lunedì 14 febbraio 2011

Lucia D'Errico: Biografia


Lucia D'Errico si diploma a pieni voti presso il Conservatorio "B. Marcello" di Venezia sotto la guida di Tommaso De Nardis. Sta conseguendo un corso di alta specializzazione in performance presso il conservatorio di Birmingham (UK) focalizzandosi sul repertorio contemporaneo. Interessata all'approfondimento dei più svariati linguaggi e alle loro possibili reciproche interazioni, studia composizione con Riccardo Vaglini, lingue e letterature straniere presso l'università di Ca' Foscari di Venezia, dove consegue una laurea magistrale con lode in letteratura
inglese; i suoi interessi extramusicali includono il cinema e le arti grafiche.
Suona per importanti istituzioni quali Teatro Dal Verme di Milano, Teatro La Fenice di Venezia, Brinkhallin Summer Festival di Turku, Finlandia, Festival Nuovi Spazi Musicali Roma, Ciclo di Musica Contemporanea dell'Istituto di Musicologia “Carlos Vega” di Buenos Aires, Festival Desde el Este al Oste di Rosario, Argentina, Festival Chitarristico Castelnuovo-Tedesco di Treviso, Festival Chitarristico di Conegliano, e molti altri. Il suo interesse specifico per la musica di oggi la porta a dare numerose prime esecuzioni e a collaborare con compositori tra cui Rocco Abate, Alessandra Bellino, Eduardo Caceres, Mauro Cardi, Paola Ciarlantini, Alessandra Ciccaglioni, Silvia Colasanti, Federico Costanza, Daniel Alberto Cozzi, Biancamaria Furgeri, Ada Gentile, Marta Lambertini, Luca Mosca, Francesco Pavan, Marcela Pavia, Mauro Porro, Alessandra Ravera, Cesare Saldicco, Francesco Telli, molti dei quali le hanno dedicato loro opere.
Si specializza con Elena Càsoli, Marco Cappelli, Zoran Dukič, Carlos Molina, Vladislav Blaha, Helen Sanderson.
Oltre che alla chitarra classica, si dedica alla chitarra elettrica e chitarra basso, e si sta interessando alla musica mediorientale attraverso la conoscenza dell'oud.
È tra i fondatori del gruppo FramEnsemble. Affianca all'attività di interprete quella di didatta, come docente nelle scuole e tenendo masterclass in Italia e all'estero (U.S.A., Argentina), e ha collaborato per diversi anni con Tommaso De Nardis all'interno del conservatorio di Venezia. Opera nell'associazione "Musici Mojanesi" per la promozione della cultura musicale con particolare attenzione alle giovani generazioni.

info:
lu.derrik@gmail.com

domenica 13 febbraio 2011

Di che musica sei? Programmazione musicale dal 14 al 19 febbraio



Di che musica sei?

Programazione musicale dal 14 al 19 febbraio 2011

Questa settimana appuntamento "chitarristico"

giovedì 17 febbraio terza puntata dedicata alla musica di Bach per chitarra!

Su Radio Voce della Speranza

Lucia D'Errico: Guitar Improvisation Project


Lunedì 31 gennaio 2011 è partita Impronta Musicale, iniziativa che si propone di promuovere giovani chitarristi/e diplomandi e/o neodiplomati particolarmente interessati al repertorio contemporaneo. Appena partita già offre elementi di grande qualità.
Lucia D’Errico, aderendo a tale iniziativa, si propone agli appassionati che seguono AlchEmistica, con il quarto capitolo del progetto Guitar Improvisation.
Lucia propone due improvvisazioni realizzati il primo con chitarra elettrica ed il secondo con chitarra classica e MacGuffin.
Un insieme di suoni poco chitarristici e più figli dell’evolversi della tecnologia per l’uomo e per la musica: un immergersi in un universo che lega il ricordo ancestrale amniotico con i suoni tecnologici e futuribili.
Il concetto di tecnologia, di meccanismi, di meccanicità si riflette anche nel secondo brano, suonato con strumenti più classici, ma che incalza con un ritmo ostinato di decostruzione progressiva di una proiezione di una sorta di disco music ancestrale.
Ineccepibile e divertente, intenso ed ispirato: un lavoro maturo, un lampo dell’improvviso..
Anche in questo quarto appuntamento, Guitar Improvisation Project rimarca tratti di innovazione e di suoni fuori dal comune sentire.
Non resta che premere il tasto sinistro sopra “download mp3 release + images” e nuotare con Lucia.

Download and listen to it on

Mauro Tonolli in concerto

sabato 12 febbraio 2011

Intervista a Andrea Aguzzi su Frammenti di Radio Kairos


Intervista Andrea Aguzzi sul libro "121 Cd per la Chitarra Contemporanea"




Frammenti è un programma radiofonico in onda su Radio Kairos
In fm a Bologna sui 105.85 fm e in streaming web dal sito http://www.radiokairos.it/
Tutti i venerdì alle 13:00 e in replica il martedì alle 19:00

Trenta minuti di musica da tempi e luoghi diversi
Racconti vicini e lontani che parlano di chitarre
Novità discografiche, concerti, interviste, notizie

Corso di perfezionamento Annuale Frédéric Zigante 2011


7^ edizione del Seminario di interpretazione chitarristica tenuto dal M° Frédéric Zigantec/o la Civica Scuola di Musica di Castellaneta (TA) Italia.

Le date:
-11,12,13 Marzo
-3,4,5 Giugno
-1,2,3,4,5 Settembre

I costi Corso Zigante:
tutto il corso: 50 Euro di Iscrizione + 350 Euro (corso) TOT: 400 Euro
singoli seminari: 50 Euro di Iscrizione + 120 Euro (seminario) TOT: 170 Euro

Nelle stesse date dei seminari di Zigante anche Antonio Rugolo terrà delle master class.
I costi Corso Rugolo:
tutto il corso: 50 Euro di Iscrizione + 120 Euro (corso) TOT: 170 Euro
singoli seminari: 50 Euro di Iscrizione + 40 Euro (seminario) TOT: 90 Euro
Per ulteriori chiarimenti o informazioni potete contattare
Antonio Rugolo
mail:
antonio.rugolo@gmail.com
elefonicamente: 392-4602405.

venerdì 11 febbraio 2011

domenica 13 febbraio 2011 20.30 Rai Radio 3 Elena Càsoli in Concerto!


Rai radio3
http://www.radio3.rai.it/dl/radio3
domenica 13 febbraio 2011 20.30
Locandina
IL CARTELLONE 19° FESTIVAL DI MILANO MUSICA
chitarra, Elena Càsoli
percussione, Matteo Bonanni
regia del suono, Walter Prati
Iannis Xenakis
Rebonds II, per percussione
Hugues Dufourt
L'île sonnante, per chitarra elettrica e percussione
prima esecuzione in Italia
John Zorn
The Book of Heads, per chitarra elettrica
Paolo Perezzani
Tre poesie in forma di suono, per chitarra e percussione
commissione di Milano Musica
prima esecuzione assoluta
György Kurtág
Calmo, dolcissimo, lontano (titolo provvisorio) per chitarra
prima esecuzione assoluta
Hugues Dufourt
La Cité des saules
per chitarra elettrica e trasformazione del suono
Maurizio Pisati
ELETTRICOdrum per chitarra elettrica e percussione
commissione di Milano Musica
prima esecuzione assoluta

Rassegna Ostinati 2011 Padova


Comincia il 21 gennaio 2011 a Padova la nuova edizione di “Ostinati!”, promossa dal Centro d’Arte dell’Università, che conferma la sua vocazione esploratrice. All’interno di un panorama musicale frantumato, in cui le cose nuove e fresche vengono nascoste dai suoni della consolazione, “Ostinati!” propone di ritrovare il tempo per una riflessione sulla musica, per un ascolto meno fugace.
Un ulteriore percorso dunque attraverso poetiche sperimentali o ironiche, rigorose o spavalde, lontane comunque dalla melassa che avvolge la scena “ufficiale”.

