi), Fennesz tira fuori dal suo infinito calderone di suoni e idee la meravigliosa Grey Scale che poeticamente riflette tutto quel mondo di emozioni perdute e di ricordi lontani che sembravano ormai definitivamente seppelliti; una perla dal forte sapore nostalgico in cui la malinconia fa da padrona ma timidamente, come se trattenuta da un istinto maggiore, permeando in ogni caso l'intera atmosfera del brano e ponendosi come unico e vero emblema dell'album.
Complessa e raffinata, ma niente affatto inaccessibile, la musica e le idee di Fennesz rappresentano un ponte ideale per avvicinare nuovi proseliti alle infinite esplorazioni della musica contemporanea e dell’avanguardia, un invito irresistibile ad ampliare ulteriormente gli orizzonti, sancendo al contempo un significativo sviluppo tanto in termini di fisionomia sonora che di modalità compositive.
Fennesz ha smussato l'ambient e l'elettronica dei loro più logorati stilemi arricchendone la soave atmosfera di fondo attraverso frammenti di pura musique concrete, ha trasformato radicalmente uno strumento classico (per il rock s'intende) come la chitarra abbattendo qualsiasi limite o costrizione stilistico-concettuale esistente.
Scavalcato così il passato tanto quanto la modernità, Fennesz si è ritrovato davanti un universo interminabile, desolato e silenzioso e, come uno scrittore che riflette d'innanzi ad un foglio bianco ha riversato i suoi pensieri con fiumi d'inchiostro, assorbendo e gestendo quello spazio, per poi crearne una rielaborazione estremamente personale, intima e soffusa.


Empedocle70

sabato 18 settembre 2010

Intervista con Scott Johnson, quinta parte


I suoi prossimi progetti? Quando la vedremo suonare in Italia?

Io sto cominciando un progetto importante basato sulla voce del filosofo americano Daniel Dennett. Io trovo un grande senso di meraviglia nel mondo complesso che la scienza di Darwinian ci rivela, e Dennett ne è un forte fautore nella collettività filosofica.

Per ritornare ad Italia, speditemi un biglietto! Ho lavorato per una masterclass di composizione in Umbria l'estate scorsa, e mi è piaciuto molto. Io verrei piuttosto come compositore che come musicista, ma io sono sempre felice di avere una scusa per visitare questo vostro bel paese. Canterò, ballerò, farò trucchi magici.

L’ultima domanda il Blog viene letto da diversi studenti .. ha qualche buon consiglio da dargli?

Trovatevi un lavoro vero! E non fidatevi nel mio consiglio.

Ci lasciamo con un’ultima domanda .. che in realtà è più una riflessione: Luigi Nono ha dichiarato “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Se io sto capendo correttamente Nono, io penso che lui stia dicendo che noi spesso ascoltiamo senza sentire quello che l'altro sta pensando, ma solamente sentendo i nostri propri pensieri riflessi.

Sì, la maggior parte delle persone nella maggior parte del tempo ricorda se stessa, vedendo solamente i loro pensieri pre-esistenti nel lavoro di qualcun altro. Quello è parte di ciò che è la cultura: un gruppo di primati sociali in un cerchio, che dicono a loro stessi che tutti sentono nello stesso modo. E spesso è non è un peso - spesso è un conforto. Forse un conforto leggermente pigro, come la maggior parte dei conforti. Ma le persone hanno anche momenti quando loro sono annoiati dai conforti, e vuole delle avventure. Alcune persone vogliono più spesso di altri questo sentimento, e loro sono il pubblico per la musica nuova.