Sette appuntamenti con il jazz e la musica contemporanea, come sempre all’insegna della sorpresa, della varietà espressiva, della qualità. Inoltre, due incontri-conferenza con

saggisti e musicologi.

Il prologo è con il nuovo gruppo di Tim Berne, Los Totopos, quartetto con Oscar Noriega, Matt Mitchell e Ches Smith (21 gennaio, cinema teatro Torresino).
Seguirà il 25 febbraio una formazione speciale di Guano Padano. Il trio formato da Alessandro “Asso” Stefana, Danilo Gallo e Zeno De Rossi, invita come ospite il multi-strumentista Vincenzo Vasi.

Il quintetto newyorchese Kneebody è atteso il 18 marzo, mentre la settimana successiva,
venerdi 25 si esibirà il duo formato da Wadada Leo Smith (tromba) e Gunter “Baby”
Sommer (percussioni). I concerti sono in esclusiva italiana, sempre al Torresino alle 21.

Aprile si apre il giorno 1 con la formazione scandinava The Thing (Mats Gustafsson,
Ingebrigt Håker Flaten, Paal Nilssen-Love), mentre il 15 ci sarà un doppio concerto :
il “solo” di Paolo Botti dedicato ad Albert Ayler, e l’Acoustic Trio del chitarrista Marco
Cappelli (con Ken Filiano e Satoshi Takeishi)

Chiusura il 10 maggio, stavolta alla multisala MPX, con il trio di Marc Ribot Ceramic Dog
(con Shahzad Ismaily e Ches Smith)

Presso il teatro delle Maddalene gli incontri-conferenze. Il primo il 31 gennaio (ore 21)
con Enzo Gentile che presenta “Jimi santo subito”, volume su Jimi Hendrix pubblicato da
Shake Edizioni.
Il secondo il 21 febbraio (ore 21), con Veniero Rizzardi e Enrico Merlin, sul libro “Bitches
Brew. Genesi del capolavoro di Miles Davis”, edito dal Saggiatore. Dibattiti, ascolto e
visioni di rari video su Hendrix e Davis.

Per maggiori informazioni:

http://www.centrodarte.it/concerti/index.html

giovedì 10 febbraio 2011

Pablo Montagne in Concerto 17 febbraio

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, quarta parte


A indirizzare Glass verso i futuri traguardi ci pensa l'incontro con Robert Wilson: il compositore lavora per il teatro sin dai tempi dei Mabou Mines, e il sodalizio con uno tra i più importanti registi speri­mentali in terra d'America non può che risultare fruttuoso, specie se si considerano le assonanze tra il teatro figurativo dell'uno e la musi­ca antiteleologica/non-narrativa dell'altro. Non bastasse, la recente inclinazione di Glass per lavori dalle durate ragguardevoli, trova facil­mente sponda nelle dimensioni tutt'altro che "minime" del teatro wil­soniano: il risultato della collaborazione non può quindi che essere contemporaneamente astratto e ridondante, alienante e glaciale. Ein­stein on the Beach, in quattro atti, dura in tutto cinque ore: agli spet­tatori, che quando entrano in sala trovano l'opera già in corso, è con­cesso allontanarsi e ritornare a piaci mento. Viene presentato in ante­prima al Festival di Avignone del 1976, e si traduce - nonostante i debiti - in un successo colossale, tanto di critica che di pubblico. Per molti anzi, i meriti di Einstein vanno oltre il semplice riscontro artisti­co: si tratta semmai di una delle opere di teatro musicale più impor­tanti del secondo '900, e incidentalmente dell'atto di nascita di una nuova forma operistica tipicamente USA.




Difficile però, vista la peculiarità del teatro di Wilson, considerare Einstein on the Beach un'opera in senso stretto; anche musicalmente, la partitura di Glass muove in direzione non tanto di un superamento, quanto di un progressivo allargamento dei tentativi esplorati in 12 Parts. L'esecuzione è appannaggio del solito Philip Glass Ensemble, per l'occasione accompagnato da un piccolo coro, e l'uso della voce è puramente ornamentale, una sequenza di solfeggi e numeri di tanto in tanto interrotta da recitati di difficile interpretazione. Nonostante il ricorrere di alcuni motivi - sia musicali che scenici - Einstein non ha una trama, né una storia da raccontare. Chiaramente debitrice del clima sperimentale dei '70, è per certi versi un'immensa performan­ce, e in questo sta la sua grandezza e il suo ruolo di rottura all'interno del canone teatro musicale americano. All'interno della vicenda glas­siana invece, la sua ambiguità sta nell'essere ancora troppo di confine per appartenere al periodo mainstream, e troppo ambiziosa per esse­re interpretata come naturale sbocco di un percorso cominciato alla fine dei '60. Per il movimento minimalista infine, Einstein è l'opera che, assieme alla contemporanea Music for 18 Musicians di Steve Reich, chiude un'epoca. Di fatto, nel 1976, a diciotto anni dal Trio for Strings di La Monte Young e a dodici dalla In C di Terry Riley, il mini­malismo è già storia: e questo, Glass, lo capirà benissimo - sebbene alla sua maniera.




Ma questa è un'altra storia....

Empedocle70

mercoledì 9 febbraio 2011

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, terza parte


Tutti i brani sono pensati per un ensemble che, oltre a Gibson e allo stesso Glass, negli anni vedrà avvicendarsi personaggi quali Dickie Lan­dry, Art Murphy e Steve Chambers (già con Reich), fino a alle saltuarie ospitate di Frederic Rzewski, Richard Teitelbaum, David Behrman, e soprattutto fino all'entrata in pianta stabile della vocalist-compositrice Joan La Barbara, che inter­viene nel momento in cui Glass decide di aprire le sue composizioni alla voce. È dunque a questo ensemble che si deve la straordinaria resa delle opere appartenenti al biennio 1969-1970: capo­lavori come Music in Fifths, Music in Contrari.




Motion, Music in Similar Motion proiettano Glass nell'olimpo del minimalismo storico e rappresen­tano un deciso balzo in avanti rispetto agli eserci­zi del periodo immediatamente precedente. Costruiti attorno al suono inesorabile di quello che diventerà lo strumento d'elezione di Glass, vale a dire l'organo elettrico amplificato (che può essere in solo, come in Contrary Motion, oppure in trio, nella Similar Motion resa possente dalla contemporanea presenza di due sassofoni e un flauto), questi brani suonano radicali, disadorni e senza compromessi come nessun altro esperimento minimalista coevo. AI di là delle diverse tecniche che di volta in volta vengono esplorate sul tessu­to ripetitivo-additivo (moti contrari, moti paralleli ecc), a fare la differenza è prima di tutto il tono spietato, implacabile e scontroso delle esecuzio­ni. La precisione inumana degli strumentisti, il ritmo vertiginoso dei brani, l'ipnosi vagamente paranoide delle partiture, poco hanno in comune con le solari meditazioni di Riley o con l'eleganza formale di Reich: sono brani che semmai riman­dano - come già fu notato all'epoca - all'energia tutta sudore e sangue del rock, e la stessa imma­gine pubblica dell'ensemble contribuirà ad ali­mentare il parallelo. Con i loro capelli lunghi, la loro amplificazione portatile, i loro volumi assor­danti, e senza contare la presenza assidua (ben­ché forzata: il minimalismo, nei circoli colti, era ancora considerato eresia) nei 10ft piuttosto che nei locali rock, i membri del Philip Glass Ensem­ble si faranno la fama di micidiale macchina da guerra per tour de force dall'intensità inaudita, conquistandosi quindi l'ammirazione del pubbli­co giovane e l'inevitabile derisione da parte della comunità musicale uptown.




La vetta assoluta del periodo resta forse la splendida Music with Changing Parts, dalla lun­ghezza - almeno per gli standard glassiani del 1970 - inusitatamente lunga: da una a due ore di durata. Per la prima volta Glass apre a un grado, seppur marginale, di improvvisazione (gli esecu­tori sono liberi di tenere alcune note scelte, a sottolineare i particolari fenomeni acustici che si formano a partire dall'intricata trama di contrap­punti e armonie), e gli ormai caratteristici arpeg­gi della prima parte lasciano intendere una ten­sione emotiva sconosciuta agli austeri quadri "nero su nero" del 1969; la sfuriata motoristica che interviene a spezzare il languore iniziale, è una sorpresa che anticipa i movimenti di Music in 12 Parts, e in generale - per dimensioni ed archi­tettura - Changing Parts è un importante punto di passaggio tra il Glass radicale degli esordi, e quello massimalista di metà anni '70, giusto a un passo dai trionfi del periodo Einstein on the Beach.
Ancora nel 1971, le esecuzioni del Philip Glass Ensemble sono relegate in spazi e festival dichiaratamente estranei ai circuiti musicali uffi­ciali, e appartenenti semmai al mondo dell'arte e dell'avanguardia concettuale. L'ingresso ufficiale del minimalismo nel salotto buono della musica seria risale in effetti al 1973, quando Steve Reich presenta la sua Four Organs alla Carnegie Hall di New York, per un concerto-scandalo degno, secondo i critici, di figurare accanto alla prima della Sagra della Primavera. Glass arriva alla legittimazione mainstream l'anno dopo, quando finalmente la sua musica viene ospitata in una sala da concerto anziché nel solito 10ft per artisti bohemien: l'opera scelta è la mastodontica Music in Twelve Parts, scritta a più riprese nel triennio successivo a Music with Changing Parts, e dalla durata complessiva di quasi quattro ore.
Lavoro spesso e volentieri magniloquente, tenuto sul filo di un equilibrio delicatissimo tra gli stridori del periodo radicale e i progetti­ monstre della fase operistica, 12 Parts è probabilmente, se mai ce ne fosse una, la composizione più rappresentativa del Glass anni '70: lo stesso autore la intende come una specie di summa di quanto speri­mentato a partire dal 1968, e in effetti almeno i primi otto movimenti sono una parata, anche esaltante, di tutti quanti i trucchi, le intuizioni e gli effetti che da Two Pages hanno portato a Changing Parts; pagine di concitazione assoluta si alternano a distese ipnotiche per fiati e organo elettrico, i vocalizzi si accavallano tra le intelaiature dei virtuosismi strumentali, e le tirate a rotta di collo fanno il paio con una compostezza insolitamente sontuosa, quasi classicheggiante. Le quat­tro parti finali indicano soluzioni nuove, meno rigide che in passato e pericolosamente prossime a un'enfasi che, nell'ultimo movimento, si prende persino gioco del nemico di sempre, la scuola seria le: 12 Parts è insomma la celebrazione del minimalismo glassiano e il suo punto di non ritorno, e che sia iniziata una stagione nuova è a questo punto chiaro.

martedì 8 febbraio 2011

Immagini da “White Sounds”, Lanterna Rossa


Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, seconda parte


Nel 1967, dopo aver concluso il biennio di studio con la Boulanger, e dopo un viaggio in India assieme all'allora moglie Joanne Akalaitis, Glass torna quindi a New York dove, appena arri­vato, si imbatte in un concerto dell'ex compagno di studi Steve Reich. La performance, che com­prende tra l'altro un'esecuzione di Piano Phase, segnerà il compositore di Baltimora a vita, nono­stante un'insistita riluttanza ad ammetterlo.
Glass sottopone a Reich lo spartito dello String Quartet composto ancora a Parigi dopo l'illuminazione indiana, e in cambio ne riceve consigli, suggerimenti, e un'esortazione a tentare "qualcosa di più sistematico". Il rapporto tra i due sarà, da questo momento in avanti, al tempo stesso collaborativo e conflittuale. Sulle prime, oltre a inventarsi improbabili imprese lavorative per sbarcare il lunario e sostenere i rispettivi sforzi compositivi (una ditta di traslochi di cui sono i soli titolari; entrambi vantano inoltre un'onorata carriera come conducenti di taxi...), condividono anche il medesimo gruppo di musi­cisti nato proprio attorno a Reich. Con un nucleo che ruota fondamentalmente attorno a Jon Gib­son, fiatista storico del primo minimalismo, e con gli stessi Reich e Glass a figurare come strumenti­sti alle tastiere, l'ensemble in condivisione durerà poco, fino a quando cioè si trasformerà de facto nel Philip Glass Ensemble. Lo "scippo" è solo una tra le ragioni che, nel tempo, porterà la coppia a consumare una rottura insanabile. Il principale motivo della rivalità sarà ovviamente il mancato riconoscimento, da parte di Glass, del­l'influenza esercitata su di lui dall'uomo di Piano Phase, al punto che una composizione come Two Pages (for Steve Reich) verrà successivamente epurata dalla compromettente dedica. Né Reich, né gli altri protagonisti della stagione minimalista perdoneranno a Glass quello che considerano un peccato di presunzione; non va però dimenticato il malcelato complesso di inferiorità, stavolta da parte di Glass, nei confronti ancora di Reich, coc­colato dalla critica e considerato unico minimali­sta degno dello status di compositore serio, men­tre proprio a Glass (da sempre alla ricerca di riconoscimenti simili) verranno riservati sin dagli esordi giudizi tutt'altro che lusinghieri.
Influenze altrui o meno, il contributo di Glass alla causa minimalista è però innegabile: se è vero che la trama di fondo resta quella repetitive music messa a punto da Riley e perfezionata da Reich, Glass - anziché propendere per il flusso di coscienza del primo o per il meticoloso phasing del secondo - opta per una strada terza. La sua variante ripetitiva fa perno su un tipico processo additivo/sottrattivo dalla struttura piuttosto semplice: un modulo contenente un numero scelto di note viene allungato e contratto in strutture cicliche, cosicché, per sommi capi, al modulo iniziale viene aggiunta (o sottratta) una nota; il nuovo modulo così ottenuto viene quindi ripetuto fino a quando un'altra addizione (o sot­trazione) non interviene ad allungare (o contrar­re) la base di partenza, e così via. Questo proces­so, che apparentemente condurrebbe a un anda­mento elastico del brano, viene però piantato su un ritmo sempre e comunque costante, fermo, immutabile, e oltretutto senza variazioni né di volume né di intensità (quasi sempre in fortissi­mo): l'impressione che se ne ricava è quella di una sorta di falso movimento, di perenne attesa, di stasi cangiante. Di più, se il tocco di Riley è solitamente fluido, e quello di Reich misurato, Glass si esprime attraverso una violenza algida che non ha paragoni nell'allora ribollente comu­nità minima le. Quando il suo ensemble punterà tutto sull'amplificazione e sul suono ruvido degli organi elettrici, ne scaturirà una musica impetuo­sa e tesa che sa di furia soffocata a fatica, "tona­le senza traccia di melodie", furiosamente ritmi­ca pur in totale assenza di percussioni. E sarà, almeno per qualche anno, veramente grande musica.