La sperimentazione sarà sempre un interesse per una minoranza. Ma molte persone ancora hanno momenti di curiosità, quando loro hanno bisogno di qualche cosa nuovo, e noi non dovremmo scacciarli via. Offrire la novità è il nostro lavoro nella cultura. Qualche volta noi saremo assunti, qualche volta no. Ma l'evoluzione assicura che la cultura avrà sempre bisogno di sperimentatori. Noi serviamo la stessa funzione all'interno della cultura che la mutazione genetica fornisce in natura: una fonte di variazioni non prevedibili. L'evoluzione non può avvenire senza un pool di variazioni in cui poter scegliere. Noi disegniamo i prototipi.

Scott Johnson, February, 2010

sabato 3 aprile 2010

Intervista con Marco Cappelli, quinta parte


Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Lei ha inciso il bellissimo EGP con la Mode Records, una casa discografica che si sta imponendo per la cura e la qualità delle incisioni e per l'attenzione che dedica alla musica contemporanea e alla chitarra, com'è il suo rapporto con loro e ci sarà un EGP2?

Brian Brandt, direttore di Mode Records, e` uno di quelli che ha intrapreso con un certo successo la lotta titanica contro l'estinzione, fatta di qualita` della proposta, di grafica eccetera. Naturalmente la crisi economica di questi anni non ha risparmiato neanche lui, ed io a Novembre ho preso parte qui a New York ad un "benefit concert" per Mode, insieme ad ilustri nomi come Philip Glass e John Zorn. Ancora una volta siamo di fronte ad un fenomeno che prima di darci il tempo di giudicare e` gia` avvenuto, dunque non perderei tempo con i rimpianti. La musica si continuera` a produrre, ed il modo con cui rendera` i giusti proventi agli autori e` da scoprire con fantasia e conoscenza della realta`. Personalmente credo che a questo punto, a meno che uno non abbia un rapporto con un titano come Brandt - ed io mi sento fortunato ad averlo: ad un EGP 2 ci stiamo lavorando... - piuttosto che spendere soldi per dare un master ad una casa discografica che non lo paga (magari perche` davvero non puo'), convenga stampare in proprio una tiratura limitata e creare con il package e la grafica dei pezzi d'arte unici da vendere ai propri concerti, mentre per il resto far circolare la propria musica on line.

Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l'isola deserta..

J.S. Bach - CELLO SUITES (Pablo Casals)
Bernie Worrell - IPROVICZARIO
John Zorn - THE GIFT
Ismael Rivera - ORO
Nino Taranto - NINO TARANTO CANTA RAFFAELE VIVIANI


Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

J.S. Bach: una suite a scelta (attualmente: BWV 995)
F. Sor: Fantasia Elegiaca
B. Britten: Nocturnal op.70
H.W. Henze: Drei Tentos
E. Sharp: Amygdala

Il Blog ha aperto di recente una nuova rubrica dedicata ai giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di trovare un equilibrio tra la propria ispirazione originaria (quella che ti rende felice quando suoni un preludio di Bach da solo seduto su una pietra in mezzo ad un bosco) e la realta` della mondo globalizzato e digitale nel quale viviamo. Con un occhio costante e curioso verso tutto cio` che e` diverso da noi.

Con chi le piacerebbe suonare?

Con Martha Argerich, Sting e Papa Benedetto XVI. In quartetto.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Vuole parlarci del lavoro con la prestigiosa casa editrice Edition Peters? Su cos'altro sta lavorando?