A partire dal 1968, Glass si cimenta in una serie di prove talmente "minime" da rasentare il pauperismo assoluto: già l'anno prima, con Strung Out per violino solo, ha concepito una straniante figura astratta che si libra fantasmati­ca nell'aere per un quarto d'ora circa; arriva poi una dozzina di lavori che costituisce il nucleo del Glass propriamente minimalista: tra questi, Gradus (dedicata a Jon Gibson), è una specie di Strung Out per sassofono; Music in the Shape of a Square, di nuovo con Gibson, insiste su una dimensione concettuale tipica dell'epoca (dal vivo i due cominciano il brano suonando il flauto l'uno accanto all'altro, e lentamente si allontanano camminando in direzione opposta); How Now fa pensare al gamelan e si dilunga in una placida distesa di note che dal nulla appaiono e nel nulla scompaiono; 600 Lines è una sfiancante rincorsa a incastri per fiati e organo elettrico; In Again Out Again vede il pianoforte di Glass e quello di Reich scontrarsi in forme cicliche; 1+1, per tavolo amplificato, è una prima rigorosa sistematizzazione del processo additivo, qui in veste puramente ritmica; e infine la già citata Two Pages prevede che una coppia di strumenti (l'incisione storica apparsa in "Solo Music" dice organo elettrico e piano) esegua all'unisono una singola linea musicale per un totale di 107 moduli.

lunedì 7 febbraio 2011

Ipazia su Youtube, prima puntata



http://www.youtube.com/watch?v=ftujukI5qoc

Philip Glass: un tentativo di approccio di Empedocle70, prima parte


Tentare un qualsiasi approccio alla figura e all'opera di Philip Glass è un'impresa da far tremare i polsi: impossibile rendere conto di una vicenda che si protrae senza interruzione alcuna da oltre quarant'anni, soprattutto se si tiene conto che questa vicenda non ci giunge attraverso il corpo omogeneo di poche e mirate opere-simbolo, ma al contrario si è prodotta in una quantità di lavori, progetti, manifesti e cambi di rotta letteralmente inverosimile, sconfinando in una prolificità le cui dimensioni dicono di oltre un centinaio tra composizioni di vario ordine e grado. A complicare le cose si aggiunge l'icona Glass. Philip Glass è, con tutta probabilità, il compositore vivente più famoso sulla faccia della Terra: egli è, assieme a Young, Riley e Reich, uno dei cosiddetti "quattro grandi" del minimalismo storico e allo stesso tempo personaggio in grado di mobilitare i grandi numeri delle platee pop. In mezzo c’è di tutto: tentativi di legittimazione colta, commissioni milionarie, colonne sonore, sinfonie, infatuazioni liriche, ammiccamenti mainstream, e poi ancora il Dalai Lama e David Bowie, Sol LeWitt e Stephen Hawking, gli orologi Swatch e i Simpson, per non dire della puntata di South Park in cui Cartman e Stan ballano il suo "happy, non-offensive, non-denominational christmas play", scatenando una rissa nel pubblico, insomma una presenza di prim'ordine nel panorama della Popular culture USA.
Come primo approccio alle sue idee, direi di cominciare da una breve biografia.
Philip Glass nasce a Baltimora nel 1937 da una famiglia di origini ebree-esteuropee. A sei anni studia violino, per poi passare al flauto e infine, in coincidenza con gli studi al Peabody Conservatory, al pianoforte. È un bambino precoce, praticamente un ragazzo prodigio, e lo è in tutti i campi: a quattordici anni viene ammesso all'Università di Chicago, dove si laurea in matematica e filosofia. Parallelamente ha già cominciato a comporre: dopo una breve infatuazione per Webern, si iscrive alla Juilliard School di New York e sposa la causa populista, sulla scia di certa Americana alla Aaron Copland. Alla Juilliard, si ritrova come compagno di classe Steve Reich, ma i due condividono poco e finiranno per frequentarsi solo molti anni più tardi. Glass è uno studente modello: diligente e disciplinato, compone qualcosa come settanta lavori in pochi anni, dando subito prova di una prolificità che non mancherà di accompagnarlo anche quando questi lavori verranno rigettati nella pattumiera degli errori di gioventù. Poco interessato all'effervescente comunità jazz che tanto appassiona il compagno di classe Reich, il giovane Philip frequenta comunque i circoli artsy di Downtown Manhattan, e nel 1961 assiste pure a una performance di La Monte Young (le famigerate composizioni-happening del periodo Fluxus) nel 10ft di Yoko Ono. La sua carriera musicale pare però proseguire sui binari di una rispettabilità di retroguardia tutta interna all'Accademia: dopo aver studiato con Darius Milhaud finisce, grazie a una borsa di studio della Ford Foundation, a insegnare musica nelle scuole pubbliche di Pittsburgh, e i suoi spartiti continuano a essere pubblicati ed eseguiti con una certa regolarità.
Il 1964 è anno musicalmente incredibile: La Monte Young parte col suo Theater of Eternal Music, Terry Riley scrive In C, Steve Reich sperimenta con loop e nastri, in pratica il minimalismo è già nella sua fase matura, ma Glass è decisamente altrove. Indeciso sul da farsi, parte per Parigi per studiare (ennesimo americano di una lunga serie) con Nadia Boulanger: è a Parigi che, nel 1965, il film-maker Conrad Rooks lo contatta per curare le musiche di Chappaqua, film psichedelico descritto come un "acid head epic"; compito di Glass è trascrivere in notazione occidentale i brani per sitar e tabla prestati alla pellicola da Ravi Shankar e Alla Rakha, un'esperienza che rappresenterà, per l'allora ventottenne Philip, la provvidenziale illuminazione.



È proprio Glass a riportare l’episodio in una descrizione rimasta celebre: "Ravi mi cantava le musiche, e io le trascrivevo passo per passo. I problemi arrivarono quando sullo spartito tentai di piazzare le misure alla maniera occidentale: la cosa produceva accenti indesiderati ( ... ) Ovunque mettessi le barre ('dividendo' quindi la musica secondo la notazione occidentale), Alla Rakha mi correggeva: 'tutte le note sono uguali', ripeteva. Alla fine, per disperazione, feci piazza pulita delle barre, cancellandole tutte. E improvvisamente capii quello che Alla Rakha stava cercando di dirmi: li, davanti ai miei occhi, aveva preso forma un flusso continuo di pulsazioni ritmiche". La musica indiana insegna quindi a Glass che "nella musica occidentale il tempo viene diviso, alla maniera in cui si prende una certa lunghezza e la si taglia come si taglia un filone di pane. Nella musica indiana invece, si prendono piccole unità e le si legano assieme fino a comporre lunghezze sempre maggiori". La scoperta, che è alla base di tutti i futuri esperimenti sui moduli, viene dapprima testata sulle musiche per "Play", spettacolo di Samuel Beckett portato in scena, ancora a Parigi, da quelli che diventeranno i Mabou Mines. Le reazioni dei musicisti non si fanno attendere: il brano, due sole note per altrettante linee di sassofono, li irrita al punto che il compositore, anni dopo, arriverà a chiedersi "Mi sembrava che la musica fosse cosi semplice, cosi trasparente ... cosa c'era da arrabbiarsi?" (Glass però si dà anche la risposta: "Ovviamente, era proprio quello il motivo per cui si infuriavano").

domenica 6 febbraio 2011

Di che musica sei? Programmazione musicale dal 7 al 12 febbraio




Di che musica sei?