La EXTREME GUITAR COLLECTION che curo per Peters Edition, pur procedendo a rilento per gli ovvi problemi che una grande casa editrice ha al giorno d'oggi, sta per dare alle stampe due nuovi numeri: un brano di Marc Ribot commissionato da me e delle trascrizioni di John Cage per chitarra a cura di Maurizio Grandinetti.
Per quanto riguarda i nuovi progetti sto per andare in studio con il mio MC ACOUSTIC TRIO con Ken Filiano (bass) e Satoshi Takeshi (drums) per registrare una serie di mie composizioni dedicate ai personaggi dei romanzi Fred Vargas.
Di recente ho avuto occasione di conoscere qui a New York un mito della mia adolescenza, il magico Mauro Pagani, con il quale abbiamo messo su un progetto chiamato SONGS in trio con Adam Rudolph alle percussioni.
Mi diverto molto a suonare "surf music" , veicolo fondamentale per la comprensione della chitarra elettrica nella storia della musica americana, e quindi quasi per gioco ho messo su il MARCO CAPPELLI SURF TRIO, che ha avuto diverse ritmiche: al momento mi sembra di aver raggiunto un ottimo risultato con due straordinari musicisti siciliani, che sono il bassista Luca Lo Bianco ed il batterista Francesco Cusa.
Inoltre sono molto contento di far parte di un nuovo progetto Marc Ribot ispirato a John Cage, che vede insieme un gruppo eccezionale con tra gli altri Bernie Worrell (keyboards), JT Lewis (drums) e DJ Logic (turntables).
Infine nei miei concerti solistici ho ricominciato a suonare un repertorio contemporaneo piu` tradizionale a fianco dei brani scritti per me dai compositori con i quali ho collaborato: tornare a Krenek e Ginastera dopo questi anni newyorkesi mi fa vedere ( e ascoltare) tante cose da un punto di vista completamente diverso... pensa che in questi giorni studio con inedita (per me) passione i valzer di Barrios!
Vorrei chiudere facendoti i complimenti per il tuo blog, che e` diventato un veicolo di informazione fondamentale su quanto accade nel mondo della chitarra. Bravo Andrea, e sopratutto grazie.

Grazie a te Marco!
Empedocle70

sabato 27 marzo 2010

Intervista a Enrico Coniglio, quinta parte


Con chi ti piacerebbe suonare e chi ti piacerebbe suonare? Che musiche ascolti di solito?

Ci sono diversi nomi della scena che mi piacerebbe avvicinare o che sono già riuscito a contattare, per dare il via a collaborazioni interessanti. Ascolto molto volentieri le release made in Italy di Glacial Movements, Afe records, Silentes. Mentre all’estero Hypnos, Crònica, Type, Touch, ecc. Non ti sto a fare l’elenco completo, diciamo dal deep space ambient al post-folk. Ascolto anche stream radio e i podcast che le varie etichette, gli autori o gli appassionati, mettono a disposizione in free download. Ci vorrebbe molto molto più tempo, al solito…

Quali saranno le tue prossime uscite e le prossime iniziative?

È con un certo orgoglio che annuncio una release (digitale!) a sorpresa per Spire/Touch music, che dovrebbe avvenire nelle prossime settimane. Stay tuned… si dice in gergo.
C’è poi in programma la release di Out&About, come HERION, un nuovo progetto collaborativo ideato assieme al musicista e amico Emanuele Errante, la pianista Elisa Marzorati e il violista Piergabriele Mancuso. Un album delicato, denso di suoi acustici e droni sintetici, in bilico tra una classica inquieta e un ambient conciliante. In maggio la label portoghese Cronica electronica uscirà con una compilation, che sarà distribuita in Italia attraverso una rivista specializzata, cui partecipo con brano composto con Janeck Schaefer (a proposito di sound art…). In autunno usciranno le Topofonie vol. 2 con la label irlandese Psychonavigation, il nuovo capitolo delle mappe sonore della laguna veneziana, che annovera la già collaudata partecipazione del trombettista norvegese Arve Henriksen e del nostro pianista su quel piccolo oceano che è la laguna, Gigi Masin.