Programazione musicale dal 7 al 12 febbraio 2011

Questa settimana appuntamento "chitarristico"

giovedì 10 febbraio seconda puntata dedicata alla musica di Bach per chitarra!

Su Radio Voce della Speranza

Angelo Mirante: monografie


Biografia

Laboratorio di Improvvisazione Musicale Ca' Foscari: Programma

FEBBRAIO
Lunedì 7, ore 18:00
Incontro a cura di Piero Bittolo Bon – sassofonista e polistrumentista.

Lunedì 21, ore 18:00
Incontro a cura di Arrigo Cappelletti – pianoforte. Docente di jazz presso il Conservatorio B. Marcello di Venezia.

MARZO
Lunedì 21, ore 18:00
Incontro a cura di Giovanni De Zorzi – ney e musiche ottomane. Docente di cultura e società ottomana presso l’Università Ca’ Foscari.

Lunedì 28, ore 18:00
Incontro a cura di Giovanni Mancuso – keyboard, moog. Docente di teoria e solfeggio presso il Conservatorio B. Marcello di Venezia.

APRILE
Lunedì 4, ore 18:00
Incontro a cura di Davide Amodio – violino. Docente di musica d’insieme per strumenti ad arco presso il Conservatorio B. Marcello di Venezia.

Martedì 19, ore 18:00
Incontro a cura di Nicola Fazzini – sax. Docente presso la scuola di musica Thelonious Monk.

MAGGIO
Lunedì 2, ore 20:00
Incontro a cura di Walter Prati – violoncello e live electronics.

In attesa di conferma:
Lunedì 9, ore 18:00
Incontro a cura di Stefano Pilia – chitarra (Massimo Volume, ¾ HadBeenEliminated).

Ogni incontro si svolgerà nel teatro Ca’ Foscari a Santa Marta, Dorsoduro 2137 (http://www.unive.it/phpapps/maps2/gadget.php?id=990048).

sabato 5 febbraio 2011

Ipazia 16° puntata Pablo Montagne: The Sharp Edge

Questa puntata di Ipazia viene dedicata alle musiche della chitarra di Pablo Montagne.
Ascolteremo le sue musiche registrate per la netlabel AlchEmistica con il suo disco "The Sharp Edge".

Potete ascoltare e scaricare liberamente "The Sharp Edge" di Pablo Montagne QUI

Per seguire IPAZIA basta collegarsi a Blog Chitarra e Dintorni Nuove Musiche oppure su Laverna.





http://ipazia.podomatic.com/entry/2011-01-26T12_45_38-08_00

mercoledì 2 febbraio 2011

"Cantos" Duo Eutonos in concerto sabato 5 febbraio ore 18.00


Euterpe Guitar Festival, Sala Concerti dell'Accademia Musicale Euterpe,
via Maddaloni, 26 (Largo Preneste)
Roma

Duo Eutonos: Eugenio Becherucci: chitarra, Stefania Cimino: violino

“Cantos”

Eugenio Becherucci:"Canzone siciliana"
Soghomon Soghomonyan:"Quattro Canzoni Armene"
Daniel Zimbaldo: "Cantos de la Espana ausente"
Eugenio Becherucci:"Fantasia Catalana"

Ingresso Libero

martedì 1 febbraio 2011

Naïve and Sentimental Music (New Martins Ballet) - Extended Interview

Recensione di Hallelujah Junction di John Adams

Come potete vedere nella foto, la copertina di questo libro riporta una immagine di un John Adams dalla barba e i capelli brizzolati che sorride con aria ironica, arguta e tranquilla. Sembra uno di quei vecchi zii scapoli, gaudenti, che la sanno lunga per aver girato il mondo e averne viste e provate di tutti i colori. In effetti in questa sua autobiografia Adams ne racconta di cose, una vita movimentata,
intensa, dedicata sì alla musica ma con un occhio bene aperto e attento alla società e ai suoi cambiamenti, con una decisa attenzione anche verso altre forme d’arte e un gusto particolare verso il gioco di squadra e i rapporti con gli interpreti e altri collaboratori (librettisti, scrittori, scenografi, registi, ecc.)
Adams sembra avere una capacità e un gusto particolare nel sapersi raccontare senza annoiare, nelle pagine del libro vediamo scorrere la sua infanzia musicale, la sua adolescenza nel New England, il mondo di Thoreau e di Charles Ives, con le sue bande musicali da parata e le sue piccole orchestre, l’incontro con la grande musica sinfonica attraverso i dischi, gli studi, la decisione di trasferirsi a San Francisco, nella Wst Coast negli anni caldi della contestazione. Si attraversa un
secolo assieme a lui: la musica dei Beatles, la beat generation, la passione per la musica elettronica, l’enorme interesse per la musica di Cage, le delusioni delle avanguardie, le droghe, il superlavoro, le frustrazioni, la ricerca di una propria via e vita creativa, il minimalismo e il suo superamento e le molte altre esperienze che gradualmente portano Adams a diventare il compositore di opere controverse come Nixon in China, The Death of Klinghoffer e Doctor Atomic.
Ma Adams non racconta solo se stesso, sarebbe troppo facile. Ad arte, con la discrezione e l’abilità di un prestigiatore letterario inserisce tra un aneddoto e l’altro la nascita e i retroscena di alcune tra le cose più interessanti che siano state composte negli ultimi trent’anni, unendovi assieme ricordi, opinioni, descrizioni e visioni vivissime dimostrandosi un saggista raffinatissimo. Il modo in cui analizza le figure di Duke Ellington, i Beatles, Frank Zappa, Pierre Boulez, Leonard Bernstein, John Cage, Steve Reich, Allen Ginsberg, Peter Sellars, Glenn Branca è encomiabile, con poche parole e in modo affatto polemico come pochissimi altri sono riusciti a fare riesce a definire dei ritratti musicali perfetti, lucidi e consapevoli.
Hallelujah Junction è probabilmente il libro di musica che ho sinceramente letto con maggior piacere nel corso del 2010 e che sicuramente tra qualche tempo riprenderò in mano. Adams non è solo un compositore e uno scrittore ma un mentore le cui parole vanno apprezzate e lentamente assimilate e metabolizzate, le sue idee, così semplici nella loro logica funzionale, sanno lentamente aprirsi una strada nella mente di chi è appassionato di musica e sono infatti portatrici di nuove idee e nuove possibilità di ascolto.
Non mi resta che fare i complimenti alla traduttrice Anna Lovisolo per lo splendido lavoro svolto: approfittando delle possibilità offerte da Amazon e Google libri sono andato a leggere qualche pagina del testo originale inglese e riuscire a rendere nello stesso modo in italiano lo stile brillante e “musicale” della scrittura di Adams non era davvero compito facile, qui eseguito davvero bene con competenza e professionalità.
Complimenti alla EDT che con questa autobiografia sigla il secondo titolo della nuova collana Contrappunti, dedicata alla saggista musicologia, sono sicuro che saprà riservarci altre sorprese.

Una nota personale, è vero Adams ha composto un solo brano dove è presente la chitarra: Naive and Sentimental Music inciso per la Nonesuch Records con la presenza di David Tanenbaum. Cari chitarristi approfittate di questo libro per uscire un po’ dal nostro orticello e respirare idee e visioni diverse, non ve ne pentirete.

Empedocle70

lunedì 31 gennaio 2011

Guitar Improvisation Project: Lucia D'Errico

EXITIME 07 - Voci del Contemporaneo di Carlo Siega




Contrariamente a quanto possa oramai sembrare, forse, presentare un concerto in pieno orario
pomeridiano - e di sabato, per di più- non risulta essere proprio una cattiva idea, soprattutto se la risultanza è un tutto esaurito.
Ideata e prodotta da Paolo Aralla e Francesco La Licata per l’ Ensemble FontanaMix di Bologna, la stagione EXITIME muove dalla volontà di creare nella sede del “Museo internazionale della
Musica” di Bologna un ambiente di incontri, concerti e seminari dedicati alla musica contemporanea, in cui sia i compositori ospiti, sia i musicisti, ma anche e soprattutto il pubblico
abbiano modo di interagire fra loro.
Questa settima edizione si presenta come un’ altra grande occasione per poter esplorare le “Voci del Contemporaneo”, dove l’ Ensemble FontanaMIX, ricombinandosi in cangianti formazioni,
condurrà il pubblico lungo un itinerario di cinque concerti tra i mesi di gennaio e aprile.
L’ inaugurazione quest’anno é stata affidata al trio composto dalla pianista Irene Pucci, al chitarrista Walter Zanetti e al contrabbassista Emiliano Amadori.



E’ proprio quest’ ultimo a muovere il primo passo, proponendo “Esplorazione del bianco I” per
contrabbasso solo di Sciarrino. Seguendo alcune tracce del compositore (riportate nell’ utilissimo
libretto di sala), Amadori si destreggia egregiamente in un luogo che rassomiglia ad un grande
deserto musicale, fatto di silenzi, increspature improvvise e sibili che sembrano cercare quei segreti che il bianco “allo sguardo comune non disvela” (Sciarrino).
“Io amo il suono sporco, distorto, violento, visionario che le musiche pop hanno saputo a volte
esprimere e che cerco di integrare dentro la mia scrittura”: questa breve dichiarazione di intenti
esprime in toto l’indole di “Trash TV Trance” del compianto Fausto Romitelli. In poco più di dieci minuti i formalismi in cui quasi tutti noi siamo ingabbiati vengono frantumati da un Mix demolitore fatto di loop, interferenze elettromagnetiche e distorsioni “grunge” cariche di inaudita ferocia.
Accordi come ruggiti creano barriere sonore che vanno ad intaccare sezioni ritmiche “loopate” dal colore decisamente più mite, come a trattarsi di un virus. A Walter Zanetti viene imposto dunque un lavoro estremamente intenso, ma a cui adempie coscientemente, trovando timbri e colori davvero personali.



Benché strutturato in un continuum, “Mantram” per contrabbasso solo e il primo movimento della “Suite n.11” per pianoforte del compositore Giacinto Scelsi chiudono idealmente la prima parte del concerto. Mentre la prima composizione si ispira ad un canto anonimo in cui riecheggiano nostalgici suoni di un Oriente ormai lontano, la seconda centra appieno un ideale di sfericità del suono tanto caro al compositore. Il suono estratto dalla fisicità apparentemente flebile di Irene Pucci si fa grosso, intenso... grandissimo. Infatti qui, una stessa nota, ribattendo a lungo, si amplia a tal punto da creare poco a poco una vera struttura armonica, dove - con le parole del compositore- “solo lì dentro c’è tutto”.
Per tentare di comprendere le “voci nuove” siamo chiamati necessariamente ad indagare il rapporto fra i grandi compositori del passato e le nuove espressioni della composizione contemporanea. E’ per questo che il compositore Maurizio Pisati si è offerto come architetto ed ingegnere per la costruzione di un ponte ideale tra l’estetica compositiva sua e del suo tempo con quella di Domenico Scarlatti. Le sonate K 27, K 466 e K 14 sono state presentate come termine di paragone per questo esperimento simbiotico: eseguite prima nella loro veste originale, sono poi state ripresentate tradotte per chitarra dal compositore milanese, eseguite dalle sei corde di Walter Zanetti. Qui “traduzione” non sta per trascrizione, ma incarna un lavoro di ri-elaborazione tematica, come se il pezzo non fosse stato scritto per pianoforte. Risulta quindi emblematica, in questo senso, l’ aggiunta di un Largo e di una Cadenza nel lavoro di traduzione della sonata K141 in re minore.
La stesse idee di manipolazione e ri-composizione presentano un assorbimento quasi totale del
linguaggio musicale scarlattiano, non potendo che sfociare in un lavoro di “parafrasi”: ecco, in
prima assoluta, la “Parafrasi Scarlatta” per chitarra e contrabbasso amplificati. E non poteva
chiudersi in altro modo questo intenso incontro con il FontanaMIX Ensemble se non con la
particolare consapevolezza di essere “heideggerianamente” eredi di una cultura che ancora oggi
mostra vivi segni di continuità.
Per altre voci, il prossimo appuntamento sarà sabato 5 febbraio.

Carlo Siega 20-01-2011

domenica 30 gennaio 2011

Di che musica sei? Programmazione musicale dal 31 gennaio al 5 febbraio


Di che musica sei?

Programazione musicale dal 31 gennaio al 5 febbraio 2011

Questa settiman doppio appuntamento "chitarristico"
31 gennaio ore 21 intervista a Andrea Aguzzi per il suo libro "121 Cd per la Chitarra Contemporana"!
3 febbraio prima puntata dedicata all musica di Bach per chitarra!

Su Radio Voce della Speranza

Nagoya Guitars by Steve Reich

sabato 29 gennaio 2011

Chahack de M.Pisati. Arturo Tallini

GIORNATA DELLA MEMORIA - CANTI EBRAICI E YIDDISH


sabato 29 gennaio · 20.30 - 23.30

Palazzo Libera - VILLA LAGARINA

con il Coro Femminile dei Quattro Vicariati
diretto da Quinto Canali

Chitarra: Mauro Tonolli
Violino: Vittorio Passerini

Letture relative alla Shoah e ai diritti umani
Narratore: Vinicio Cescatti

venerdì 28 gennaio 2011

Programma 2a edizione Giornata della Chitarra 29 gennaio


Intervista a Angelo Mirante, quarta parte


Ci consigli cinque dischi per lei indispensabili, da avere sempre con se.. i classici cinque dischi per l‘isola deserta.. Che musiche ascolta di solito?

Ecco la domanda più difficile! Sicuramente Bach, Maderna, Petrassi e penso al concerto per
orchestra, Bettinelli e scusate sono di parte, i Brani di Eugenio Becherucci, penso sopratutto
a “Noches!”

Quali sono invece i suoi cinque spartiti indispensabili?

Di Bach Il Preludio, Fuga e Allegro BWV 998 (non è per niente, li sto ancora studiando e spero
almeno che su un isola deserta di avere abbastanza tempo per impararli bene), La Serenata per un satellite di Bruno Maderna, le Fantasie Catalane per chitarra e violino di Eugenio Becherucci, RARA di Sylvano Bussotti e Light Frameworks di Nicola Jappelli.

Il Blog viene letto anche da giovani neodiplomati e diplomandi, che consigli si sente di dare a chi, dopo anni di studio, ha deciso di iniziare la carriera di musicista?