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Perché si fa musica, è una domanda che mi sono posto da sempre, fin da quando strimpellavo la chitarra a 14 anni. La risposta è implicita alla sostanza della musica stessa: la musica è un potentissimo mezzo per inventare mondi. Per crearne di nuovi o per abbellire quello reale. Si fa musica prima di tutto per sé stessi, perché si ha bisogno di farlo. Non è una scelta, piuttosto una necessità, come la religione o la politica per passione.
Fare musica significa poi fare ricerca, adottare un’etica, un’estetica e trovare un proprio ruolo nel mondo. Il posto di chi fa musica nella società contemporanea dipende molto dall’etica e dall’estetica che ti sei dato. Dipende dalla fortuna che hai, ma per la maggior parte di noi credo che il posto nella società contemporanea sia estremamente marginale.
Se la musica, pur essendo un mezzo potentissimo, avesse potuto davvero cambiare il mondo, secondo il vecchio slogan, allora il mondo di oggi rispetto a quello degli anni sessanta dovrebbe essere migliore. Ma non mi sembra proprio guardandomi in giro. Una rivoluzione culturale ci sarà pur stata, ma ha portato all’affermazione di una nuova classe dirigente foriera di un modello di sviluppo economico oggi giunto al collasso. Senza allontanarci troppo dalla tua domanda, non credo che la musica in sé possa avere una valenza “salvifica”. Quello che si può fare è portare avanti la propria battaglia, magari insieme ad altri. Non tanto per sperare di cambiare il mondo, ma per raggiungere almeno l’animo delle persone a noi affini.

Grazie Enrico!
Empedocle70

venerdì 12 marzo 2010

Suono, Spazio, Arte, Registrazione di Empedocle70 quinta parte

Forse in risposta a questo crescente interesse per spazialità, sia nella composizione moderna che nella sound art, le sale da concerto sono diventati molto più flessibili. Alla Carnegie Hall, Zankel Hall ha un surround-sound system, con la possibilità di muoversi intorno ai posti a sedere. Nello spazio delle esecuzioni musicali del Centre Pompidou di Institut de Recherche et Coordination Acoustique / Musique 's (IRCAM), "il muro è costituito da centinaia di pannelli che possono essere spostati per ottenere l'acustica che si desidera, e un soffitto che può essere abbassato". Radio France gestisce l'Olivier Messiaen Concert Hall, con un sistema spaziale del suono (("an orchestra of loudspeakers") progettata dal compositore di musique concrete Francois Bayle, che l’ha denominato "acousmonium". L’Experimental Media and Performing Arts Center (Empac) la Rensselear Polytechnic Institute vanta "spazi con ventiquattro bit di gamma, [e] proiettori, ma con sistemi che elimineranno qualsiasi suono, un ambiente assolutamente silenzioso con posti a sedere variabili.



Sebbene la maggior parte di questa sperimentazione sia stata condotta nel reparto della musica d’avanguardia e nel mondo della musica classica, uno album rock molto noto fornisce un altro esempio molto interessante. Nel suo libro sui Led Zeppelin del 1971 (Led Zeppelini, Il martello degli Dei) parlando del loro quarto album, Erik Davis rileva che chitarrista e produttore Jimmy Page avrebbe posto i microfoni in varie parti della stanza durante la registrazione, e avrebbe quindi "registrato e bilanciato la differenza di questi microfoni, catturando l’ intervallo di tempo che riflette la forma acustica della sala stessa. " Davis prosegue citando Page se stesso dicendo che stava cercando di "catturare, il suono della camera dal vivo", non la musica, o la banda, ma la stanza. Questo può essere ascoltato in particolare nella famosa e spesso copiata introduzione della batteria nel brano finale del disco When the Levee Breaks. Ecco come Davis descrive i preparativi per la registrazione: “per la sessione [il batterista John] Bonham pose il suo nuovo kit sul pavimento di una scala di pietra ... Due micorfoni Beyer M 160 stereo sono stati poi appesi sopra a dieci e venti piedi di altezza, e quindi passati attraverso un'unità di eco gigante ... l'installazione è stata un’eresia; non sono mai stati utilizzati dei microfoni da sala per registrare una batteria ... come [lo scrittore] Andy Fyfe dice, “ciò che voi udite non è solo la batteria, ma come la batteria reagisce allo spazio acustico della sala. Ma potete anche ascoltare qualcosa di più inquietante di questo: si sente come la stanza risponde alla batteria.”



Nello stesso periodo, il compositore Alvin Lucier osservava, "Ogni stanza ha una sua melodia propria nascosta fino a quando non è resa udibile", mentre una decina di anni prima Yoko Ono scrisse come istruzioni per l'esecuzione di Tape Piece II di "prendere il suono della respirazione della stanza." La musica una volta era creata con l’idea di essere ascoltata dal vivo in uno spazio specifico, con l'avvento della registrazione e delle forme di trasmissione dei suoni la capacità di “accordare” uno spazio fisico specifico è diventata un’arte perduta che cerca di essere riscoperta. Dato che lo spazio non era più parte integrante della musica, è stato lasciato al suono la possibilità di articolare le proprietà dello spazio stesso diventando come i colori e le forme geometriche per la pittura modernista. L'artista è stato rimosso, mettendo l'accento sul suono stesso, e il suo ambiente.


Empedocle70

sabato 6 marzo 2010

Intervista con Fabrizio De Rossi Re, quinta parte



Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?

Cinque sono davvero troppo pochi.. Non saprei vivere in un’isola deserta con soli 5 dischi..
Ma per gioco rispondo con piacere:
1) Le Variazioni Golberg di J.S.Bach ( eseguite da Wilhelm Kempff)
2) Atom Heart Mother dei Pink Floyd
3) Undercurrent di Bill Evans & Jim Hall
4) Le sacre du printemps di Igor Stravinsky ( dir. L.Bernstein)
5) Musique de la Grece Antique ( Atrium Musicae di Madrid dir. Gregorio Paniagua)


Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Sarebbe difficile sceglierne 500 di partiture.. ma ci provo..
1) I fiori musicali di G.Frescobaldi
2) Quartetto d’archi in fa di Ravel
3) Turandot di Puccini
4) Metamorphosen di R.Strauss
5) Aura di Bruno Maderna


Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Io insegno Elementi di composizione per la didattica ( i bienni abilitanti all’insegnamento) al conservatorio di Fermo e ho quindi tutti allievi giovani neodiplomati.
E’ difficile dare un consiglio generico a tutti.. La carriera musicale è qualcosa di simile ad un abito su misura tagliato da un sarto..un destino unico. Mi pare che la cosa importante sia quella di costruirsi una particolare personalità musicale, proponendo un repertorio particolare e , se possibile, unico. E’ necessario, in particolare oggi, essere aperti a 360 gradi perché un musicista di qualsiasi estrazione deve conoscere altre musiche.. altri mondi. Conosco chitarristi di jazz che non conoscono i pezzi di Sor e Giuliani, e chitarristi classici che non conoscono Joe Pass o Pat Metheny. Entrambi i musicisti vivono la musica in maniera limitata, un giardino chiuso, una prigione musicale.. oggi non è possibile.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Sto scrivendo un’opera dal titolo King Kong, amore mio, che verrà rappresentata nel 2010..
Mi sto divertendo moltissimo, il testo è di Luis Gabriel Santiago, con il quale ho lavorato già in varie avventure di teatro musicale.. è un’opera grottesca e antropologica.. una riflessione delirante in musica sull’evoluzione della specie..
A breve dovrò registrare un CD per Solo Piano con tutte mie composizioni.. e tante altre cose previste per quest’anno.. ma mi piacerebbe a breve scrivere un quartetto per chitarre dedicato a un caro amico e collega chitarrista (Claudio Marcotulli) che suona in quartetto ( Guitalian quartet) con dei musicisti straordinari.. Mi ha chiesto da tempo un pezzo Claudio, ma sono spaventato, non essendo chitarrista, dall’organico diabolico.. ah ..brutta bestia la chitarra.. :-D


- parte prima- parte seconda- parte terza- parte quarta- parte quinta

Grazie Maestro!
Empedocle70