Di non porre limiti al loro sapere e di avvicinarsi a ciò con assoluta umiltà.

Con chi le piacerebbe suonare e chi le piacerebbe suonare? Quali sono i suoi prossimi progetti? Su cosa sta lavorando?

Penso a Juan Falù (persona squisitissima). A Brouwer. A Jappelli, a Tallini, con il mio Maestro… Mi va di immaginare (tanto non costa niente) di suonare con Villa Lobos, Maderna ecc ecc. Mi piacerebbe suonare “Suoni notturni” e “Nunc” di Goffredo Petrassi, l'”Improvvisazione” per chitarra sola di Bettinelli e penso agl'ultimissimi brani di Jappelli. Ora lavoro sopratutto sul programma del Diploma di chitarra che ho quest'anno, incrocio le dita!

Ultima domanda, proviamo a voltare verso la musica le tre domande di J.P.Sartre
verso la letteratura: Perché si fa musica? E ancora: qual è il posto di chi fa musica
nella società contemporanea? In quale misura la musica può contribuire all’evoluzione di questa società?

Si fa Musica per capire la vera essenza della Vita, per apprezzarla meglio in tutte le sue sfaccettature e per evadere da essa. In che posto non lo so e per ora non mi pongo il problema, mi piacerebbe però prima o poi crearmi uno spazio all’interno di questo mondo.
La musica può contribuire all'evoluzione della società a livello determinate e importante: mi va di pensare ai ragazzi dell'orchestra del Venezuela!

Grazie Angelo!

giovedì 27 gennaio 2011

dotGuitar, il nuovo WeBlogMagazine italiano dedicato al mondo della chitarra (gennaio 2011)


I nuovi articoli di gennaio 2011:
• Incontri G.Cresta: Arturo Tallini e Magnus Andersson (intervista, disco, youtube) http://www.dotguitar.it/

NEW • Novità editoriali scelte P.Troncone: G.Kurtz, Suite per chitarra sola http://www.dotguitar.it/zine/novedit/kurtz1.html
NEW • Trascrizioni A.Altieri: O' sole mio http://www.dotguitar.it/zine/trasc/trascrizioni.html
• Didattica di base G.Signorile: Sor Studi op 31 n.2 e 23 http://www.dotguitar.it/zine/dida_base/sor31_2_23.html
• Analisi di base M.Rivelli: Sor Studio op 31 n.16 http://www.dotguitar.it/zine/analisi_base/sor_31_16_1.html
• Analisi di repertorio P.Viti: J.Rodrigo - Concierto de Aranjuez (2a parte) http://www.dotguitar.it/zine/analisi_rep/rodrigo4.html
• Approfondimenti G.Giglio: Per una "Teoria strumentale" - Il contributo di Abel Carlevaro (2a parte) http://www.dotguitar.it/zine/approfondimenti/carlevaro4.html
• Approfondimenti P.Bonaguri: Intervista a Gilberto Cappelli http://www.dotguitar.it/zine/approfondimenti/cappelli1.html
• Approfondimenti M.Bazzotti: Storia della chitarra in Russia (5a parte) http://www.dotguitar.it/zine/approfondimenti/storiarussia6.html
• Liuteria R.Del Prete: Intervista a G.Giussani (2a parte) http://www.dotguitar.it/zine/liuteria/giussani_2.html
• Chitarra dell'800 R.Calandruccio: F.Carulli: Gli amori di Adone e Venere - Sonata Sentimentale per Chitarra o Lira op. 42 (4a parte) http://www.dotguitar.it/zine/chit800/carullicalan16.html
• Analisi di base M.Corcella: M.Castelnuovo Tedesco - Caprichos de Goya op.195 (Capr.n.7) http://www.dotguitar.it/zine/analisi_base/castcorc12.html
• Attualità A.Ruggiero: Concorso "M.Pittaluga" - Alessandria http://www.dotguitar.it/zine/attual/alessandria1.html
• Attualità G.Signorile: Angelo Gilardino Concerto di Sancto Lucio de Coumboscuro - Prima esecuzione http://www.dotguitar.it/zine/attual/gila1.html
• Musiche D.Ascione: Un peu de bossa http://www.dotguitar.it/zine/musiche/ascione.html

Intervista a Angelo Mirante, terza parte


Nel 1968 Derek Bailey chiese a Steve Lacy di definire in 15 secondi la differenza tra improvvisazione e composizione, la risposta fu “In 15 secondi la differenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione uno ha tutto il tempo di decidere che cosa dire in 15 secondi, mentre nell’improvvisazione uno ha 15 secondi” .. la risposta di Lacy era troppo ironica o corrisponde a verità?

Gli do ragione!

Lei ha realizzato per AlchEmistica un suo Guitar Improvvisation Project, ci vuole parlare di questa esperienza e di come si è trovato con questa nuova realtà discografica?

Esperienza bellissima in toto: per le foto che sono servite per il video di presentazione, per la registrazione dei brani e per i brani stessi. Spero nella crescita di Alchemistica come punto di riferimento della nostra speciale scena musicale e gli auguro di avere sempre maggior diffusione.

Qual è il ruolo dell’Errore nella sua visione musicale? Dove per errore intendo un
procedimento erroneo, un’irregolarità nel normale funzionamento di un meccanismo, una discontinuità su una superficie altrimenti uniforme che può portare a nuovi sviluppi e inattese sorprese...

Qualcuno ha detto: “E' diabolicamente affascinate” e io mi sono ritrovato in questa frase. Si può pensare all’errore come il passeggiare e poi cosi all'improvviso, inciampare, cadere per mille motivazioni. Voglio pensarla cosi: quando tutto è bello, perfetto, “lindo e pinto” risulta poco realistico per il modo che ho di intendere la vita e la musica.

Come vede la crisi del mercato discografico, con il passaggio dal supporto digitale al download in mp3 e tutto questo nuovo scenario? Tutta questa passiva tendenza ad essere aggiornati e di possedere tonnellate di mp3 che difficilmente potranno essere ascoltati con la dovuta attenzione non comporta il rischio di trascurare la reale assimilazione di idee e di processi creativi?

Non possiamo cambiare il processo e la velocità degli eventi e come dicevo nella domanda precedente, sta soltanto nella nostra intelligenza ma sopratutto nelle nostre responsabilità, essere bravi a capire cosa è buono o meno per noi.


continua domani

mercoledì 26 gennaio 2011

CHIODI, musica di Maurizio Pisati


Sette bambine ebree e Far Away
di Caryl Churchill
regia di
Annig Raimondi
con
Maria Eugenia d'Aquino, Riccardo Magherini,
Annig Raimondi
scene e disegno luci Fulvio Michelazzi
costumi Nir Nagziel
dal 26 gennaio al 13 febbraio 2011
Teatro Oscar-PACTA.deiTeatri
Via Lattanzio 58
Milano
produzione PACTA.deiTeatri
ScenAperta AltomilaneseTeatri
DonneTeatroDiritti

Intervista a Angelo Mirante, seconda parte


Ho, a volte, la sensazione che nella nostra epoca la storia della musica scorra senza un particolare interesse per il suo decorso cronologico, nella nostra discoteca-biblioteca musicale il prima e il dopo, il passato e il futuro diventano elementi intercambiabili, questo non può comportare il rischio per un interprete e per un compositore di una visione uniforme? Di una “globalizzazione” musicale?

Spero assolutamente che non ci sia mai una globalizzazione musicale, nel senso negativo del
termine. Auspico invece che si possa lavorare sul suo lato positivo perché, se gestita bene, questa situazione, può creare degli scenari e delle situazioni interessanti nella loro complessità. Ciò naturalmente sta nel nostro buon senso, perché noi musicisti siamo artefici e carnefici della nostra Vita Musicale e non.

Luciano Berio ha scritto “la conservazione del passato ha un senso anche negativo, quanto diventa un modo di dimenticare la musica. L’ascoltatore ne ricava un’illusione di continuità che gli permette di selezionare quanto pare confermare quella stessa continuità e di censurare tutto quanto pare disturbarla”, che ruolo possono assumere la musica e i compositori contemporanei in questo contesto?

Spesso ho preferito, anche se con difficoltà, non accostare, meglio mischiare, le due cose. C'è
bisogno di essere preparati prima nella mente e nello spirito nel genere contemporaneo, queste sono le prime sensazioni che ho avuto io, e bisogna far fluire nell'esecutore e nell'ascoltatore sensazioni che siano buone o/e cattive, ma l'importante è far fluire qualcosa per me. Una frase che ricordo con affetto di Berio è che siamo macchine stupefacenti, programmati come computer.

All’affermazione di Berio Luigi Nono sembra aver risposto scrivendo: “Altri pensieri, altri rumori, altre sonorità, altre idee. Quando si ascolta, si cerca spesso di ritrovare se stesso negli altri. Ritrovare i propri meccanismi, sistema, razionalismo, nell’altro. E questo è una violenza del tutto conservatrice.” … ora .. la sperimentazione libera dal peso di dover ricordare?

Assolutamente No altrimenti si bara e se si bara, non è esecuzione libera.

Quale significato ha l’improvvisazione nella sua ricerca musicale? Si può tornare a parlare di improvvisazione in un repertorio così codificato come quello classico o bisogna per forza uscirne e rivolgersi ad altri repertori, jazz, contemporanea, etc?

Importantissimo quasi vitale dal punto di vista musicale. Perché è la vera essenza di una persona. Stemperare al momento ciò che provi: APOTEOSI!
Dario Fo per il teatro dice "Bisogna imparare ad andare a soggetto, distrarre la logica dal suo
andamento normale, un modo insostituibile per far emergere ciò che di ingiusto, di sbagliato c'è al mondo. I politici, per esempio, non sanno andare a soggetto"
Comunque non bisogna rifarsi a dei generi o correnti perché hanno Storia e cultura diverse, sono concepite come improvvisazioni per altre motivazioni, altre intenzioni, certamente con lo stesso fine.


continua domani

martedì 25 gennaio 2011

Intervista a Angelo Mirante su Frammenti di Radio Kairos Venerdì 28 gennaio ore 13


Frammenti è un programma radiofonico in onda su Radio Kairos
In fm a Bologna sui 105.85 fm e in streaming web dal sito http://www.radiokairos.it/
Tutti i venerdì alle 13:00 e in replica il martedì alle 19:00

Trenta minuti di musica da tempi e luoghi diversi
Racconti vicini e lontani che parlano di chitarre
Novità discografiche, concerti, interviste, notizie

http://radioframmenti.blogspot.com/

Intervista a Angelo Mirante, prima parte


La prima domanda è sempre quella classica: come è nato il suo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suona o ha suonato? Qual è il suo background musicale?

La mia passione per la chitarra è nata, ascoltando grazie ad amici, grandi concertisti e interpreti, come Segovia, Paco de Lucia, Williams, Bream tramite cd o musicassette e con loro ho iniziato a conoscere parte del Mondo meraviglioso della chitarra classica.

Come è nato il suo interesse verso il repertorio contemporaneo e quali sono le correnti stilistiche nella quale lei si riconosce maggiormente?

In questa risposta non posso non citare il mio Maestro Eugenio Becherucci che è stato ed è un vero e proprio Guru per me. Ricordo il primo giorno di conservatorio: entrando in classe per far lezione per la prima volta con Il Maestro Becherucci, lo trovai a suonare Helmut Lachenmann "Salut für Caudwell”. Con questo penso di aver detto tutto! Ancora oggi affermo con orgoglio che il “Prof” m'ha cresciuto a Pane e Lachenmann. E' indubbio che la mia corrente stilistica preferita sia quella contemporanea, non dico che sia stato un rapporto facile da subito con essa, ma ben presto ci siamo piaciuti!!!

Lei ha studiato con il Maestro Eugenio Becherucci, come si è travato con la sua didattica musicale?

Come avete avuto modo di capire nella risposta precedente, con “Il Prof” mi sono trovato molto bene, e mi trovo tutt'ora molto bene (sono ancora sotto la sua buona ala). Ho spesso pensato di essere stato molto fortunato ad avere un insegnante come lui: pacato ed esauruiente nel modo di spiegare, pieno di passione per lo strumento, con una cultura grandissima per la musica in generale.
Una qualità che mai negherò al Professore è che sicuramente m'ha insegnato che la musica è
esprimersi, è emozionarsi, far vibrare i propri polsi per poi trattenere quasi a stento le lacrime per la sua bellezza e il suo fascino…insomma per me è un vero e proprio Maestro di Vita, e auguro a chiunque di conoscerlo.

Sembra essersi creata una piccola scena musicale di chitarristi classici dediti a un repertorio innovativo e contemporaneo, oltre a lei mi vengono in mente i nomi di Elena Càsoli, Arturo Talini, Maurizio Grandinetti, Marco Cappelli e David Tanenbaum, David Starobin, Marc Ribot con gli studi di John Zorn … si può parlare di una scena musicale? Ci sono altri chitarristi che lei conosce e che ci può consigliare che si muovono su questi percorsi musicali?

Con assoluta umiltà l'accostamento a questi Grandi Musicisti per me è troppo. Non ho ancora
molta esperienza in questo settore e in generale, quindi lascio la scoperta di nuovi talenti ai Maestri su citati e al “Prof” appunto. Mi dispiace non posso aiutarvi! Sicuramente nell'insegnare, ai miei discepoli parlerò di questa pratica, di questo modo di suonare la chitarra Liberamente.




continua domani

lunedì 24 gennaio 2011

Angelo Mirante: Guitar Improvisation Project


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Angelo Mirante: Biografia


Angelo Mirante frequenta l'ultimo anno di chitarra presso il Conservatorio di Musica Licinio Refice di Frosinone con il M° Eugenio Becherucci. Ha partecipato a masterclass con il M°Leo Brouwer, M°Jorge Cardoso e tenute dall'Eon Guitar Quartet. Ha frequentato inoltre masterclass
di Composizione e analisi con il M° Pompeo Vernile. Ha collaborato con il Coro dell’Università degli studi di Cassino e partecipato a manifestazioni con il patrocinio dell’Università stessa.
Fa parte dell'Orchestra di Chitarre del conservatorio Licinio Refice di Frosinone. Organizza il Festival Internazionale di Chitarra di Castrocielo. Dirige l'orchestra di Chitarre di Castrocielo. Ha partecipato come concertista in manifestazioni musicali patrocinate dalla Pro Loco di Castrocielo, dal Comune di Castrocielo, dalla Provincia di Frosinone e dalla Regione Lazio e anche nel Festival di Chitarra di Bologna.
Durante i suoi anni di studio ha sviluppato un interesse particolare del repertorio contemporaneo, aderisce al progetto al Guitar Improvisation Project promosso dalla net Label AlchEmistica.